Tunnel dalla Bielorussia alla Lituania: Minsk alza il livello della guerra ibrida sui migranti

La scoperta di gallerie scavate sotto il confine bielorusso-lituano mostra che il regime di Aljaksandr Lukashenka non improvvisa più: pianifica infrastrutture stabili per il traffico di esseri umani verso l’Unione europea.

Per anni la strategia di Minsk sulla rotta migratoria verso l’Unione europea si è basata su un metodo semplice: accompagnare gruppi di migranti fino al filo spinato e lasciarli lì, sotto gli occhi delle telecamere, in una messa in scena studiata per logorare i governi baltici e polacco. Quello che le guardie di frontiera lituane hanno scoperto nelle ultime due settimane racconta però una fase diversa, molto più sofisticata e, soprattutto, molto più difficile da fermare con un semplice muro.

Il 28 luglio il servizio di guardia di frontiera dello Stato lituano (VSAT) ha individuato, nel distretto sudorientale di Varėna, al confine con la regione bielorussa di Hrodna, un tunnel sotterraneo largo circa un metro e profondo un metro e mezzo, scavato dal lato bielorusso e non ancora sboccato in territorio lituano. La scoperta è arrivata dopo che i sensori di vibrazione avevano rilevato attività di scavo sotto il sentiero di pattuglia. Pochi giorni dopo, un secondo tunnel incompiuto, lungo circa undici metri, è stato individuato nei pressi del villaggio di Pertakas, nel distretto di Lazdijai: alla vista delle pattuglie, una ventina di cittadini stranieri sono fuggiti indietro, verso la Bielorussia.

Il capo della VSAT, Rustamas Liubajevas, ha dichiarato ai media lituani che le guardie di frontiera hanno individuato «decine» di altri siti in cui potrebbero esistere scavi analoghi, e che l’operazione non è compatibile con l’iniziativa spontanea di singoli trafficanti. Nei tunnel sono stati trovati puntelli in legno, secchi e sabbia estratta: secondo Liubajevas, sarebbe stato impossibile portare quel materiale fino a ridosso della linea di confine e lavorare per settimane senza che le autorità bielorusse se ne accorgessero o, più probabilmente, senza il loro tacito assenso.

Non un caso isolato

Le autorità polacche, che hanno inviato tecnici e apparecchiature specialistiche in supporto ai colleghi lituani, avevano già individuato tunnel simili sul confine con la Bielorussia nel corso del 2025: uno nel voivodato di Podlasie, scavato dal lato bielorusso fino a fermarsi a circa venti metri dalla linea di frontiera; un altro, secondo fonti citate dalla stampa polacca, già utilizzato da oltre 180 persone prima di essere scoperto. Le autorità polacche hanno riferito che la progettazione di quei passaggi portava la firma di specialisti mediorientali con un livello di competenza tecnica elevato, un dettaglio che difficilmente si concilia con l’immagine di trafficanti improvvisati che il regime di Minsk continua a proporre all’opinione pubblica internazionale.

Il contesto. La rotta migratoria bielorussa verso l’UE è stata attivata nella primavera del 2021, subito dopo l’inasprimento delle sanzioni occidentali contro Minsk in seguito alla repressione delle proteste post-elettorali e al dirottamento forzato di un volo Ryanair. Da allora Vilnius, Varsavia e Riga denunciano un flusso organizzato di cittadini provenienti soprattutto da Medio Oriente, Asia meridionale e Africa, fatti arrivare in Bielorussia con voli charter e poi indirizzati verso il confine.

Quello che cambia oggi non è la rotta, ma il metodo. Costruire un tunnel richiede tempo, materiali, manodopera e, soprattutto, la certezza di non essere disturbati per settimane a pochi metri dalle guardie di frontiera bielorusse. È un livello di pianificazione infrastrutturale che difficilmente può essere attribuito alla sola iniziativa di reti criminali locali, e che rafforza la lettura, condivisa da Vilnius e da diversi analisti di sicurezza, di un’operazione tollerata se non direttamente facilitata da apparati statali.

Una politica di pressione, non un’emergenza umanitaria

Dal 2021 il flusso di migranti instradati attraverso la Bielorussia verso i confini orientali dell’Unione europea non ha mai avuto l’andamento imprevedibile di una crisi umanitaria spontanea. Si è invece mosso con un ritmo che rispecchia le fasi politiche più tese nei rapporti tra Minsk, Mosca e Bruxelles: intensificazioni in coincidenza con l’introduzione di nuovi pacchetti sanzionatori, pause quando il regime cerca margini di dialogo, riaccensioni quando serve distogliere l’attenzione internazionale da altri dossier, a partire dalla guerra in Ucraina. Per diversi governi e istituzioni europee, questo andamento è la prova che la migrazione irregolare sul confine orientale non è un fenomeno da gestire con misure di ordine pubblico, ma uno strumento di politica estera bielorussa, sostenuto in modo più o meno diretto da Mosca.

«Non abbiamo praticamente dubbi che le autorità bielorusse chiudano un occhio, quando non aiutino attivamente i migranti a scavare questi tunnel», ha dichiarato il capo della guardia di frontiera lituana Rustamas Liubajevas ai media locali, sottolineando come il trasporto del legname necessario ai puntelli sarebbe stato impossibile senza una qualche forma di copertura da parte bielorussa.

L’obiettivo, secondo questa lettura, non si esaurisce nella pressione politica immediata su Vilnius, Varsavia e Riga. C’è una componente più strutturale e più preoccupante: la creazione di canali di attraversamento permanenti, difficili da individuare e da chiudere, che restano disponibili anche quando l’attenzione mediatica cala. Un’infrastruttura sotterranea, a differenza di un gruppo di persone ammassato al filo spinato, non fa notizia finché non viene scoperta — e nel frattempo continua a funzionare.

Cosa può fare l’Unione europea

Diversi funzionari e analisti della sicurezza europea sostengono che sia arrivato il momento di un salto di qualità nella risposta istituzionale: qualificare esplicitamente l’organizzazione di rotte migratorie clandestine, tunnel compresi, come attività ibrida deliberata e non come semplice traffico di esseri umani gestito da reti criminali autonome. La differenza non è solo terminologica. Classificare questi episodi come azioni di uno Stato ostile aprirebbe la strada a strumenti che il diritto internazionale riserva alle risposte statali: dal rafforzamento della cooperazione di intelligence tra i Paesi baltici e la Polonia, già avviato con lo scambio di apparecchiature per l’individuazione dei tunnel, fino all’estensione delle sanzioni settoriali e personali contro funzionari e strutture bielorusse coinvolte nella gestione dei flussi migratori.

Per l’Italia, geograficamente distante dal confine orientale ma parte dello spazio Schengen e destinazione finale di una quota rilevante dei flussi migratori europei, la vicenda dei tunnel lituani non è una notizia periferica. Ogni varco che si apre sul confine orientale dell’Unione, in un modo o nell’altro, si ripercuote sull’intero sistema di gestione delle frontiere esterne di cui anche Roma è parte, e sulla credibilità degli accordi di solidarietà e redistribuzione tra Stati membri che negli ultimi anni hanno più volte messo alla prova la tenuta politica dell’Unione.

Autore: Marco Bianchi

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