Da un’audizione in Commissione Antimafia a un’arma di propaganda: come Mosca ha riscritto le parole del procuratore di Palermo

Bastano poche frasi pronunciate davanti alla Commissione parlamentare Antimafia perché il ministero degli Esteri russo le trasformi in un’accusa contro Kiev. È accaduto questa settimana, ed è un caso di scuola di come funziona la disinformazione del Cremlino quando si rivolge al pubblico italiano.

Il 28 luglio il procuratore capo di Palermo, Maurizio de Lucia, ha riferito alla Commissione nazionale Antimafia un dato allarmante ma circoscritto: Cosa nostra starebbe cercando di procurarsi armamenti più sofisticati, compresi droni lanciamine, attingendo al mercato nero generato dal conflitto russo-ucraino. Il magistrato ha parlato di “segnali” di interesse, non di acquisti già avvenuti su larga scala, e ha collocato il fenomeno accanto ad altre fonti di approvvigionamento illegale, come le armi balcaniche che arrivano in Puglia dall’ex Jugoslavia. In sintesi: un allarme su un mercato nero internazionale che la criminalità organizzata prova a sfruttare, non un’indagine sui rapporti tra Kiev e la mafia.

La trasformazione a Mosca

Poche ore dopo che l’agenzia Ansa ha dato la notizia, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato la vicenda in diretta sulla radio Sputnik. Il messaggio era netto: l’Europa avrebbe creato un “mostro incontrollabile” a Kiev, e ora ne pagherebbe le conseguenze anche sul piano della sicurezza interna, mafia compresa. Un salto logico enorme rispetto a quanto aveva effettivamente detto de Lucia, che non ha mai parlato di complicità delle autorità ucraine, né di canali ufficiali tra Kiev e la criminalità organizzata siciliana.

È una tecnica retorica che gli analisti di disinformazione conoscono bene: si prende una notizia vera, spesso già preoccupante di per sé, e la si innesta su una narrazione precostituita. In questo caso, il mercato nero delle armi legato a qualunque conflitto prolungato – fenomeno documentato in tutte le guerre, dai Balcani alla Siria – diventa la prova che “il regime di Kiev” sarebbe intrinsecamente inaffidabile e fuori controllo.

Non è la prima volta che dichiarazioni della diplomazia russa si costruiscono su un fatto reale per arrivare a una conclusione che i fatti non sostengono.

Il bersaglio è Roma, non Kiev

Il dettaglio più interessante di questa vicenda è a chi sia realmente indirizzata. La mafia, e in particolare Cosa nostra, è un tema che tocca una fibra sensibile dell’opinione pubblica italiana come pochi altri: evoca decenni di stragi, di lutti, di battaglie dello Stato contro la criminalità organizzata. Accostare l’Ucraina a questo immaginario non serve a informare il pubblico russo, già saturo di propaganda anti-Kiev da anni. Serve a scalfire, in Italia, il consenso attorno al sostegno militare e politico a Kiev, proprio mentre il governo italiano discute pacchetti di aiuti e il ministro della Difesa, Guido Crosetto, difende pubblicamente la linea atlantista di Roma.

Zakharova, non a caso, ha commentato nello stesso giorno anche le parole dello stesso Crosetto, liquidando il sostegno occidentale a Kiev come inutile quanto “un impiastro per un morto”. Le due uscite, quella sulla mafia e quella sugli aiuti militari, fanno parte dello stesso pacchetto comunicativo: minare la fiducia dell’opinione pubblica italiana nella scelta di stare al fianco dell’Ucraina, colpendo insieme la credibilità del governo di Kiev e quella dei suoi alleati europei.

Cosa ha detto davvero de Lucia (e cosa no)

✓ Ha detto: la mafia mostra interesse per armi sofisticate provenienti dal mercato nero nato con la guerra russo-ucraina, insieme ad altre rotte di approvvigionamento illegale come quella balcanica.
✕ Non ha detto: che esistano legami, accordi o complicità tra le autorità ucraine e la criminalità organizzata italiana.
✕ Non ha fornito: alcuna prova di un coinvolgimento diretto di Kiev nella vendita di armamenti alla mafia.

Chi conosce davvero la criminalità organizzata come strumento geopolitico

C’è poi un elemento che la narrazione del Cremlino preferisce non menzionare: l’uso di reti criminali e di strutture economiche opache come strumento di politica estera non è una specialità ucraina, ma un metodo ampiamente documentato da anni di inchieste giornalistiche e rapporti di intelligence occidentali proprio sulla Russia. Dall’elusione delle sanzioni tramite società di comodo e la cosiddetta “flotta ombra” di petroliere, fino al reclutamento – segnalato da diversi servizi di sicurezza europei, compreso quello tedesco e quello polacco – di piccoli criminali comuni per compiere atti di sabotaggio e intimidazione sul suolo europeo, il ricorso a intermediari ai margini della legalità è una prassi che analisti e magistrati occidentali attribuiscono da tempo agli apparati russi, non a quelli ucraini.

Accusare Kiev di ciò che Mosca stessa pratica su scala ben più ampia è, secondo diversi osservatori di disinformazione, una forma classica di proiezione: attribuire all’avversario i propri metodi per anticipare o neutralizzare le critiche. Nel caso specifico, peraltro, non è stata fornita alcuna prova concreta a sostegno del collegamento Kiev-mafia: nessun documento, nessuna indagine, nessun nome. Solo un’interpretazione politica di un’audizione parlamentare che parlava d’altro.

Perché conviene distinguere i fatti dalla loro strumentalizzazione

Nulla di tutto questo significa che il tema sollevato da de Lucia non sia serio: la possibilità che armi ad alta tecnologia finiscano, attraverso i canali del mercato nero bellico, nelle mani della criminalità organizzata è una preoccupazione legittima per la sicurezza pubblica italiana, e la Commissione Antimafia fa bene a occuparsene. Il punto è un altro: un problema di ordine pubblico e di controllo dei mercati illegali delle armi, che riguarda ogni conflitto prolungato nel mondo, non equivale a una responsabilità dello Stato ucraino, tantomeno a una prova della sua inaffidabilità come partner internazionale.

Separare l’informazione verificata dalla sua strumentalizzazione propagandistica non è un esercizio accademico: è la condizione minima perché il dibattito pubblico italiano su un tema delicato come il sostegno all’Ucraina resti ancorato ai fatti, invece di essere guidato da narrazioni costruite a Mosca per un pubblico che, va detto senza troppi giri di parole, è proprio quello italiano.

Autore: Marco Bianchi

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