Ue, stretta sui visti Schengen: stop ai Paesi che violano diritti umani e norme internazionali. Israele a rischio?

Il Parlamento europeo ha dato il via libera alla modifica del meccanismo di sospensione della deroga che consente l’ingresso senza visto per soggiorni brevi ai cittadini di 61 Paesi terzi

Il 7 ottobre il Parlamento Ue ha dato il via libera definitivo alla riforma del meccanismo di sospensione della deroga che consente ai cittadini di 61 Paesi terzi, dove figurano anche IsraeleUcrainaVenezuela e Serbia, di viaggiare nello spazio Schengen senza visto per soggiorni brevi. La stretta, definita il “freno di emergenza” dei visti, estende significativamente i motivi per la reintroduzione dell’obbligo di visto, rendendo il meccanismo più flessibile e facile da attivare. Oltre a criteri già esistenti legati alla sicurezza interna, all’aumento dei reati gravi o al mancato allineamento alla politica dei visti del Paese terzo, la revisione introduce le minacce ibride, come la strumentalizzazione dei migranti, i programmi di vendita della cittadinanza noti come “passaporti dorati” (citizenship-by-investment) e, per la prima volta, le gravi violazioni del diritto internazionale, dei diritti umani o del diritto umanitario.

Già nei mesi passati, fonti del Parlamento europeo hanno riferito alla stampa che Israele potrebbe essere uno dei primi Paesi a subire valutazioni sulla base delle nuove regole. Il riferimento è alle accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità in relazione al conflitto a Gaza. L’Unione europea potrà anche sospendere specificamente l’esenzione dal visto per i funzionari governativi ritenuti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. L’applicazione della riforma però non è automatica, ma discrezionale e richiede una valutazione tecnica da parte della Commissione Ue. Tuttavia, la procedura può essere avviata anche su sollecitazione degli Stati membri o attraverso una risoluzione non vincolante del Parlamento. Proprio la dinamica procedurale e il ruolo degli Stati membri potrebbero rappresentare un nuovo banco di prova per l’Unione, dopo la mancata sospensione dell’Accordo di associazione con la Ue soprattuto per la contrarietà di Germania e Italia.

La riforma ha poi obiettivi legati alla gestione dei flussi migratori, con l’intento di esercitare un “effetto dissuasivo” sui Paesi attualmente beneficiari delle esenzioni dal visto e a collaborare con le politiche di contenimento dei flussi e di rimpatrio dei Paesi Ue. Le nuove regole, infatti, abbassano le soglie di attivazione del meccanismo che, ad esempio, può scattare in caso di un aumento del 30% dei cittadini del Paese terzo che soggiornano irregolarmente nella Ue o in caso di un tasso di riconoscimento delle domande d’asilo basso, con la soglia innalzata dal 4% al 20%. Scelta che, secondo i dati dell’Agenzia europea per l’asilo (EUAA) potrebbe avere implicazioni dirette per diversi paesi della lista. Tra questi, nel 2024 risultavano con un tasso di riconoscimento delle domande d’asilo uguale o inferiore al 20% la Colombia, il Perù, il Venezuela e la Georgia.

ilfattoquotidiano.it

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