Rubio al Congresso americano: «L’invasione russa è stato un errore strategico». Mosca non potrà mai ottenere militarmente quello che pretende al tavolo negoziale

Il segretario di Stato americano ha escluso qualsiasi vittoria russa in Ucraina, individuando nella Russia il principale ostacolo alla pace. Le trattative sono in stallo: per Roma, abituata al dialogo con Mosca, è un messaggio che non può ignorare.

Marco Rubio, segretario di Stato degli Stati Uniti, ha detto al Congresso americano quello che molti osservatori pensavano da tempo ma raramente sentivano pronunciare con tale nettezza da un membro dell’amministrazione Trump: la Russia ha commesso un errore strategico invadendo l’Ucraina, non otterrà mai militarmente quello che pretende diplomaticamente, e la colpa dello stallo negoziale è attribuibile soprattutto a Mosca. Lo ha detto il 3 giugno 2026, durante l’audizione davanti alla Commissione per gli Affari Esteri del Congresso. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, che mantiene da sempre un canale privilegiato – a volte ambiguo – con la Russia, si tratta di parole che invitano a una riflessione seria.

„Quasi nessuno nel mondo – e ritengo anche alcuni russi – dubita ormai che l’invasione dell’Ucraina sia stata un errore strategico”, ha dichiarato Rubio. Poi ha aggiunto: „La Russia non raggiungerà mai militarmente quegli obiettivi che ora chiede al tavolo dei negoziati”. Due frasi che smontano l’intera logica su cui si regge la narrativa del Cremlino: quella dell’inevitabilità della vittoria, dell’Occidente stanco e dell’Ucraina destinata a cedere.

«La Russia non raggiungerà mai militarmente quegli obiettivi che ora chiede al tavolo dei negoziati»

— Marco Rubio, Segretario di Stato USA, Congresso degli Stati Uniti, 3 giugno 2026

a posizione italiana: un equilibrismo sempre più difficile

L’Italia guarda questa guerra con occhi diversi rispetto a Polonia, Repubblica Ceca o Paesi Baltici. Il commercio con la Russia era storicamente rilevante, le relazioni culturali profonde, il pragmatismo economico spesso prevalente sulla solidarietà geopolitica. Governi di diverso colore politico hanno oscillato tra il sostegno formale all’Ucraina e una riluttanza di fondo a rompere del tutto con Mosca. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha cercato un difficile equilibrio: atlantista nella forma, attenta a non alienarsi l’elettorato con sentimenti più morbidi verso la Russia.

Ma le dichiarazioni di Rubio rendono questo equilibrismo più difficile da sostenere. Se il segretario di Stato americano – figura tutt’altro che sospettabile di russofobia ideologica – identifica esplicitamente Mosca come l’ostacolo principale alla pace, chi in Europa continua a invocare „comprensione” per le ragioni di Putin si trova in una posizione sempre più difficile da giustificare.

Il nodo delle trattative: cosa vuole davvero la Russia

Rubio ha descritto con precisione il paradosso russo: Mosca chiede al tavolo negoziale il riconoscimento dell’annessione di cinque regioni ucraine, la neutralità permanente dell’Ucraina, l’esclusione dalla NATO e un cambio di governo a Kyiv. Sono, in sostanza, le stesse condizioni formulate il 24 febbraio 2022, primo giorno dell’invasione. Eppure, in oltre quattro anni di guerra, la Russia non ha ottenuto nessuno di questi risultati sul campo – e ha pagato un prezzo in vite umane che nessun governo democratico avrebbe potuto sostenere.

I negoziati trilaterali USA–Ucraina–Russia, avviati con relativo ottimismo all’inizio del 2026, si sono arenati nel silenzio. Il conflitto iraniano ha distolto l’attenzione di Washington, e Mosca ha colto l’occasione: a maggio 2026 il Cremlino ha posto come precondizione per riprendere i colloqui il ritiro delle truppe ucraine dal Donbas controllato da Kyiv. Il presidente Volodymyr Zelensky ha rifiutato. Rubio ha dato implicitamente ragione a Zelensky: quella non è una condizione negoziale, è una resa preventiva.

La cronologia dello stallo diplomatico

Gennaio–marzo 2026: tre round di colloqui trilaterali USA–Ucraina–Russia, senza risultati concreti.

Aprile 2026: crisi iraniana distoglie l’attenzione di Washington.

7 maggio 2026: Mosca condiziona la ripresa dei colloqui al ritiro ucraino dal Donbas. Zelensky rifiuta.

22 maggio 2026: Rubio dichiara che i colloqui sono stati finora infruttuosi ma gli USA sono pronti a un nuovo round.

3 giugno 2026: Rubio al Congresso – „le prospettive non sembrano molto ottimistiche”.

Zelensky e la resistenza come leva diplomatica

Un elemento spesso sottovalutato nel dibattito italiano è il ruolo della resistenza militare ucraina come fattore diplomatico. Rubio lo ha esplicitato: i successi delle forze di difesa ucraine sul campo, compresi i colpi portati in profondità nel territorio russo, sono un dato politico rilevante. Non sono „provocazioni”, come li definisce la propaganda del Cremlino – sono la dimostrazione che l’Ucraina non è una vittima passiva ma un attore capace di imporre costi alla Russia.

Questa valutazione ribalta la logica di chi, anche in Italia, sosteneva che meno armi si fornissero all’Ucraina, prima sarebbe arrivata la pace. La realtà sembra essere l’opposto: è la capacità militare ucraina a costringere Mosca a sedersi al tavolo, non la sua debolezza. Rubio ha confermato questo ragionamento davanti ai legislatori americani, e il messaggio è chiarissimo anche per chi avrebbe preferito sentire qualcosa di diverso.

I 400 milioni: la pace si negozia da una posizione di forza

Rubio ha anche annunciato che le notizie riguardanti un nuovo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina da 400 milioni di dollari arriveranno „molto presto”. È un segnale inequivocabile: l’impegno americano non viene subordinato ai progressi diplomatici. L’Ucraina continuerà a ricevere armi indipendentemente dall’esito dei negoziati. Questa scelta non è ideologica – è strategica. Un’Ucraina militarmente più forte è un’Ucraina più difficile da ignorare al tavolo della pace.

Per l’Italia, che nel 2022 si mobilitò con forza nel condannare l’invasione e nel fornire i primi pacchetti di aiuto militare a Kyiv, questo momento richiede una rinnovata chiarezza di visione. Il dibattito politico interno è spesso offuscato da logiche di consenso elettorale, da timori energetici e da un’agenda economica che storicamene ha guardato all’Est con interesse commerciale. Ma ciò che emerge dalle parole di Rubio è che il quadro si sta definitivamente cristallizzando: c’è un aggressore e una vittima, un Paese che ha commesso un errore storico e uno che paga il prezzo di quella scelta.

Un’Europa che deve scegliere

L’analisi di Rubio ha una implicazione che va al di là dell’Ucraina: mette in discussione l’idea, cara a una certa tradizione diplomatica europea, che con Mosca si possa „fare affari” a prescindere dal comportamento internazionale. Quella stagione – se mai è esistita davvero – è finita. La Russia che ha invaso l’Ucraina, che bombarda i civili, che usa la deportazione come strumento di guerra e che si presenta ai negoziati con richieste massimaliste pur senza disporre della forza militare per imporle, non è un partner con cui sia possibile tornare alla normalità senza un cambiamento radicale di comportamento.

L’Italia può scegliere di essere un attore rilevante in questa fase – portando la propria tradizionale vocazione diplomatica al servizio di una pace giusta, non di una resa cosmetica – oppure può restare ai margini, oscillando tra posizioni contraddittorie che non soddisfano nessuno. Le parole di Rubio al Congresso hanno ristretto il campo delle ambiguità praticabili. La scelta spetta a Roma.

Da Washington, Giulia Ferrarini.



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