A maggio l’attività economica nell’area euro ha rallentato bruscamente, scendendo ai minimi da oltre due anni e mezzo.
L’economia europea è sotto pressione per il peso della guerra in Iran.
L’ultima indagine sull’indice dei direttori degli acquisti (PMI), la prima lettura mensile sullo stato dell’economia europea, indica che l’attività delle imprese dell’area euro si è contratta al ritmo più rapido da ottobre 2023.
La Francia è scivolata nella sua contrazione più marcata dai lockdown per il Covid del novembre 2020.
Il rallentamento dell’area euro si aggrava
«I dati preliminari del sondaggio PMI di maggio mostrano che l’economia dell’area euro sta pagando un prezzo sempre più alto per la guerra in Medio Oriente», ha dichiarato Chris Williamson, chief business economist di S&P Global Market Intelligence.
Ha aggiunto che «la produzione è ora in calo da due mesi consecutivi e il ritmo della contrazione a maggio è salito al livello più elevato degli ultimi due anni e mezzo».
L’indice S&P Global Flash Eurozone Composite PMI Output è sceso a 47,5 in maggio da 48,8 in aprile, toccando il minimo da 31 mesi e registrando per il secondo mese consecutivo un valore inferiore alla soglia di 50,0 che separa espansione e contrazione.
Il settore dei servizi, che rappresenta la parte principale della produzione dell’area euro, ha subito il colpo più duro. Il PMI flash dei servizi è sceso a 46,4 da 47,6, il livello peggiore da febbraio 2021 e ben al di sotto della previsione di consenso a 47,7.
Williamson ha aggiunto che il settore dei servizi «è colpito in modo particolarmente grave dall’impennata del costo della vita provocata dalla guerra», in particolare attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia che erode il potere d’acquisto delle famiglie.
L’industria manifatturiera ha tenuto meglio, a 51,4, ma anche qui la dinamica sta rallentando, con i nuovi ordini in calo per la prima volta da mesi.
La Francia registra il calo più marcato
I dati più allarmanti arrivano dalla Francia. Il PMI composito è crollato a 43,5 in maggio da 47,6 in aprile, ben al di sotto dei 47,7 attesi dagli economisti.
«Il PMI flash di maggio per la Francia presenta una serie di numeri molto preoccupanti», ha dichiarato Joe Hayes, principal economist di S&P Global Market Intelligence.
«L’impatto inflazionistico dello shock petrolifero continua a diffondersi, con gli indici dei prezzi sia nel manifatturiero sia nei servizi che tornano a salire», ha aggiunto.
L’indice dell’attività nei servizi, che domina l’economia francese, è sceso a 42,9 da 46,5, il livello più basso degli ultimi 66 mesi.
La produzione manifatturiera, che in aprile aveva dato un effimero impulso, ha invertito nettamente la rotta: il sottoindice della produzione ha perso oltre sei punti, tornando in territorio di contrazione.
Le aziende intervistate da S&P Global hanno indicato direttamente nei costi della guerra la causa principale.
«La preoccupazione è che un aumento generalizzato del livello dei prezzi nell’economia faccia crescere il rischio di una nuova distruzione della domanda», ha proseguito Hayes.
«È particolarmente allarmante il crollo degli ordini privati di maggio, che ci offre un chiaro segnale di quanto questo shock abbia aumentato in modo sostanziale i rischi di recessione per la seconda economia dell’area euro».
Per la prima volta da novembre 2024, le imprese francesi sono diventate pessimiste sull’anno a venire, e il grado di pessimismo è il più elevato dai primi mesi della pandemia di Covid-19, nell’aprile 2020.
La Germania si ferma, ma la contrazione si estende
La Germania, motore industriale del blocco, non è stata risparmiata.
Il PMI composito è salito leggermente a 48,6 da 48,4, un massimo di due mesi ma ancora saldamente in territorio di contrazione.
Il PMI manifatturiero è sceso al minimo da quattro mesi, a 49,9, con la crescita della produzione industriale quasi ferma e i nuovi ordini in calo per la prima volta da dicembre 2025.
Le imprese hanno anche iniziato a tagliare i posti di lavoro in modo più deciso.
L’occupazione in Germania è diminuita al ritmo più rapido da oltre un anno e mezzo, a causa soprattutto dei forti tagli agli organici nel manifatturiero. L’inflazione dei costi di input è accelerata fino a toccare il massimo degli ultimi tre anni e mezzo.
«Le ripercussioni della chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz continuano a trasferirsi sui prezzi: l’inflazione dei costi di input registra una nuova accelerazione, per gli effetti a catena dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle carenze di approvvigionamento», ha spiegato Phil Smith, Economics Associate Director di S&P Global Market Intelligence.
Uno shock inflazionistico che la BCE non può ignorare
I dati PMI di maggio non raccontano solo una storia di crescita.
L’inflazione dei costi di input nell’area euro è accelerata per il settimo mese consecutivo, raggiungendo il massimo degli ultimi tre anni e mezzo. I prezzi applicati a beni e servizi sono aumentati al ritmo più rapido da 38 mesi.
In Francia, l’inflazione dei prezzi alla produzione ha toccato il massimo degli ultimi tre anni. In Germania, l’indice dei prezzi di acquisto dell’industria manifatturiera è balzato verso i livelli visti durante la crisi energetica del 2022.
La Banca centrale europea si trova ora davanti a quello che Williamson definisce «un dilemma sempre più profondo per le autorità di politica monetaria».
I mercati monetari prezzano una probabilità superiore all’80% di un aumento dei tassi di 25 punti base nella prossima riunione della BCE, con altri due rialzi attesi entro fine anno, nonostante il rapido peggioramento dei dati sulla crescita.
Il prezzo del blocco a Hormuz
Due mesi fa l’Europa era ancora in espansione. Oggi l’attività economica sta lanciando i segnali di recessione più chiari degli ultimi anni.
La chiusura dello Stretto di Hormuz non è più solo una notizia di geopolitica: si riflette direttamente sull’economia reale dell’area euro e la BCE ha sempre meno tempo per decidere quale lato del dilemma difendere.
