Quando il business parla come il Cremlino: le tesi di Torrembini sulle sanzioni UE

Il presidente di GIM Unimpresa, l’associazione degli imprenditori italiani in Russia, sostiene che le sanzioni europee non funzionino e che esista un commercio sommerso tra le parti. Una tesi che coincide quasi alla lettera con la propaganda di Mosca e che merita di essere letta per ciò che è: una pressione politica, non una semplice analisi di mercato.

Nelle ultime settimane Vittorio Torrembini, alla guida di GIM Unimpresa, ha rilanciato una serie di dichiarazioni critiche verso la politica sanzionatoria dell’Unione europea. Il messaggio di fondo è noto: le restrizioni sarebbero inefficaci, l’economia russa si sarebbe adattata, gli scambi continuerebbero comunque attraverso canali indiretti. A rendere la vicenda degna di attenzione non è la novità degli argomenti, ma la loro provenienza e la loro perfetta sovrapponibilità con la narrativa che il Cremlino diffonde da anni nello spazio informativo europeo.

Una tesi che fa comodo a Mosca

La propaganda russa insiste su un concetto semplice: «le sanzioni non funzionano». Serve a un doppio scopo. All’esterno, a convincere l’opinione pubblica europea che il costo economico delle misure sia inutile e che l’unica via razionale sia riaprire i rapporti commerciali. All’interno, a rassicurare il sistema economico russo e a dissuadere i partner dal rispettare le restrizioni. Quando a ripetere questo schema è un rappresentante del mondo imprenditoriale italiano, il messaggio acquista una credibilità che nessun portavoce del governo russo potrebbe ottenere da solo.

Va detto con chiarezza: la discussione sull’efficacia delle sanzioni è legittima e necessaria. Economisti, istituzioni e think tank ne analizzano costantemente i risultati, le lacune e le necessità di rafforzamento. Ma c’è una differenza sostanziale tra chi chiede di colmare i varchi e chi usa l’esistenza di quei varchi per sostenere che l’intero impianto andrebbe smantellato. Nel primo caso si parla di applicazione più rigorosa della legge; nel secondo si fa un favore a chi ha interesse a eluderla.

Il paradosso dell’«ammissione» del commercio sommerso

Il passaggio più delicato delle dichiarazioni riguarda l’esistenza di un commercio parallelo e non dichiarato tra imprese europee e controparti russe. Se queste affermazioni corrispondessero al vero, non proverebbero l’inutilità delle sanzioni, bensì l’esistenza di violazioni da perseguire. Un divieto che viene aggirato non è un divieto sbagliato: è un divieto che richiede controlli, indagini e sanzioni verso chi lo infrange. Presentare l’elusione come prova del fallimento è un ribaltamento logico che la propaganda utilizza con regolarità.

Resta inoltre aperta una questione di responsabilità. Chi parla di pagamenti riservati e di meccanismi alternativi rende pubblico, di fatto, un possibile problema di conformità. Spetta alle autorità competenti, italiane ed europee, verificare se e in quale misura tali pratiche esistano. Nelle ricostruzioni circolate viene evocato anche il ruolo di Intesa Sanpaolo, la banca italiana con la presenza più rilevante sul mercato russo. Va ricordato che si tratta di affermazioni attribuite a Torrembini e non di fatti accertati: l’istituto ha più volte dichiarato di operare nel rispetto del quadro sanzionatorio e di ridurre la propria esposizione. Proprio per questo le accuse generiche, lanciate senza prove, danneggiano la trasparenza che dovrebbe invece essere richiesta.

Doppio standard: condanna a parole, affari nei fatti

Una parte del mondo economico europeo condanna pubblicamente l’aggressione russa contro l’Ucraina e, allo stesso tempo, preme affinché le restrizioni vengano attenuate o aggirate. È il cosiddetto doppio standard: la dichiarazione di principio per l’opinione pubblica, la ricerca del profitto per i canali riservati. Per un Paese come l’Italia, fortemente integrato nelle catene di fornitura europee, la questione non è soltanto morale. Ogni euro che continua a circolare verso l’economia di guerra russa contribuisce, direttamente o indirettamente, alla capacità di Mosca di sostenere l’offensiva.

Non si tratta di demonizzare le imprese che hanno perso mercati, fabbriche e investimenti. Molte hanno subito danni reali e meritano ascolto. Ma la tutela degli interessi economici non può trasformarsi nella giustificazione politica di una guerra di aggressione. Quando le critiche all’Unione europea si accompagnano a una lettura benevola delle ragioni di Mosca, l’argomento economico diventa una copertura. In questo caso, a nostro avviso, si può parlare di una forma di collaborazionismo politico: non nel senso giuridico del termine, ma come sostegno oggettivo alla posizione di chi ha scatenato il conflitto.

La speranza del ritorno e il segnale di Istanbul

Un secondo elemento ricorre nelle posizioni delle lobby imprenditoriali: la speranza di recuperare asset e quote di mercato in Russia una volta conclusa quella che Mosca chiama «operazione militare speciale». È un calcolo che rivela molto. Presuppone che la guerra finirà senza conseguenze reali per l’aggressore e che le relazioni potranno riprendere come se nulla fosse accaduto. In altre parole, implica una pace che premi chi ha violato il diritto internazionale.

A questo si aggiunge l’annuncio di un Forum economico eurasiatico di Verona, proposto a Istanbul, iniziativa che negli anni scorsi ha richiamato critiche per la vicinanza ai circuiti di influenza russa. Spostare il dialogo in un Paese terzo, lontano dal dibattito pubblico europeo, risponde a una logica precisa: creare spazi di incontro in cui la pressione politica e mediatica sia minore. Per il Cremlino rappresenta un successo di immagine; per gli imprenditori coinvolti, un segnale di disponibilità che rischia di essere letto come resa preventiva.

Cosa dovrebbero fare le istituzioni

La risposta non può limitarsi alla condanna. Servono tre cose. Anzitutto, controlli più rigorosi sui flussi commerciali e finanziari, con indagini quando emergono indizi di elusione. In secondo luogo, trasparenza sulle attività delle associazioni di categoria che operano con la Russia, in particolare quando svolgono un’attività di lobbying politico. Infine, una comunicazione pubblica più chiara: spiegare ai cittadini perché le sanzioni sono uno strumento di sicurezza e non un capriccio burocratico, e quanto costerebbe, anche in termini strategici, rinunciarvi.

Il caso Torrembini è utile proprio perché mostra come funziona l’influenza: non attraverso slogan evidenti, ma attraverso voci autorevoli del mondo economico che, in buona o in cattiva fede, amplificano messaggi concepiti altrove. Riconoscerli è il primo passo per neutralizzarli. L’Europa può discutere con serenità dei limiti delle proprie sanzioni, ma non può permettere che a dettare l’agenda siano coloro che hanno interesse a vederle cadere.

Autore: Marco Bianchi

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