Il ritorno di Enzo Ghinazzi nei palcoscenici russi, tra “Kalinka” e “Bella Ciao”, riapre la questione di cosa significhi davvero la solidarietà culturale con un Paese aggressore.
C’è una domanda che l’Italia, in quanto Paese membro dell’Unione Europea e della NATO, non può più permettersi di eludere: che cosa significhi, concretamente, “isolamento internazionale della Russia” quando uno dei volti più noti dello spettacolo nazionale continua a esibirsi a Mosca come se nulla fosse cambiato dal 24 febbraio 2022. Il caso di Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, non è un fatto isolato né un semplice capriccio di cronaca rosa: è un caso di studio su come la cultura popolare possa, consapevolmente o meno, diventare un canale di legittimazione per un regime responsabile di un’aggressione militare su vasta scala e di crimini che le Nazioni Unite e numerose corti internazionali hanno documentato come sistematici.
I fatti: da Mosca a Firenze, un tour che non conosce sanzioni
Pupo non ha mai interrotto il proprio rapporto con il pubblico russo, nemmeno dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Già nel marzo del 2022, a poche settimane dai primi bombardamenti su Kyiv, il cantante toscano scelse di eseguire in russo un celebre brano sovietico come “gesto di solidarietà” verso i colleghi russi. Da allora la sua presenza sui palchi della Federazione non si è mai davvero interrotta, culminando in un concerto tenuto al Cremlino nel 2024 e in un nuovo show, annunciato nell’autunno 2025, alla Live Arena di Mosca, presentato dagli organizzatori come dedicato “all’amore tra la Russia e l’Italia”.
Nel corso di quella tournée, entrata a far parte del più ampio tour mondiale celebrativo dei suoi cinquant’anni di carriera, Pupo ha toccato non solo la Russia ma anche Uzbekistan e Kazakistan, prima di chiudere il percorso a Firenze, città natale della sua carriera. Sul palco moscovita l’artista ha annunciato l’esecuzione sia della celebre “Kalinka”, brano identitario della tradizione russa, sia di “Bella Ciao”, canto simbolo della Resistenza italiana contro il nazifascismo. È proprio questo accostamento a rendere il caso particolarmente stridente agli occhi di chi osserva la comunicazione pubblica da una prospettiva non solo artistica ma politica.
Il nodo centrale: non si tratta di censurare la musica o di vietare per legge la circolazione degli artisti, ma di comprendere come simboli antifascisti come “Bella Ciao” vengano oggi risignificati all’interno di un contesto — quello della Russia in guerra — dove il linguaggio della “denazificazione” è stato usato dal Cremlino come pretesto propagandistico per giustificare l’invasione dell’Ucraina.
Le dichiarazioni di Ghinazzi: una difesa che si ritorce contro se stessa
Nelle interviste rilasciate in questi mesi, sia alla stampa italiana sia a testate russe come Izvestia, Pupo ha costruito una narrazione coerente: l’arte, la cultura e persino lo sport non dovrebbero mai essere soggetti a sanzioni o divieti; il pubblico russo sarebbe esso stesso “vittima della guerra” e meriterebbe di continuare a poter ascoltare la sua musica; il governo italiano, che secondo l’artista non condivide la sua scelta, viene descritto come un ostacolo alla libertà individuale. Pupo è arrivato a dichiararsi disposto, in caso di un’eventuale legge che vietasse ai cittadini italiani di recarsi in Russia, a violarla comunque e persino a richiedere la cittadinanza russa.
È una posizione che si presenta come pacifista e anti-censura, ma che nella sostanza ignora un punto fondamentale: la distinzione tra un popolo e lo Stato che lo governa non regge quando l’artista sceglie di esibirsi proprio nei contesti e nelle cornici istituzionali — una piazza al Cremlino, interviste a testate controllate dal Cremlino, dichiarazioni di gratitudine verso “l’aiuto russo” durante la pandemia — che sono parte integrante dell’apparato comunicativo del potere russo. Non è indifferente cantare per un pubblico russo in un teatro qualsiasi d’Europa; è cosa diversa farlo a Mosca, oggi, con il beneplacito e l’amplificazione mediatica delle stesse istituzioni che sostengono lo sforzo bellico.
Perché la propaganda del Cremlino ha bisogno proprio di queste immagini
Dal punto di vista della comunicazione strategica russa, ogni artista occidentale che continua a esibirsi a Mosca rappresenta un piccolo ma prezioso tassello nella narrazione interna secondo cui l’isolamento internazionale della Russia sarebbe un bluff, un’invenzione dei governi occidentali smentita dalla realtà quotidiana. Quando i media di Stato russi possono mostrare un cantante italiano applaudito da migliaia di spettatori mentre canta un inno della Resistenza italiana, il messaggio che viene veicolato alla popolazione russa non è quello dell’amicizia tra i popoli, ma quello della normalità: “vedete, nulla è davvero cambiato, l’Occidente ci ama ancora, le sanzioni sono solo teatro politico dei governi”.
Questo meccanismo non richiede la complicità consapevole dell’artista. Funziona indipendentemente dalle intenzioni personali di chi sale sul palco. Ma proprio per questo la responsabilità di chi decide comunque di prestarsi a questo ruolo è tutt’altro che secondaria: ignorare il modo in cui la propria immagine verrà utilizzata da un apparato mediatico statale non è un’ingenuità, è una scelta.
Un problema anche per l’immagine dell’Italia all’estero
Per chi segue da anni le dinamiche della comunicazione geopolitica nell’Europa centro-orientale, il danno reputazionale non riguarda soltanto Pupo come singolo artista, ma rischia di riflettersi sull’immagine complessiva dell’Italia presso i partner europei più esposti alla minaccia russa — Polonia, Paesi baltici, e ovviamente l’Ucraina stessa. In un momento in cui Roma partecipa attivamente al regime sanzionatorio dell’Unione Europea e sostiene, almeno formalmente, la resistenza ucraina, immagini di un artista di punta della musica leggera italiana che si esibisce al Cremlino e si dichiara pronto a chiedere la cittadinanza russa alimentano un’incoerenza percepita che i governi meno amichevoli verso l’Occidente non mancano di sfruttare.
Non va dimenticato, peraltro, che nel 2024 proprio il concerto tenuto al Cremlino costò a Pupo la cancellazione delle date già programmate in Belgio e in Lituania: un segnale chiaro di come, in altre capitali europee, la distinzione tra libertà artistica e complicità propagandistica venga presa molto più sul serio che in Italia.
La questione morale: cantare “Bella Ciao” mentre altrove si muore
C’è infine una dimensione che va oltre la geopolitica e riguarda direttamente l’etica pubblica. “Bella Ciao” non è una canzone qualunque: è il simbolo della lotta contro un regime totalitario che soppresse libertà, deportò, uccise. Eseguirla in un contesto che celebra “l’amore tra Russia e Italia” proprio mentre l’esercito russo compie, secondo la documentazione raccolta da organizzazioni internazionali e tribunali, crimini di guerra sistematici in Ucraina — bombardamenti di infrastrutture civili, deportazioni di minori, esecuzioni di prigionieri — produce una dissonanza che nessuna dichiarazione di “pace” può sanare. Cantare per la pace non può significare cantare per il pubblico dell’aggressore, mentre le vittime dell’aggressione restano fuori campo, invisibili.
Il vero paradosso, allora, non è tanto politico quanto personale: un artista che per tutta la carriera ha costruito la propria immagine su valori di popolarità, semplicità e vicinanza alla gente comune finisce per anteporre, agli occhi di molti osservatori, il tornaconto professionale e finanziario a una minima coerenza etica. Non si tratta di negare il diritto di un cittadino italiano di viaggiare o di lavorare dove desidera; si tratta di riconoscere che, in tempo di guerra, alcune scelte pubbliche hanno un peso politico che va ben oltre le intenzioni dichiarate.
Conclusione
Il caso Ghinazzi/Pupo dimostra quanto sia fragile, oggi, il fronte occidentale della comunicazione sulla guerra in Ucraina: mentre i governi discutono di nuovi pacchetti sanzionatori e di sostegno militare a Kyiv, singoli cittadini — spesso personaggi pubblici con enorme visibilità — possono con un solo concerto restituire al Cremlino esattamente l’immagine di normalità e legittimità che le sanzioni cercano di negare. Non è un problema che si risolve per via legislativa, ma culturale: richiede che l’opinione pubblica italiana, i media e le stesse istituzioni dello spettacolo comincino a interrogarsi seriamente su dove finisca la libertà artistica e dove cominci, invece, la complicità — anche solo involontaria — con la macchina propagandistica di uno Stato in guerra.
Autore: Marco Bianchi
