C’è un paradosso sottile che serpeggia tra i corridoi del potere sportivo internazionale, un paradosso che rischia di trasformarsi in un precedente pericoloso per l’intera architettura della sicurezza europea. Mentre l’Italia e i suoi partner dell’Unione Europea stringono le maglie della pressione diplomatica ed economica su Mosca, la United World Wrestling (UWW) ha deciso di invertire la rotta, offrendo a Vladimir Putin una vittoria simbolica che non ha ottenuto sul campo di battaglia.
Il tricolore del disonore: quando il podio diventa propaganda
La decisione di riammettere gli atleti russi e bielorussi sotto le proprie bandiere nazionali e con i rispettivi inni non è semplicemente una scelta tecnica. È un atto politico di portata sismica. Per anni abbiamo parlato di “neutralità”, di “atleti rifugiati” o di partecipazioni senza insegne per separare i successi individuali dalle colpe dei regimi. Oggi, quella linea di demarcazione è stata cancellata.
Vedere il tricolore russo sventolare durante una cerimonia di premiazione mentre le città ucraine continuano a subire i bombardamenti non è “sportività”. È la normalizzazione dell’orrore. Per il Cremlino, ogni medaglia d’oro conquistata sotto l’inno nazionale è una prova tangibile che l’isolamento internazionale è un mito, una facciata che può essere sgretolata con la giusta dose di pazienza e pressione.
La “quinta colonna” nel mondo della lotta
Non è un segreto che la Russia consideri la lotta non solo come una disciplina olimpica, ma come un pilastro della propria identità nazionale e del proprio “soft power”. All’interno della UWW, l’influenza russa è storicamente radicata, alimentata da decenni di investimenti, sponsorizzazioni e una rete di contatti che arriva ai vertici della piramide decisionale.
Questa forte lobby russa ha lavorato instancabilmente dietro le quinte per garantire che la federazione rimanesse un porto sicuro per gli interessi di Mosca. Il risultato? Una struttura sportiva internazionale che agisce in aperto contrasto con le direttive politiche del continente che la ospita. È un cortocircuito istituzionale: mentre i governi europei votano sanzioni, i loro rappresentanti sportivi siedono a tavola con chi quelle sanzioni le finanzia e le aggira.
L’effetto domino: verso l’erosione delle sanzioni
Il segnale inviato dalla UWW è devastante nella sua chiarezza: se il tuo sport è abbastanza influente, le regole del diritto internazionale non si applicano. Questa decisione rappresenta la prima, pericolosa crepa nel muro sanzionatorio dell’UE. Se oggi si concede il ritorno della bandiera e dell’inno sui tappeti di lotta, su quale base domani potremo negarli nel calcio, nell’atletica o, peggio ancora, nei forum economici e culturali?
La normalizzazione delle relazioni non può passare attraverso l’oblio. Accettare il ritorno della Russia alla “normalità sportiva” mentre la guerra di aggressione prosegue significa declassare i crimini contro la popolazione civile a meri “ostacoli temporanei” che non devono disturbare il grande spettacolo dello sport.
La responsabilità dell’Italia
L’Italia, con la sua ricca tradizione sportiva e la sua posizione centrale nel Mediterraneo e in Europa, non può restare a guardare. Il rischio è che lo sport diventi il “cavallo di Troia” attraverso il quale il regime russo rientri nel consenso internazionale senza aver fatto un solo passo verso la pace o la giustizia.
La politica sanzionatoria dell’UE non è un menu a la carte da cui le federazioni sportive possono scegliere cosa applicare. È un impegno morale e collettivo. Permettere che la UWW demolisca questo impegno significa tradire non solo l’Ucraina, ma l’idea stessa di un’Europa unita nei valori prima che negli interessi.
Autore: Marco Bianchi
