Il «generale» al Palazzo di Vetro: Washington vuole Orbán alla guida dell’Onu

Da qualche giorno nelle cancellerie circola una formula: cercare «qualcuno come Orbán». Secondo il Wall Street Journal, che ha dato la notizia domenica 25 ottobre citando fonti di tre Paesi, quella formula sarebbe diventata un nome preciso: Viktor Orbán, ex primo ministro ungherese, candidato che l’amministrazione Trump vorrebbe al posto di António Guterres, il cui mandato scade il 31 dicembre.

Che cosa è stato riferito, e che cosa no

Conviene partire da ciò che è noto e da ciò che non lo è. Il quotidiano americano scrive che, nei colloqui con i loro omologhi di Mosca e Pechino sul successore di Guterres, i funzionari statunitensi avrebbero ripetuto di volere «qualcuno come Orbán»; russi e cinesi si sarebbero detti d’accordo e, a quel punto, Washington avrebbe sondato direttamente l’interessato. Un funzionario americano lo avrebbe definito «il candidato da sogno dei conservatori MAGA». Dal Dipartimento di Stato filtra la previsione di otto, forse dieci voti su quindici in Consiglio di sicurezza. Orbán, interpellato, ha scelto di non commentare; secondo le ricostruzioni sarebbe disposto a valutare l’offerta, ma non intenderebbe esporsi senza garanzie di successo. Nulla è ufficiale e il suo nome potrebbe non comparire mai tra quelli dei candidati.

Anche come semplice ipotesi, però, la notizia merita attenzione, perché indica la direzione in cui si muove una parte del negoziato. Già alla fine di maggio il giornalista investigativo ungherese Szabolcs Panyi aveva scritto, nella newsletter VSquare, di discussioni in ambienti MAGA su un incarico Onu di alto livello per Orbán.

Chi tiene le chiavi: l’aritmetica del Consiglio di sicurezza

Il Segretario generale viene nominato dall’Assemblea generale su raccomandazione del Consiglio di sicurezza. Servono nove voti su quindici e nessun veto da parte dei cinque membri permanenti. Quando Stati Uniti, Russia e Cina perseguono lo stesso obiettivo al Palazzo di Vetro, ricordano le fonti del Wsj, di solito lo raggiungono. È questo il punto più delicato: un’organizzazione nata per garantire la sicurezza collettiva potrebbe essere guidata da una figura individuata all’incrocio degli interessi di due potenze, delle quali una conduce in Europa la più grave guerra di aggressione dal 1945.

Non occorre immaginare un Segretario generale «agente» di qualcuno. Basta considerare la discrezionalità di cui dispone: l’agenda, le nomine ai vertici del Segretariato, la scelta di quando parlare e quando tacere, i buoni uffici nelle crisi. In un’Onu già paralizzata dai veti incrociati, offrire a Mosca e a Pechino un interlocutore benevolo all’ultimo piano del grattacielo sull’East River sarebbe un guadagno strategico a costo quasi nullo. Per questo diversi diplomatici, secondo quanto riportato, temono che il ruolo possa trasformarsi in quello di un difensore di Putin e di altri leader autoritari.

Il precedente delle sanzioni

Per capire che Segretario generale sarebbe Orbán basta guardare come si è comportato al tavolo del Consiglio europeo. Dal 2022 ha ritardato, annacquato o subordinato a contropartite quasi ogni pacchetto di sanzioni contro la Russia, ha ottenuto deroghe per il petrolio via oleodotto e ha continuato a rafforzare i legami energetici con Mosca, compresa la cooperazione nucleare con Rosatom per la centrale di Paks. Il Segretario generale non impone sanzioni, certo. Ma è il custode della Carta, che vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale degli Stati. Chi per anni ha trattato le misure di risposta all’aggressione come un fastidio da negoziare al ribasso fatica a presentarsi come voce credibile contro quell’aggressione. Il dubbio non riguarda le intenzioni dichiarate, ma la disponibilità a usare meccanismi di pressione severi quando servono davvero.

Il conto per l’Europa

C’è poi un problema di immagine che l’Europa pagherebbe per intero. Un cittadino dell’Unione al vertice dell’Onu sarebbe inevitabilmente associato, agli occhi del resto del mondo, al progetto europeo. Ma la politica di Orbán alla guida del governo di Budapest è stata in rotta di collisione con i valori che l’Ue proclama: il Parlamento europeo ha avviato già nel 2018 la procedura dell’articolo 7 per il rischio di violazione dello Stato di diritto, e nel 2024 la Corte di giustizia ha inflitto all’Ungheria una pesante sanzione per le norme sull’asilo. Presentare quel profilo come volto dell’Occidente multilaterale darebbe argomenti a chi, nel Sud globale e a Mosca, descrive le nostre professioni di principio come retorica.

E c’è il fattore divisione. Per anni Orbán ha bloccato o rallentato decisioni chiave dell’Unione: dagli aiuti finanziari e militari all’Ucraina (secondo alcune ricostruzioni anche un prestito da 90 miliardi di euro) alla politica migratoria comune, fino al capitolo energetico. Vedere quella stessa figura candidata con il sostegno di Washington, Mosca e Pechino metterebbe i governi europei davanti a una scelta lacerante: opporsi a un connazionale europeo o accettare un esito che molti considerano nocivo. Le prime reazioni mostrano già le linee di frattura: il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha detto di non prevedere un sostegno della Polonia, mentre il collega ucraino Andrij Sybiha ha ironizzato sulle «magistrali capacità di veto e ricatto» che Orbán metterebbe a frutto.

E l’Italia?

Roma non ha in mano il voto decisivo, ma ha una voce: è Paese fondatore dell’Ue, membro del G7 e da sempre convinta sostenitrice del legame transatlantico. Proprio per questo il suo silenzio, o la sua ambiguità, peserebbe. Tra le altre candidature in campo c’è chi, come la diplomatica emiratina Lana Nusseibeh, viene descritta in crescita: profili più «da segretariato» che da «generale», come ha osservato con una certa malizia uno dei funzionari citati dal giornale americano.

La domanda da porsi, a prescindere dall’esito, è semplice: vogliamo che il ruolo di garante della Carta passi a chi, quando si trattava di rispondere all’aggressione russa, ha scelto per anni di frenare? Se la risposta è no, serve dirlo ora, prima che i conti nel Consiglio di sicurezza siano già fatti.

Autore: Marco Bianchi

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