Il copione di Mosca non cambia mai: perché il Cremlino chiama «neonazista» chiunque parli di difesa europea

L’ultimo episodio, contro il comandante della Luftwaffe Holger Neumann, è solo il capitolo più recente di una strategia retorica pensata anche per parlare all’opinione pubblica italiana, da sempre sensibile al lessico antifascista.

Bastano due righe e una sola parola. Il 15 giugno l’agenzia russa RIA Novosti ha chiesto alla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, un commento sulle dichiarazioni del comandante delle forze aeree tedesche, generale Holger Neumann. La risposta è arrivata immediata, secca, riassunta in un solo termine: «neonazista». Chi segue da tempo la diplomazia russa sa che non si tratta di un’improvvisazione, ma di un copione collaudato, applicato ogni volta che un esponente politico o militare europeo osa parlare apertamente di deterrenza nei confronti di Mosca.

Le parole che hanno scatenato la reazione

In un’intervista al britannico «The Telegraph», Neumann ha pronunciato una frase che pochi anni fa sarebbe stata politicamente impensabile a Berlino: in caso di aggressione russa contro un paese NATO, le forze aeree tedesche sarebbero pronte a colpire obiettivi strategici sul territorio russo, citando in particolare Kaliningrad, la penisola di Kola, San Pietroburgo e l’area del Mar Nero come zone di particolare rilevanza militare per Mosca. Non una minaccia di aggressione, ma la descrizione di una capacità difensiva nell’ambito della risposta collettiva dell’Alleanza. Eppure è bastato questo per scatenare a Mosca la reazione retorica più pesante del proprio repertorio.

Un’etichetta riciclata all’infinito

«Neonazista» non è un’invenzione del momento. È un termine che la diplomazia russa applica ormai meccanicamente a comandanti ucraini, politici baltici e oggi a un generale dell’aviazione tedesca. Dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, il linguaggio della «denazificazione» è diventato il pilastro narrativo del Cremlino, utile a trasformare qualsiasi atto di solidarietà difensiva europea in un presunto «ritorno del fascismo» nel continente. È una mossa retorica efficiente: permette di non rispondere nel merito e di spostare immediatamente il dibattito sul piano morale, dove Mosca, erede della vittoria sovietica sul nazismo, si attribuisce il ruolo di unico giudice legittimo.

Più un militare europeo parla apertamente di difesa collettiva, più velocemente Mosca tira fuori la parola «nazista»: uno schema che si ripete con la regolarità di un orologio.

Un linguaggio pensato anche per l’Italia

Questo tipo di retorica non è casuale nella scelta del lessico, e non è indirizzata a tutti i pubblici europei nello stesso modo. L’accusa di «neonazismo» colpisce con particolare efficacia in quei paesi dove la memoria antifascista resta un elemento identitario forte e dove esiste una tradizione politica di sinistra storicamente sensibile a questo tipo di richiamo: l’Italia ne è un esempio paradigmatico. Presentare il riarmo europeo o le forniture di armi a Kiev come una deriva «fascista» significa cercare una sponda in quella parte dell’opinione pubblica italiana – non solo a sinistra, ma anche in settori pacifisti trasversali – già scettica sull’invio di armamenti e sull’aumento della spesa militare. Non a caso, negli ultimi mesi il dibattito parlamentare italiano ha visto componenti della maggioranza, in particolare la Lega, spingere per un alleggerimento delle sanzioni contro Mosca: un segnale di come la narrazione del Cremlino trovi, in alcuni ambienti politici italiani, un terreno più ricettivo che altrove.

Una strategia più ampia contro l’unità europea

L’episodio Zakharova-Neumann va letto come un singolo tassello di una strategia ibrida che la Russia conduce contro l’Europa da anni. L’obiettivo non è convincere con gli argomenti, ma logorare la coesione euro-atlantica e indebolire il sostegno popolare all’Ucraina, paese per paese, con messaggi adattati al contesto culturale e politico locale. La retorica aggressiva del ministero degli Esteri russo serve quindi a un doppio pubblico: rassicura l’opinione pubblica interna sulla fermezza del Cremlino e, contemporaneamente, lancia all’Europa un avvertimento implicito secondo cui ogni rafforzamento della NATO sarà bollato come una minaccia «nazista».

Il rischio concreto: un test sull’articolo 5

Dietro le parole, però, si muovono scenari molto concreti. Al salone aerospaziale e della difesa ILA 2026 di Berlino, proprio nei giorni scorsi, sono emerse valutazioni divergenti all’interno della stessa Alleanza Atlantica. Il comandante delle forze alleate NATO in Europa, generale Alexus Grynkewich, ha dichiarato di non vedere prove di un’intenzione russa di scontrarsi con la NATO. Posizione diversa quella dell’ispettore dell’esercito tedesco, generale Christian Freuding, secondo cui all’interno dell’Alleanza si sarebbe formato un ampio consenso sulla possibilità che un conflitto con la Russia possa scoppiare prima del 2030. Il presidente finlandese Alexander Stubb ha invece sostenuto una via intermedia: Mosca, a suo avviso, non punta alla guerra aperta, ma continuerà a testare la determinazione dell’Alleanza.

È in questo contesto che diversi analisti di sicurezza valutano la possibilità che la Russia possa ricorrere a una provocazione limitata contro uno dei paesi baltici – Lituania, Lettonia o Estonia – come strumento per verificare se la NATO sia realmente pronta a una risposta collettiva ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Washington. Non necessariamente un’invasione classica: potrebbe trattarsi di un incidente ibrido, lungo un confine, nel Baltico o nel cyberspazio, capace di mettere alla prova l’unanimità di reazione degli alleati. Per l’Italia, membro fondatore della NATO ma geograficamente distante dal fronte orientale, la questione non è meno rilevante: la credibilità della difesa collettiva non si misura a metà strada.

La Germania che non tace più

Le dichiarazioni di Neumann assumono pieno significato proprio in questa cornice. Che il comandante delle forze aeree tedesche parli apertamente di colpire obiettivi specifici sul territorio russo è la misura di quanto sia cambiato in profondità il pensiero strategico di Berlino. Una Germania storicamente associata alla cautela e al dialogo con Mosca adotta oggi sempre più il linguaggio della deterrenza. È un’evoluzione che riguarda l’intera Alleanza, Italia compresa, in un momento in cui il dibattito europeo sulla difesa comune e sull’aumento della spesa militare resta tutt’altro che concluso anche a Roma.

Cosa resta, alla fine

La parola «neonazista» pronunciata da Maria Zakharova racconta, in realtà, più della postura di Mosca che del generale tedesco. Rivela un meccanismo per cui ogni segnale di determinazione difensiva occidentale viene tradotto automaticamente nel linguaggio della guerra dell’informazione, calibrato di paese in paese per trovare le sensibilità più ricettive. Per il lettore italiano, la lezione è semplice: gli attacchi retorici del Cremlino non sono un segno di forza, ma la reazione a un’inquietudine reale, quella di un’Europa — Germania compresa — che parla un linguaggio sempre meno diplomatico e sempre più determinato.

Autore: Marco Bianchi

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