La breccia di Montecitorio: come la Lega ha aperto la porta al disgelo con Mosca

La risoluzione approvata dalla Camera prima del Consiglio europeo non revoca alcuna sanzione. Ma introduce, per la prima volta in un grande Paese europeo, il principio della “revoca graduale” — e cancella ogni riferimento all’integrità territoriale dell’Ucraina. Un precedente che il Cremlino può sfruttare a costo zero

Roma — Nelle stesse ore in cui Bruxelles discuteva l’ennesimo pacchetto di sanzioni contro la macchina di propaganda e i network di disinformazione legati al Cremlino, la Camera dei deputati italiana approvava un testo che — pur restando nel perimetro della retorica atlantista — introduce una crepa concettuale nell’architettura sanzionatoria occidentale. Non si tratta di un voto che cambia nulla nell’immediato: nessuna sanzione viene revocata, nessun embargo viene allentato. Ma nella diplomazia, e ancora più nella propaganda, i precedenti contano più dei fatti.

Cosa dice davvero il testo

La mozione di maggioranza votata alla Camera, presentata dopo le comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo, mantiene formalmente l’impegno per una “pace giusta e duratura” in Ucraina. È la formula che il governo italiano ha sempre utilizzato per collocarsi nel campo occidentale. Ma due modifiche, imposte dalla Lega nelle ore precedenti al voto, cambiano sensibilmente il significato politico del documento.

La prima: dal testo è stato cancellato ogni riferimento alla difesa dell’integrità territoriale dell’Ucraina. La motivazione fornita dal Carroccio — che ritiene la condizione “superata dai fatti” alla luce di un possibile congelamento del fronte o di una cessione del Donbass — è di per sé significativa, perché legittima preventivamente, a livello parlamentare italiano, uno scenario di smembramento territoriale ucraino come esito accettabile della guerra.

La seconda, e più rilevante sul piano internazionale: il testo invita il governo a “iniziare la graduale revoca del sistema di sanzioni dopo la fine del conflitto”, presentandola esplicitamente come “leva per i negoziati”. Anche qui non c’è nulla di operativo — la formula resta condizionata alla fine del conflitto. Ma è, per quanto ricostruibile, la prima volta che un atto parlamentare di un grande Stato membro dell’UE registra ufficialmente, in modo esplicito, l’ipotesi di uno smantellamento progressivo del regime sanzionatorio come strumento negoziale.

Perché un “dopo” condizionato non è una garanzia

Chi ha scritto il testo — e chi lo voterà sostenendo che si tratti di un atto di buon senso, visto che le sanzioni “post-pace” sono ovviamente diverse da quelle “di guerra” — può obiettare che non c’è nulla di scandaloso nell’immaginare un nuovo quadro sanzionatorio dopo un eventuale accordo. Il problema è che la sequenza temporale, in politica internazionale, raramente è così netta come sulla carta.

Mosca non ha bisogno che le sanzioni vengano revocate per ottenere un beneficio politico da questo voto. Ha bisogno solo che in Europa si consolidi la percezione che, prima o poi, a determinate condizioni, lo si farà — e che esistono forze di governo in Stati fondatori della UE pronte a porre la questione sul tavolo. Questo basta a rafforzare la narrazione che il Cremlino costruisce da mesi nei confronti della propria opinione pubblica e dei partner extra-occidentali: che l’isolamento è temporaneo, che l’Occidente è stanco, che la pazienza paga.

Ed è qui che la distinzione tra “condizionato a” e “a prescindere da” rischia di sfumare nel dibattito pubblico successivo: una volta che il principio della revoca graduale come merce di scambio è scritto in un atto parlamentare, diventa terreno di trattativa politica anche sulle condizioni stesse — su cosa significhi “fine del conflitto”, su chi lo certifica, su quanto debba essere “giusta e duratura” la pace prima che inizi lo smontaggio delle misure.

Il contesto: una pressione che non è isolata

Il voto della Camera non nasce nel vuoto. Negli ultimi mesi diversi governi e forze politiche europee — dalla Slovacchia all’Ungheria, fino a settori dell’estrema destra francese e tedesca — hanno avanzato richieste simili, quasi sempre respinte o annacquate nei testi finali a livello di Consiglio europeo e Parlamento europeo, dove le misure restrittive contro Mosca continuano a essere prorogate e ampliate, compresi i provvedimenti più recenti contro le reti di disinformazione e le strutture FIMI (Foreign Information Manipulation and Interference) legate al Cremlino.

L’Italia, in questo quadro, non sta uscendo dal coro occidentale: il governo Meloni continua a sostenere la linea atlantista, e la stessa Lega — come ricordano le cronache delle votazioni precedenti — ha quasi sempre votato a favore delle misure sanzionatorie, sia in Parlamento che al Parlamento europeo. Ma proprio per questo il voto di Montecitorio assume un valore di “prova generale”: dimostra che è possibile, all’interno di una maggioranza europeista, far passare un linguaggio che prepara il terreno a un cambio di passo, senza che questo venga percepito come una rottura con l’Occidente.

Un test per i prossimi mesi

La domanda che la politica italiana ed europea dovrebbe porsi non è se questo voto cambierà qualcosa nelle prossime settimane — non lo farà. È se, nei prossimi negoziati su un cessate il fuoco o un accordo di pace, il principio ora scritto a Montecitorio verrà invocato come precedente da chi, in Europa, vuole accelerare la normalizzazione dei rapporti con Mosca prima che le condizioni sul terreno — ritiro delle truppe russe, garanzie di sicurezza per Kiev, accertamento delle responsabilità per i crimini di guerra — siano effettivamente soddisfatte.

Sganciare la discussione sulle sanzioni dal raggiungimento di questi obiettivi, anche solo a livello di linguaggio parlamentare, non è un atto neutro. È il primo mattone di un’architettura diversa — quella in cui le sanzioni non sono più la leva per ottenere la fine dell’aggressione, ma diventano esse stesse oggetto di trattativa anticipata. Ed è esattamente questo lo scenario che, da Mosca, si osserva con maggiore interesse.

Autore: Marco Bianchi

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