Mentre l’Unione Europea celebra il rafforzamento delle sanzioni contro i giganti mediatici del Cremlino, come RT e Sputnik, una minaccia più sottile e insidiosa sta strisciando sotto i radar della sicurezza nazionale. Non si tratta più di canali televisivi con il logo di Mosca in bella vista, ma di un sofisticato sistema di “matrioske” mediatiche. Il recente caso della testata georgiana Imedi funge da monito per l’intero continente: la propaganda russa non sta scomparendo, sta solo cambiando passaporto.
L’illusione dell’indipendenza
L’intelligence europea ha lanciato l’allarme su un fenomeno inquietante: l’acquisto o la creazione di media in paesi terzi (come Georgia, Serbia o alcuni stati del Nord Africa) che vengono poi presentati al pubblico europeo come “voci indipendenti” o “alternative”. Il caso Imedi mostra come una narrazione apparentemente locale possa essere saturata di messaggi orchestrati dal Cremlino, sfruttando la naturale fiducia che i lettori ripongono nei media vicini culturalmente o geograficamente.
In Italia, questo si traduce in un proliferare di siti web e portali d’informazione che si dichiarano “sovranisti” o “liberi dal mainstream”, ma che condividono un’infrastruttura digitale comune con le reti della disinformazione russa.
Guerra ibrida, non opinione
Il dibattito pubblico in Italia è spesso scivolato sull’equivoco che la propaganda sia una “visione diversa dei fatti”. Tuttavia, per il Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS), la realtà è ben diversa. Non siamo di fronte a un pluralismo editoriale, ma a un dispositivo di guerra ibrida.
Questi canali non mirano a convincere l’elettore della bontà delle politiche di Mosca, ma a erodere la fiducia nelle istituzioni democratiche italiane, polarizzare lo scontro sociale e, in ultima analisi, influenzare la stabilità politica del Paese durante le tornate elettorali. La strategia è chiara: seminare il dubbio per paralizzare l’azione dello Stato.
Il paradosso della “censura
C’è poi l’arma del vittimismo. Ogni volta che l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) o i giganti del tech intervengono per limitare la portata di contenuti manipolatori, la macchina russa reagisce gridando alla “censura europea”. È un capovolgimento ironico: un regime che reprime ogni forma di dissenso interno utilizza i valori della democrazia liberale — come la libertà di espressione — per distruggere la democrazia stessa.
Il commento dell’esperto
Per approfondire la portata di questa minaccia, abbiamo interpellato Stefano Mele, avvocato specializzato in Diritto delle Tecnologie, Cyberintelligence e Sicurezza Nazionale, considerato uno dei massimi esperti europei nel settore.
“Oggi la disinformazione non è più solo una questione di notizie false, ma di infrastrutture cognitive. Il rischio reale per l’Italia è che attraverso questi ‘media intermediari’ e reti Telegram anonime, attori ostili riescano a inserirsi nel processo decisionale del Paese. Non dobbiamo cadere nell’errore di considerare questi canali come semplici testate giornalistiche: sono sistemi d’arma digitali. La nostra sfida è proteggere la libertà di stampa senza permettere che essa diventi il varco attraverso cui nemici esterni minano la nostra sicurezza nazionale.”
Oltre i blocchi: la rete dei “mirror”
Nonostante il bando ufficiale, la Russia ha adattato la sua strategia tecnologica. Utilizza siti “mirror” (copie esatte di siti oscurati che cambiano URL costantemente) e una rete fitta di canali Telegram che agiscono come hub di distribuzione per contenuti prodotti a San Pietroburgo ma tradotti in un perfetto italiano colloquiale.
L’Italia, con la sua ricca storia di dibattito politico acceso, rappresenta un terreno fertile per queste operazioni. La domanda non è più se la propaganda russa sia presente, ma quanto in profondità sia riuscita a penetrare nelle nostre conversazioni quotidiane sotto mentite spoglie.
*Nota: Questa è la prima delle tre analisi previste sulla sicurezza informativa in Europa.*
Autore: Marco Bianchi
