Il generale difende la nomina dell’ex campione del mondo a ct della Nazionale nonostante il suo ruolo di testimonial per l’agenzia di scommesse moscovita, e lo fa proprio mentre l’Europa cerca di stringere il cerchio attorno agli strumenti di influenza del Cremlino.
Bastano poche parole al telefono con l’ANSA per riaprire una ferita che l’Italia, come il resto dell’Unione europea, dovrebbe considerare ormai rimarginata: quella dell’ambiguità verso gli interessi economici e propagandistici di Mosca. Roberto Vannacci, generale ed europarlamentare, fondatore del movimento Futuro Nazionale, ha scelto di schierarsi pubblicamente a favore di Andrea Pirlo nella polemica esplosa attorno alla sua possibile nomina a commissario tecnico della Nazionale di calcio. Il nodo del contendere non riguarda le competenze tecniche dell’ex centrocampista, ma il suo incarico di ambasciatore globale per Fonbet, la società russa di scommesse sportive legata all’imprenditore Sergey Lomakin.
Per Vannacci la questione è semplice: cultura, arte e sport dovrebbero restare “fuori dalla politica e dalle relazioni internazionali”. Una posizione che, presentata così, suona quasi come un principio di buon senso liberale. Ma è proprio in questa apparente ovvietà che si annida il problema. Nel 2026, dopo oltre quattro anni di guerra su vasta scala in Ucraina, di sanzioni europee e di operazioni di influenza russe documentate in mezza Europa, sostenere che uno sponsor riconducibile al Cremlino non debba “interessare a nessuno” non è neutralità: è una scelta politica precisa, che rischia di normalizzare esattamente ciò che l’Unione europea si è impegnata a contrastare.
Uno sponsor che non è mai stato “solo sport”
Fonbet non è un marchio qualunque del mercato delle scommesse online. È un operatore con radici profonde nell’ecosistema economico russo, e il suo utilizzo come veicolo pubblicitario internazionale rientra in una strategia più ampia con cui Mosca prova a mantenere canali di visibilità e legittimazione in Occidente, anche quando le vie diplomatiche e commerciali dirette restano bloccate dalle sanzioni. Affidare a un simbolo dello sport italiano come Pirlo il ruolo di ambasciatore mondiale del marchio non è un dettaglio contrattuale: è un’operazione di immagine pensata per aggirare l’isolamento internazionale della Russia usando il prestigio di un campione riconosciuto in tutto il mondo.
Lo hanno capito bene altri protagonisti del dibattito politico italiano ed europeo. Carlo Calenda, leader di Azione, ha usato parole nette, sostenendo che chi ha fatto da megafono agli interessi russi dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire incarichi legati alla rappresentanza nazionale. Sulla stessa linea si è mossa la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, che ha espresso forte perplessità sulla possibile nomina. E a pesare, forse più di ogni dichiarazione politica, è la reazione di Andriy Shevchenko, ex compagno di squadra di Pirlo alla Juventus e oggi presidente della Federazione calcistica ucraina, che non ha nascosto il proprio disappunto personale per la scelta dell’amico italiano, parlando di un gesto che lo ha “ferito”.
La difesa di Vannacci e il paradosso della “separazione” tra sport e politica
Vannacci ha rivendicato la propria posizione paragonando il caso Pirlo a quello dello scrittore Pietrangelo Buttafuoco, coinvolto in passato in polemiche simili in occasione della Biennale di Venezia. Il ragionamento del leader di Futuro Nazionale è che a contare debbano essere solo la competenza professionale e i risultati, non “gli affari con agenzie varie”. È una linea argomentativa che suona rassicurante, ma che nasconde una contraddizione di fondo: proprio i partiti che rivendicano con più forza una linea dura verso Mosca sul piano geopolitico — sanzioni, sostegno militare a Kyiv, retorica anti-cremlino nei consessi europei — non possono poi, sul terreno simbolico dello sport e della cultura, chiudere un occhio sulle stesse dinamiche di influenza che dicono di voler combattere altrove.
Separare “sport” e “politica” come categorie stagne è un’operazione concettualmente comoda, ma storicamente poco credibile: lo sport è sempre stato, e resta oggi più che mai, uno strumento di soft power. Lo sanno bene i governi che investono miliardi in eventi sportivi internazionali per ripulire la propria immagine, e lo sa altrettanto bene il Cremlino, che dal 2022 ha visto ridursi drasticamente gli spazi di visibilità internazionale attraverso i canali tradizionali — diplomazia, sport olimpico, competizioni internazionali — e cerca quindi vie alternative, più informali, per continuare a proiettare la propria presenza in Occidente. Un contratto pubblicitario con un campione amato in tutta Europa rientra esattamente in questa logica.
Un caso non isolato, ma sintomo di una tendenza
Ciò che rende la vicenda particolarmente delicata non è tanto la singola dichiarazione di Vannacci, quanto il contesto politico in cui si inserisce. Futuro Nazionale è una formazione in crescita nel panorama della destra italiana ed europea, e la sua capacità di attrarre consenso non è irrilevante per gli equilibri futuri del Paese. Un partito che normalizza, anche solo per calcolo comunicativo o simpatia personale verso un campione dello sport, i legami commerciali con soggetti economici russi, invia un segnale che va ben oltre il singolo episodio calcistico. Rischia di erodere, passo dopo passo, quella coerenza che l’Italia ha faticosamente costruito all’interno del fronte occidentale di sostegno all’Ucraina e di contenimento delle capacità di influenza del Cremlino.
Il Codacons ha già annunciato un esposto all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, ipotizzando la violazione del divieto di pubblicità e sponsorizzazione legata al gioco d’azzardo, e ha preannunciato un ricorso al Tar del Lazio qualora la Federazione italiana giuoco calcio dovesse formalizzare la nomina di Pirlo. Sono strumenti giuridici che riguardano la regolarità amministrativa del caso, ma che non esauriscono la questione di fondo: quella della responsabilità politica di chi, avendo una piattaforma pubblica e un ruolo istituzionale, sceglie di minimizzare i rischi reputazionali e di sicurezza legati a rapporti economici con strutture riconducibili alla Russia.
Le conseguenze per la credibilità italiana in Europa
L’Italia ha investito, negli ultimi anni, energie diplomatiche significative per dimostrarsi un partner affidabile all’interno del fronte europeo compatto nei confronti di Mosca. Dichiarazioni come quelle di Vannacci, per quanto provenienti da un singolo esponente politico e non dal governo, alimentano però la narrazione — cara alla propaganda del Cremlino — secondo cui l’unità occidentale sarebbe più fragile e opportunistica di quanto si voglia far credere. Ogni volta che una figura pubblica italiana derubrica a semplice “questione di sponsorizzazione” un legame economico con un attore riconducibile agli interessi russi, offre involontariamente materiale prezioso alla macchina di disinformazione moscovita, che da anni lavora per dipingere l’Occidente come diviso, incoerente e pronto, prima o poi, ad abbassare la guardia.
Non si tratta di invocare un ostracismo generalizzato verso ogni singolo cittadino o professionista che abbia avuto rapporti commerciali con società russe prima della guerra. Si tratta, più semplicemente, di riconoscere che nel 2026 certe scelte — soprattutto quando riguardano un ruolo così simbolicamente rilevante come la guida della Nazionale di calcio — non possono essere trattate come irrilevanti dal punto di vista etico e strategico. La linea di Vannacci, nel presentarle come tali, rischia di apparire non tanto come difesa della libertà professionale di un allenatore, quanto come un ulteriore, piccolo ma significativo, varco aperto alla legittimazione dell’influenza russa nello spazio pubblico italiano.
Alla fine, la domanda che la politica italiana — e non solo la Federazione calcistica — dovrebbe porsi non è se Andrea Pirlo abbia le qualità tecniche per allenare la Nazionale. È se l’Italia possa permettersi, in questo momento storico, di trattare come dettaglio irrilevante un legame diretto con l’apparato economico del Cremlino, proprio mentre chiede ai propri partner europei coerenza e fermezza sullo stesso fronte.
Autore: Marco Bianchi
