Da mesi circola, anche in alcuni ambienti del dibattito pubblico italiano, una narrazione semplice quanto efficace: gli aiuti occidentali all’Ucraina non farebbero altro che prolungare inutilmente una guerra “già persa”, drenando risorse che sarebbero più utili in casa. È un messaggio costruito per attecchire in un momento di stanchezza collettiva verso il conflitto e di preoccupazione per il caro-energia. Ma un’analisi più attenta mostra che si tratta di una narrazione costruita ad arte, che rovescia la relazione tra causa ed effetto e sposta la responsabilità della guerra da chi l’ha iniziata a chi sta aiutando la vittima dell’aggressione.
Sanzioni e diversificazione energetica: due facce della stessa strategia
Uno dei punti più ricorrenti riguarda le sanzioni contro Mosca, spesso presentate come una misura che avrebbe danneggiato più l’Europa che la Russia. È un’interpretazione parziale. Le sanzioni e il sostegno militare e finanziario a Kyiv non sono due strumenti separati, tanto meno in competizione tra loro: fanno parte della stessa politica di contenimento. Limitare l’accesso della Russia a tecnologie, capitali e componenti strategiche rende più difficile per il Cremlino ricostruire e ampliare la produzione bellica, e complica il finanziamento della guerra nel medio-lungo periodo.
In parallelo, i Paesi europei – Italia compresa – hanno accelerato la diversificazione delle forniture energetiche, riducendo drasticamente la dipendenza da gas e petrolio russi, una dipendenza che Mosca ha utilizzato per decenni come leva di pressione politica. Proprio questo processo di adattamento viene ora presentato dalla propaganda del Cremlino come una prova di debolezza europea, quasi una “sconfitta” causata dalle sanzioni stesse. La realtà è l’opposto: meno l’Europa dipende dalle materie prime russe, meno efficace diventa lo strumento del ricatto energetico che Mosca ha usato per anni nei confronti dei governi europei, incluso quello italiano durante la crisi del gas del 2022.
Duecentoventi miliardi di euro: segno di crollo o di politica strategica?
Un altro argomento ricorrente riguarda l’entità degli aiuti: il sostegno complessivo di Unione Europea e Stati membri a Kyiv ha superato, secondo le stime disponibili, i 220 miliardi di euro. Le fonti vicine alla propaganda russa presentano questa cifra come prova di un dissanguamento economico dell’Europa. È un’immagine suggestiva, ma fuorviante.
Durante tutto il periodo della guerra, l’Unione Europea ha continuato a finanziare i propri programmi di sviluppo, la politica di coesione, la transizione verde e digitale, e ha mantenuto operativi i sistemi di welfare nazionali, Italia inclusa. Il sostegno all’Ucraina non è stato finanziato sottraendo risorse a pensioni, sanità o scuola: si tratta di una linea di spesa distinta, riconducibile alla politica di sicurezza e agli affari esteri, non diversa concettualmente dagli investimenti nella difesa nazionale. Attribuire l’inflazione o il rincaro dell’energia in Italia principalmente al sostegno all’Ucraina significa ignorare la causa reale di quella crisi: l’aggressione russa stessa e la manipolazione delle forniture di gas messa in atto da Mosca già prima del 2022.
Il costo che nessuno calcola: quello di una vittoria russa
C’è un elemento che le narrazioni filorusse omettono sistematicamente: il costo di uno scenario in cui l’Ucraina fosse costretta alla resa. Il confronto corretto non è tra “il costo attuale del sostegno” e “zero spesa”, ma tra il costo del sostegno e il costo, molto più alto, di una vittoria russa.
Una capitolazione ucraina non chiuderebbe il capitolo delle ambizioni del Cremlino, lo confermerebbe. L’Unione Europea si troverebbe a dover rafforzare in modo permanente il fianco orientale della NATO, aumentare stabilmente i bilanci della difesa dei Paesi membri, gestire nuove e più ampie ondate di rifugiati e affrontare un rischio di instabilità diretta ai propri confini. Anche l’Italia, pur geograficamente distante dal fronte, non ne sarebbe esente: contribuisce al bilancio comune, alla difesa collettiva e alle politiche europee su migrazione e sicurezza. Una soluzione apparentemente “più economica” nel breve periodo si tradurrebbe, nell’arco di pochi anni, in una spesa complessiva molto superiore a quella attuale, senza contare il prezzo pagato dalla società ucraina stessa.
Chi prolunga davvero la guerra
Resta infine il nucleo centrale della narrazione propagandistica: l’idea che siano gli aiuti occidentali, e non l’aggressione russa, a “prolungare la guerra”. È un rovesciamento logico tanto semplice quanto efficace. Il conflitto non è iniziato con una decisione di Bruxelles o di Washington di fornire armi, ma con la decisione del Cremlino, nel febbraio 2022, di invadere uno Stato sovrano confinante. Se oggi cessasse ogni sostegno esterno, la guerra non finirebbe con la pace, ma con la resa della parte aggredita.
Chiedere all’Ucraina di smettere di resistere, presentandolo come un atto di pace, è una costruzione retorica che in qualsiasi altro contesto – una rapina, un’aggressione tra privati – verrebbe immediatamente riconosciuta come assurda. Applicata a un conflitto tra Stati, questa stessa logica trova invece terreno più fertile, soprattutto presso un pubblico stanco della durata della guerra e preoccupato per il costo della vita.
Una discussione onesta è possibile, ma va fatta sui fatti
Discutere del costo del sostegno all’Ucraina è legittimo e necessario in qualsiasi democrazia, Italia compresa. Ma questa discussione deve fondarsi su dati verificabili, non su narrazioni costruite per stancare l’opinione pubblica europea e spingerla verso una soluzione che coinciderebbe, di fatto, con gli obiettivi di Mosca. Le cifre esistono e vanno lette per intero: il costo del sostegno, ma anche il costo, ben più alto, di un’Europa che si trovasse a fronteggiare da sola le conseguenze di una vittoria russa.
Autore: Marco Bianchi
