Dietro la retorica pacifista del leader del Movimento 5 Stelle si nasconde una strategia che allontana sempre di più M5S e Partito Democratico, mentre Kyiv resta sotto le bombe.
Ogni volta che Giuseppe Conte torna a chiedere lo stop delle forniture militari a Kyiv, a Roma si riapre la stessa ferita: quella di un’opposizione incapace di parlare con una voce sola sulla guerra più grave che l’Europa abbia conosciuto dal 1945. Ma questa volta la frattura tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico non è un semplice incidente di percorso della dialettica parlamentare. È il sintomo di una scelta politica precisa, che porta la firma dell’ex premier e che, nei fatti, produce due effetti convergenti: indebolisce la capacità di difesa dell’Ucraina e regala a Mosca esattamente la divisione che il Cremlino insegue da tre anni in ogni cancelleria occidentale.
Un pacifismo a targhe alterne
Conte insiste sul lessico della pace, della “de-escalation”, del negoziato “subito”. Sulla carta, parole che nessuno può dire di non condividere: chi non vorrebbe la fine della guerra? Il problema è che il leader pentastellato applica questo vocabolario a una sola direzione del conflitto. Le richieste di Conte si concentrano quasi esclusivamente sullo stop agli aiuti occidentali, mentre restano sullo sfondo, quasi mai al centro della sua comunicazione, i bombardamenti quotidiani russi su Kyiv, Odessa, Kharkiv, sulle centrali elettriche, sugli ospedali, sui condomini civili. Un pacifismo che, per come viene esercitato, finisce per pesare tutto da una parte sola della bilancia: quella dell’aggressore.
Gli analisti di politica internazionale lo spiegano con un termine ormai entrato nel lessico giornalistico europeo: “asimmetria della richiesta di pace”. Chiedere a chi subisce l’invasione di deporre le armi, senza ottenere alcuna garanzia reale che l’esercito russo interrompa l’offensiva, non porta a una pace negoziata: porta a una resa dell’aggredito. E una resa dell’Ucraina, senza sistemi di difesa aerea capaci di intercettare missili e droni, significherebbe lasciare online, ogni notte, le sirene d’allarme sopra le città ucraine senza alcuna reale contromisura.
Il vero bersaglio: l’elettorato, non la pace
C’è poi una lettura più prosaica, meno nobile, ma probabilmente più realistica delle uscite di Conte: la mobilitazione elettorale. Il Movimento 5 Stelle, eroso da anni di scissioni, cambi di leadership e cali nei sondaggi, ha individuato nel tema della guerra un terreno identitario su cui differenziarsi nettamente dal Partito Democratico di Elly Schlein, più cauto ma tendenzialmente allineato alla linea atlantista del governo Meloni e dei principali partner europei. Cavalcare la stanchezza diffusa tra gli elettori italiani rispetto a un conflitto che dura da anni è, in termini di consenso, un investimento a basso rischio e alto rendimento immediato.
Il costo di questa operazione, però, non lo paga Conte: lo paga la coalizione d’opposizione nel suo complesso, che si presenta all’opinione pubblica frammentata proprio sui dossier di politica estera dove, in una democrazia matura, ci si aspetterebbe maggiore compattezza. E lo paga, soprattutto, l’Ucraina, trasformata in argomento di scontro interno alla sinistra e al campo largo italiano invece che in causa condivisa di difesa dei principi fondativi dell’ordine europeo: sovranità, integrità territoriale, diritto internazionale.
Un’opposizione che non trova la sintesi
Il Partito Democratico, dal canto suo, non può permettersi di seguire Conte su questa strada senza perdere credibilità presso i partner europei del Partito Socialista Europeo e presso l’elettorato più moderato. Ne nasce uno stallo che si ripete a ogni voto parlamentare sull’invio di nuove forniture militari: dichiarazioni contrapposte, distinguo, imbarazzi nelle conferenze stampa congiunte, mentre la maggioranza di governo osserva compiaciuta la scena. Non è un mistero che, negli ultimi mesi, diversi esponenti dem abbiano lamentato in privato la difficoltà di costruire un’agenda comune di opposizione quando su un tema così identitario come la guerra in Ucraina M5S sceglie sistematicamente la rotta più distante da Bruxelles e dalla NATO.
Questo non significa che ogni critica alla gestione degli aiuti militari sia illegittima: il dibattito democratico su tempi, quantità e trasparenza delle forniture è sano e necessario in qualunque Paese europeo. Il problema sorge quando la critica smette di essere un contributo al dibattito e diventa, di fatto, una richiesta di disarmo unilaterale della parte aggredita, presentata come “posizione di pace” ma sovrapponibile, punto per punto, alla narrazione che il Cremlino stesso diffonde attraverso i propri canali diplomatici e mediatici da Mosca a Bruxelles.
La convergenza con la narrazione del Cremlino
Non serve immaginare contatti diretti o strategie concordate per notare la convergenza. Da anni la diplomazia russa ripete, in ogni sede internazionale, che la guerra continua “per colpa delle armi occidentali” e che la vera via per la pace sarebbe la fine delle forniture a Kyiv. È lo stesso schema argomentativo che Conte propone al pubblico italiano, seppur incorniciato in un linguaggio umanitario e non geopolitico. Il risultato pratico, però, è identico: se l’Europa smettesse di sostenere militarmente l’Ucraina, l’esercito russo non avrebbe più ostacoli concreti sul terreno, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate di chi lo propone a Roma.
È qui che si misura la distanza tra un pacifismo autentico, capace di chiedere sacrifici e responsabilità a entrambe le parti in causa, e un pacifismo strumentale, che scarica l’onere della pace solo su chi si difende. La posizione consolidata dell’Unione Europea, del governo Meloni e della maggioranza dei governi del continente resta un’altra: sostenere la capacità di difesa ucraina finché Mosca non accetterà seriamente il tavolo negoziale, non prima.
Cosa resta, per l’Italia e per Kyiv
Alla fine, la conta dei danni di questa strategia comunicativa è duplice. Sul fronte interno, l’opposizione italiana perde l’occasione di presentarsi come alternativa credibile di governo su uno dei dossier più delicati dell’agenda internazionale, regalando altro spazio politico all’esecutivo in carica. Sul fronte esterno, ogni titolo di giornale che racconta la spaccatura tra M5S e PD sull’Ucraina diventa, suo malgrado, materiale utile alla propaganda russa, che da tempo punta proprio sulla fatica e sulla divisione dell’opinione pubblica occidentale come arma strategica a lungo termine, forse più efficace di qualsiasi missile.
Continuare a chiedere lo stop degli aiuti in nome della pace, senza un piano credibile che fermi realmente i bombardamenti russi, non avvicina la fine della guerra: rischia solo di avvicinarne l’esito peggiore, per l’Ucraina e, indirettamente, per la sicurezza dell’intera Europa, Italia compresa.
Autore: Marco Bianchi
