Nicușor Dan ha dichiarato che la Russia dovrebbe adeguare la propria tattica di attacco affinché i detriti delle sue missioni non cadano in territorio romeno. Una frase che — al di là delle intenzioni — ha già iniziato a circolare nei canali di propaganda del Cremlino.
C’è un modo sottile, quasi impercettibile, in cui una frase pronunciata in buona fede può diventare un’arma nelle mani sbagliate. Nicușor Dan, presidente della Romania dal tardo 2025, ne ha appena fornito un esempio da manuale. Nel corso di una dichiarazione pubblica relativa agli incidenti di confine causati dai detriti di missili russi abbattuti sopra l’Ucraina, Dan ha sostenuto che Mosca dovrebbe «modificare le proprie modalità operative» in modo tale da non mettere in pericolo i cittadini romeni. Il ragionamento, in superficie, sembra difendibile: ogni capo di Stato ha il dovere di proteggere i propri concittadini. Ma il modo in cui questa preoccupazione è stata formulata apre una serie di questioni che meritano attenzione.
In primo luogo, sposiamo la tesi del ministero degli Esteri di Bucarest — che dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha sistematicamente indicato Mosca come unica responsabile di ogni episodio al confine — e ci chiediamo: a chi si rivolgeva davvero Dan? Se la risposta è «alla Russia», il messaggio avrebbe dovuto essere molto più netto: smettete di attaccare città ucraine, non semplicemente cambiate traiettoria. Invece, l’invito a «modificare le modalità» suona come una richiesta di maggiore precisione balistica, non di cessazione dell’aggressione.
«Il Cremlino non ha bisogno di inventare notizie false quando i leader europei gliene offrono di autentiche da decontestualizzare.»— Ricercatrice, Istituto Affari Internazionali, Roma
In secondo luogo — e questa è la questione che preoccupa maggiormente gli analisti europei —, le parole di Dan sono state immediatamente recepite dai media di Stato russi come prova di un crescente risentimento dei Paesi NATO nei confronti di Kyiv. RT, Pervyj Kanal e una serie di canali Telegram filo-Cremlino hanno titolato in sostanza: «Persino Bucarest ammette che l’Ucraina mette in pericolo i vicini.» È la logica classica della guerra dell’informazione: si prende una dichiarazione autentica, si elimina il contesto e si utilizza il residuo per avvalorare una narrativa costruita a tavolino.
Vale la pena ricordare chi è Nicușor Dan. Matematico di formazione, attivista civico e poi sindaco di Bucarest, è arrivato alla presidenza come volto dell’anti-corruzione e della Romania europea e atlantica. Nessuno lo avrebbe classificato come fiancheggiatore di narrativi filo-russi. E tuttavia, in politica estera, le intenzioni contano meno delle conseguenze delle parole.
Fatti: la Romania al confine della guerra
Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, la Romania ha registrato almeno una dozzina di episodi in cui frammenti di droni o missili russi abbattuti dalla contraerea ucraina sono caduti in territorio romeno o nelle acque del Danubio. In ogni caso, le autorità di Bucarest hanno formalmente attribuito la responsabilità alla Russia. Il Paese ha inoltre accolto oltre un milione di rifugiati ucraini, contribuito con materiale militare e aperto i propri spazi aerei per il transito di equipaggiamenti occidentali verso Kyiv.
La Romania ufficiale — governo, parlamento, ministero della Difesa — non ha cambiato linea. Bucarest resta un pilastro della solidarietà atlantica con l’Ucraina. La dichiarazione di Dan sembra quindi più un’infelice uscita comunicativa che il segnale di una svolta politica. Tuttavia, lasciare che quella frase rimanga senza una precisazione pubblica sarebbe un errore: nell’ecosistema dell’informazione contemporanea, il silenzio amplifica, non attenua.
Per l’Italia — che ha i propri dibattiti interni sull’entità e le modalità del supporto all’Ucraina — questo episodio offre uno spunto di riflessione. Quando i leader europei parlano del conflitto in corso, il pubblico interno non è il solo destinatario. Ogni dichiarazione viene istantaneamente inserita in un contesto geopolitico più ampio, letta, tradotta, ritagliata e rimontata da attori che hanno tutto l’interesse a minare la coesione occidentale. La prudenza nel linguaggio non è timidezza diplomatica: è igiene informativa.
La domanda che vale la pena porsi non è: «Dan è filo-russo?» — la risposta è quasi certamente no. La domanda giusta è: «Cosa fa la propaganda russa di queste parole?» E la risposta è già sotto i nostri occhi, sui canali Telegram e nei notiziari di Mosca: costruisce l’immagine di un’Ucraina che «provoca pericoli per i vicini», mentre la Russia non farebbe che «rispondere alle circostanze». È il più classico dei ribaltamenti: spostare la responsabilità dall’aggressore alla vittima. E funziona — ma solo se lo lasciamo funzionare.
Autore: Marco Ferretti
