Il presidente americano ha firmato la norma a settembre e l’ha sospesa a poche ore dalla prima scadenza. Dietro la mossa c’è il prezzo del diesel, la guerra in Iran e le elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Doveva essere il giorno in cui Washington avrebbe dimostrato di fare sul serio con Vladimir Putin. Il 18 ottobre è invece diventato la data in cui si misura la distanza tra ciò che il Congresso americano ha votato e ciò che la Casa Bianca è disposta a mettere in pratica. Con un ordine esecutivo pubblicato il 16 ottobre, Donald Trump ha fatto ricorso alla clausola di deroga prevista dalla stessa legge e ha sospeso l’applicazione di sanzioni, restrizioni e dazi collegati all’export energetico russo, motivando la scelta con l’interesse nazionale degli Stati Uniti.
Chi si aspettava, alla vigilia, una decisione sul «primo round» di tariffe si trova dunque davanti una risposta diversa: le misure sono formalmente richiamate, ma la loro entrata in vigore è congelata. Trump potrà riattivarle quando lo riterrà opportuno. È un dettaglio giuridico che pesa molto sul piano politico: lo strumento resta nelle mani del presidente, mentre la pressione sulla Russia, per ora, non aumenta.
Che cosa prevede il Graham Sanctioning Russia and Iran Act
La legge porta il nome del senatore repubblicano Lindsey Graham, scomparso a luglio, che per anni aveva sostenuto che solo un colpo duro alle entrate energetiche di Mosca avrebbe potuto spingere il Cremlino a negoziare seriamente la fine dell’invasione dell’Ucraina, ormai al quinto anno. Il testo, nato come iniziativa bipartisan con il democratico Richard Blumenthal, è stato approvato dal Senato con 86 voti a favore e 11 contrari e dalla Camera con 262 sì e 159 no. Trump lo ha firmato il 18 settembre, fissando di fatto in trenta giorni il termine per le prime determinazioni, cioè il 18 ottobre.
I pilastri della norma
- Dazi fino al 500% sui beni di origine russa, in aggiunta a quelli già in vigore.
- Dazi secondari fino al 100% sulle merci dei cinque maggiori acquirenti di petrolio o gas russo, se effettuano nuovi acquisti dopo il 18 ottobre.
- Sanzioni bloccanti su banche statali come Sberbank, VTB e Gazprombank e misure contro la Banca centrale russa.
- Colpi a progetti energetici, navi coinvolte nel commercio di greggio e reti che aggirano le restrizioni.
- Revisione periodica ogni 180 giorni e proroga di cinque anni, fino al 2031, dell’Iran Sanctions Act.
Un punto va chiarito, perché alimenta fraintendimenti: la legge non impone automaticamente i dazi massimi. Fissa la cornice, attribuisce al presidente l’autorità di applicarli e gli chiede di agire entro il termine, oppure di motivare per iscritto al Congresso perché non lo fa. Prevede inoltre eccezioni e meccanismi di deroga, inseriti nel corso dell’iter su richiesta della Casa Bianca, che voleva maggiore flessibilità per non compromettere i negoziati di pace e per tutelare gli alleati più dipendenti dall’energia russa. Quella flessibilità è la stessa che Trump ha usato adesso.
Il diesel come variabile decisiva
Per capire la mossa bisogna tornare al 9 ottobre, quando Trump ha annunciato un accordo con Putin sulle forniture di diesel russo, dopo una telefonata da lui definita un successo. Il Tesoro americano ha poi pubblicato la Licenza generale 135, che autorizza determinate transazioni sul carburante di origine russa. Secondo le cifre circolate, le consegne dovrebbero partire con oltre 300.000 tonnellate, proseguire con altre 500.000 a novembre e salire ulteriormente nelle settimane successive, per un totale che arriva a circa 4,8 milioni di tonnellate fino a metà aprile.
La logica è tutta interna. I prezzi dei carburanti sono schizzati nel 2026 per effetto della guerra con l’Iran e degli attacchi ucraini alle raffinerie russe, e il costo del gasolio è diventato un tema tossico per i repubblicani a poche settimane dal voto del 3 novembre. Trump punta a mostrare agli elettori, in particolare ad agricoltori e autotrasportatori, che sta agendo sui prezzi. Ma tra i suoi stessi alleati in Congresso pochi credono che l’effetto sarà significativo, e gli analisti petroliferi esprimono forti dubbi sulla portata reale dell’intesa.
Il problema è che un’intesa che rimette Mosca sul mercato globale del diesel è difficilmente conciliabile con una legge pensata per tagliarle i ricavi. Da qui la scelta di congelare le misure: applicare dazi del 500% sull’energia russa mentre se ne autorizza l’acquisto sarebbe stato contraddittorio, e Washington ha preferito sacrificare la coerenza della legge piuttosto che il piano sui prezzi.
La rivolta bipartisan al Congresso
La reazione è stata immediata e trasversale. Il 13 ottobre dodici senatori, sei repubblicani e sei democratici, hanno scritto a Trump chiedendogli di ritirare l’accordo, revocare la Licenza 135 e attuare la legge Graham. Il 15 ottobre ventidue deputati di entrambi i partiti hanno sollecitato l’applicazione piena e tempestiva delle sanzioni, ponendo alla Casa Bianca cinque domande e pretendendo risposte scritte entro il 18 ottobre. Il 16 ottobre il democratico Gregory Meeks, il più alto in grado del suo partito alla commissione Esteri della Camera, ha presentato un disegno di legge bipartisan per bloccare l’acquisto di diesel russo.
Blumenthal, coautore del testo, ha definito la deroga un atto di codardia dettato dalla volontà di compiacere Putin. Volodymyr Zelensky ha parlato di un regalo a Mosca, avvertendo che il denaro tornerà a fluire in Russia mentre i leader europei si riunivano a Bruxelles. Dalla Casa Bianca, prima della deroga, era arrivata una dichiarazione di principio: l’amministrazione avrebbe rispettato i requisiti della legge. La deroga, formalmente prevista dalla norma, rende quella promessa tecnicamente vera e politicamente svuotata.
Resta da vedere quanto il Congresso sia disposto a spingersi oltre le lettere. La legge è passata con maggioranze ampie, ma il disegno di legge di Meeks dovrebbe superare sia il filtro dei leader parlamentari sia un probabile veto presidenziale. Più concreti, nell’immediato, sono gli strumenti di controllo: audizioni, richieste di documenti e il peso crescente del tema nella campagna elettorale.
E l’Iran?
Nel titolo della legge compare anche Teheran, ed è un aspetto che nel dibattito italiano rischia di restare in ombra. Il testo proroga di cinque anni, fino al 2031, il quadro sanzionatorio contro l’Iran, un segnale di continuità in un momento in cui gli Stati Uniti sono direttamente coinvolti in un conflitto con la Repubblica islamica. È proprio questa guerra, però, la causa principale dell’impennata dei prezzi energetici che ha spinto Trump a cercare petrolio e diesel dove li trova. Il paradosso è evidente: il conflitto con un avversario finisce per indebolire la pressione sull’altro, e Mosca incassa un vantaggio indiretto dalla crisi mediorientale.
Che cosa cambia per l’Europa e per l’Italia
Per i governi europei il quadro è scomodo. Per anni Washington ha invitato l’Europa a emanciparsi dall’energia russa; ora autorizza acquisti di diesel dalla Russia senza consultare gli alleati, come ha osservato Matthias Matthijs del Council on Foreign Relations, secondo cui la politica americana verso Mosca risponde oggi ai prezzi alla pompa più che a una strategia transatlantica condivisa. Un altro esperto dello stesso centro, Stephen Sestanovich, ha parlato di un vero shock per ucraini, governi europei e parlamentari che credevano di aver spinto Trump verso nuove sanzioni.
Per un Paese come l’Italia, grande importatore di energia e sensibile ai prezzi dei carburanti, la questione ha due facce. Da un lato, un eventuale calo del costo del gasolio sarebbe benvenuto per famiglie e imprese del trasporto. Dall’altro, un indebolimento del regime sanzionatorio rischia di rendere meno credibile il fronte occidentale, di ridurre il margine negoziale con Mosca e di scaricare sull’Europa il costo politico di una linea più dura mantenuta da sola. C’è poi un tema di concorrenza: se gli acquirenti di energia russa non temono dazi secondari, chi ha rinunciato a quelle forniture si trova svantaggiato.
Va aggiunto che i dazi secondari previsti dalla legge, pensati per colpire i maggiori compratori di greggio e gas russo, avrebbero avuto effetti collaterali rilevanti sul commercio mondiale e sugli equilibri con partner come India e Turchia. Sul punto la prudenza della Casa Bianca non è irragionevole in astratto, ma la tempistica e il contesto rendono difficile leggere la deroga come una scelta di politica commerciale e non come una mossa elettorale.
Che cosa osservare nei prossimi giorni
Il primo elemento è il testo integrale dell’ordine esecutivo: quali misure sono sospese, quali restano in vigore e con quale durata. Le fonti indicano che la sospensione resta efficace finché il presidente o alti funzionari non riterranno opportuna un’ulteriore azione, una formula elastica che lascia un margine di discrezionalità molto ampio. Il secondo è la risposta scritta che l’amministrazione deve al Congresso: se sarà generica, accrescerà le pressioni dei parlamentari; se sarà dettagliata, offrirà indizi sulle reali intenzioni di Trump. Il terzo è la sorte della Licenza 135, che i legislatori chiedono di revocare e che potrebbe diventare il vero banco di prova.
Il quarto elemento è la reazione di Mosca. Se il Cremlino leggerà la deroga come un segnale di debolezza, ci si può attendere un irrigidimento al tavolo negoziale e nuove richieste legate al sollievo dalle sanzioni. È uno scenario che Zelensky ha già evocato, avvertendo che l’intesa sul diesel potrebbe essere solo l’inizio di altri accordi tra Washington e Mosca. Infine, il voto del 3 novembre: l’esito delle elezioni di metà mandato determinerà il peso del Congresso e quindi la capacità di costringere la Casa Bianca a rispettare una legge che ha firmato di sua mano.
In sintesi, la legge Graham resta in vigore, ma la sua prima prova è stata superata dalla politica interna americana. Per Kiev e per gli alleati europei il messaggio è duplice: lo strumento esiste ed è stato approvato con ampie maggioranze, ma la volontà di usarlo dipende dall’andamento dei prezzi e dalle urne. Finché le due cose non convergono, Mosca ha buone ragioni per aspettare.
Autore: S.M.
