Dietro la storia di un cittadino ucraino-israeliano condannato per alto tradimento si intravede il modo in cui Mosca recluta, anche in Europa occidentale, una manovalanza dello spionaggio economica e sacrificabile.
Quando si parla della guerra in Ucraina, l’immagine dominante è quella degli occhi robotici nel cielo: droni, sensori, satelliti. Eppure, secondo un reportage del New York Times, lo spionaggio umano non è andato in pensione. Serve ancora a trovare gli obiettivi che le armi, sempre più numerose da entrambe le parti, devono colpire. Il caso di un uomo detenuto nella colonia penale n. 122, nel centro dell’Ucraina, lo mostra senza retorica.
Un reclutamento tutt’altro che hollywoodiano
L’uomo si fa chiamare Alexsander e non vuole rivelare il cognome per proteggere i familiari. Ha 42 anni, è nato in Ucraina, è cresciuto in Israele dopo un trasferimento nell’infanzia e ha quindi doppia cittadinanza. La maggior parte dei parenti vive in Russia. Racconta di essersi sentito un estraneo in Israele e poi nell’Europa occidentale, e di aver cercato un’appartenenza nel «mondo russo». Intanto sopravviveva con i turni da McDonald’s. Quando due agenti russi gli hanno proposto un lavoro di spionaggio a cottimo, ha accettato di slancio.
Gli esperti interpellati dal quotidiano ricordano che i servizi di Mosca pescano a fondo proprio nelle comunità di espatriati russi. L’approccio, nel suo caso, è stato graduale: domande semplici, osservazione del comportamento, valutazione delle motivazioni. Il compenso era di circa 5.000 euro al mese, intorno ai 5.700 dollari. Una cifra che spiega più di molte ideologie.
Francia: informazioni, non romanzi di spionaggio
I primi incarichi si sono svolti in Francia. Doveva raccogliere materiale compromettente su un funzionario di un governo occidentale e su un imprenditore. Una parte era vero lavoro sul campo, come scoprire dove abitasse il bersaglio, ma molto si riduceva a ricerche online. L’imprenditore si è rivelato irreprensibile: tasse dichiarate fino all’ultimo centesimo, nessun tradimento coniugale, cena sempre a casa. Alexsander commenta, quasi seccato, che persone così sono noiose.
Il salto di qualità è arrivato con l’invasione su larga scala del 2022. Si è infiltrato in un gruppo Facebook di stranieri intenzionati ad arruolarsi nell’esercito ucraino, ne ha guadagnato la fiducia e ha viaggiato in Ucraina per incontrarli. A Mosca ha trasmesso le posizioni delle unità, i piani offensivi e i dati personali dei combattenti. Ammette che le sue informazioni hanno contribuito alla morte di alcuni soldati. In Francia, a suo dire, ha spinto due aspiranti volontari verso un incidente stradale che li ha fatti arrestare e ha vanificato la partenza.
La foto che non ha cancellato
Il castello è crollato il 10 settembre 2024. Alexsander aveva caricato su una Citroën grigia una scatola di munizioni per pistola e si dirigeva verso il confine russo, nella regione di Kharkiv, con l’obiettivo di attirare combattenti stranieri in un’operazione di sabotaggio che era in realtà una trappola. Ci è caduto lui. A un posto di blocco una guardia gli ha chiesto di mostrare il telefono e ha trovato la foto del passaporto di un soldato ucraino inviata in Russia. Oggi dice che l’unica cosa che cambierebbe è aver cancellato quell’immagine.
Tre livelli, un’unica logica
Il viceministro della Giustizia ucraino Yevhen Pikalov indica che nelle carceri del Paese ci sono 2.570 spie russe, il 99 per cento cittadini ucraini. Alexsander sarebbe l’unico con la doppia nazionalità ucraina e israeliana. Viktor Yahun, ex vicecapo dell’intelligence interna ucraina, distingue tre categorie. Al vertice stanno agenti gestiti con estrema cura e quasi mai scoperti: prenderne uno ogni sei mesi è già un successo. Alla base ci sono reclute pagate poche somme, circa 120 arrestate ogni anno. In mezzo gli ideologici come Alexsander, al massimo una dozzina catturata ogni dodici mesi.
L’ex capo stazione della CIA Sean Wiswesser paragona la base della piramide ai droni: economici, prodotti in serie. Spesso adolescenti con precedenti, alcolisti o militari scontenti, ingaggiati online per piccole cifre. E, tranne i più preziosi, tutti sacrificabili.
Cosa resta da verificare
L’autore del reportage ammette di non poter confermare ogni dettaglio, anche se documenti giudiziari ucraini e funzionari di Kiev hanno avvalorato parti della storia. Le autorità israeliane non hanno commentato. Alexsander, che si è dichiarato colpevole di alto tradimento, spera che la Russia si ricordi di lui e lo includa in uno scambio di prigionieri. Per i lettori europei il messaggio è scomodo: la rete di Mosca non vive solo di agenti d’élite, ma anche di persone fragili, spinte da soldi, risentimento e bisogno di appartenenza.
