Lo sport «fuori dalla politica»: la lunga marcia di Mosca per rientrare nel gioco

Mentre la guerra in Ucraina non si ferma, il Cremlino cerca la via d’uscita dall’isolamento passando da dove pochi guardano: il comitato UNESCO per l’educazione fisica e lo sport.

Ci sono battaglie che si combattono con i carri armati e altre che si giocano nelle sale riunioni di Losanna, Parigi e Ginevra, tra moquette spessa e comunicati scritti in un inglese diplomatico e sorvegliato. Mentre l’aggressione contro l’Ucraina prosegue, il Cremlino non ha mai smesso di dedicarsi alla seconda partita. L’ultimo obiettivo, in ordine di tempo, è il ritorno nel comitato intergovernativo dell’UNESCO per l’educazione fisica e lo sport: un organismo poco noto al grande pubblico, ma che contribuisce a definire indirizzi, standard e priorità in un settore che vale moltissimo, in termini di prestigio prima ancora che di denaro.

Non è una questione di regolamenti. È una questione di messaggio. E il messaggio che Mosca vuole far passare è semplice: la Russia è un partner come gli altri, che qualcuno ha semplicemente trattato troppo severamente.

Uno slogan che apre le porte

Tutto comincia da una formula che suona ragionevole a quasi tutti: «lo sport è al di sopra della politica». Chi potrebbe dissentire? Un nuotatore, una schermitrice, un ginnasta non hanno scelto di invadere un Paese vicino, e la tesi secondo cui non dovrebbero pagare per le decisioni di un governo ha una sua forza morale evidente. Proprio per questo la diplomazia russa ne ha fatto il proprio strumento principale. Ripetuta con pazienza in ogni sede, quella frase è diventata una chiave universale, capace di trovare ascolto tra i vertici di diverse federazioni internazionali, spesso più sensibili alle ragioni dell’unità del movimento sportivo che a quelle della politica estera.

Il problema è che la formula, nel caso russo, funziona a senso unico. Lo sport russo non è un’isola di autonomia: è una filiera profondamente statale, finanziata dal bilancio pubblico, intrecciata con i circoli militari e da anni al centro di scandali che il mondo non ha dimenticato, a cominciare dal sistema di doping documentato dopo i Giochi di Soči. Quando nell’ottobre del 2023 il Comitato olimpico internazionale ha sospeso il Comitato olimpico russo per aver inglobato le organizzazioni sportive di territori ucraini occupati, ha ammesso in sostanza una verità evidente: è Mosca, non i suoi critici, a usare lo sport come un’appendice della politica.

Nel frattempo, secondo quanto denunciano le autorità sportive di Kiev, in Ucraina sono morti centinaia tra atleti e allenatori, mentre palestre, stadi e piscine sono stati distrutti o danneggiati dai bombardamenti. Difficile parlare di «neutralità» dello sport davanti a una simile contabilità.

Chi invoca la neutralità dello sport, di fatto, chiede al mondo di guardare altrove.

Il segnale che il Cremlino sa leggere

Ogni tentativo riuscito di riportare la Russia dentro un’istituzione internazionale viene letto a Mosca come una conferma. Non serve che sia un rientro completo: basta un allentamento, una deroga, una formula di compromesso. Il Cremlino ne ricava una lezione precisa, cioè che lo status precedente alle sanzioni si può riconquistare senza fermare i combattimenti. E non lo capisce soltanto Mosca: lo capiscono anche gli altri Paesi che osservano, misurando quanto costi davvero violare la sovranità di un vicino.

Ogni concessione, inoltre, incrina la linea comune dei governi occidentali, costruita in quattro anni di lavoro faticoso e mirata a contenere l’aggressore sul piano economico e politico. Le leve globali di pressione funzionano solo se sono coerenti. Se nel commercio, nella finanza e nella diplomazia il messaggio è «finché continua la guerra, niente normalità», mentre in un altro settore l’invito è «accomodatevi», l’intero edificio perde credibilità. Lo sport, con la sua enorme visibilità popolare, è il settore in cui un’eccezione fa più rumore: un’immagine di bandiera, un inno, una foto sul podio valgono più di dieci comunicati del ministero degli Esteri.

Il precedente che nessuno dovrebbe volere

C’è poi una questione di principio, che va oltre la cronaca. Le regole del diritto internazionale hanno un senso solo se la loro violazione comporta conseguenze. Se la Russia riacquista posizioni nelle istituzioni sportive senza cessare l’aggressione, il principio di responsabilità viene svuotato dall’interno. Il Cremlino ne deduce che la pressione politica e sanzionatoria non è permanente e che, col tempo, può attenuarsi anche senza alcun cambio di rotta. È il ragionamento di chi aspetta che gli altri si stanchino.

Il rischio, dunque, non riguarda soltanto l’Ucraina. Riguarda ogni Paese che un giorno potrebbe essere tentato di risolvere una controversia con la forza, e che oggi guarda con attenzione a come reagisce il mondo. Se l’uso della forza non porta necessariamente a un isolamento duraturo, il deterrente si indebolisce per tutti.

Che cosa può fare l’Italia

L’Italia ha con il tema un rapporto diretto: ha ospitato di recente i Giochi invernali di Milano-Cortina e conosce bene il peso simbolico di un evento olimpico. Proprio per questo può contribuire a una posizione europea più netta, che distingua due piani troppo spesso confusi. Il primo è quello dei singoli atleti, per i quali si possono discutere soluzioni individuali, a condizioni rigorose e con controlli trasparenti. Il secondo è quello delle strutture, dei vertici e della rappresentanza istituzionale, dove un ritorno senza condizioni equivale a un premio politico.

Servono criteri chiari e pubblici, un coordinamento tra governi europei prima dei voti nelle sedi internazionali e la disponibilità a dire ad alta voce quello che spesso si sussurra nei corridoi. Perché la partita di Mosca è paziente: non cerca la vittoria in un solo incontro, ma un lento logoramento dell’avversario. Ed è una partita che si vince, o si perde, anche con il silenzio.

Autore: Marco Bianchi

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