Vannacci, il “cavallo di Troia” di Mosca? La maggioranza italiana e il dossier russo che spacca il centrodestra

La crescita di Futuro Nazionale e la retorica filo-russa del suo leader mettono alla prova la coesione della coalizione di Giorgia Meloni e la credibilità dell’Italia in sede NATO ed europea

Un generale in ascesa nei sondaggi, un partito nato da appena sette mesi che sfiora già il 12 per cento dei consensi, e un sospetto che circola sempre più apertamente nelle stanze del potere romano: dietro il successo di Roberto Vannacci ci sarebbe l’ombra lunga del Cremlino. Non è più soltanto un’ipotesi di analisti e think tank: è ormai un timore che si discute, seppur sottovoce, all’interno della stessa maggioranza di centrodestra.

Roberto Vannacci, generale in congedo con un passato nelle forze speciali e da comandante della Brigata paracadutisti “Folgore”, ha fondato il 6 febbraio 2026 il partito Futuro Nazionale dopo la rottura con la Lega di Matteo Salvini. In pochi mesi la nuova formazione, di orientamento nazional-conservatore ed euroscettico, ha raccolto un consenso che i sondaggi estivi stimavano intorno al 7-8 per cento, salito secondo le rilevazioni più recenti fino a toccare il 12 per cento, in gran parte sottraendo voti proprio alla coalizione che sostiene il governo Meloni.

Un passato a Mosca che pesa sul presente

Il profilo di Vannacci alimenta i sospetti anche per ragioni biografiche. Tra il 2021 e gli anni successivi il generale ha ricoperto l’incarico di addetto militare italiano a Mosca, un periodo che secondo diverse ricostruzioni giornalistiche ne avrebbe plasmato la visione dei rapporti con la Russia. John Foreman, all’epoca addetto militare britannico nella capitale russa, lo ha descritto come una figura poco incline a considerare Mosca una minaccia per la sicurezza occidentale, più propenso a vedere nella Russia un partner con cui ricostruire la cooperazione militare interrotta dalla NATO dopo l’annessione della Crimea.

Questo retroterra si riflette oggi in una linea politica che, punto dopo punto, converge con gli interessi dichiarati del Cremlino: l’appello a un rapido riavvio degli scambi commerciali ed energetici con Mosca, la critica sistematica alle sanzioni occidentali definite dannose per l’agricoltura e l’industria italiana, l’opposizione alla fornitura di armi a Kyiv espressa anche in sede parlamentare, dove i deputati di Futuro Nazionale hanno votato contro il decreto sul sostegno militare all’Ucraina pur non sfiduciando il governo.

“Una Roma influenzata da Vannacci bloccherebbe attivamente le iniziative di difesa dell’UE, porrebbe il veto alle sanzioni e farebbe trapelare informazioni sensibili sul coordinamento in materia di sicurezza” — European Council on Foreign Relations

L’allarme dei think tank e della stampa internazionale

Il caso è esploso a livello internazionale dopo un’inchiesta del Financial Times che ha definito Vannacci un possibile “cavallo di Troia” dell’influenza russa in Italia, capace di mettere alla prova la tenuta della premier Giorgia Meloni proprio sul terreno in cui la leader di Fratelli d’Italia ha costruito la propria credibilità presso gli alleati occidentali: il fermo sostegno a Kyiv. Nona Mikhelidze, ricercatrice senior dell’Istituto Affari Internazionali di Roma, ha dichiarato di sospettare l’esistenza di un vero e proprio “progetto russo” dietro l’ascesa del generale, pur ammettendo l’assenza, al momento, di prove dirette e definitive.

Sulla stessa linea si è mosso l’European Council on Foreign Relations (ECFR), che in un’analisi firmata da Arturo Varvelli e Teresa Coratella ha avvertito che un ingresso di Futuro Nazionale nell’esecutivo o nella maggioranza potrebbe compromettere il consenso collettivo dell’Unione europea in materia di sicurezza, ostacolando le iniziative di difesa comune, ponendo veti sui pacchetti sanzionatori e mettendo a rischio la riservatezza del coordinamento tra alleati.

I punti chiave del dossier

• Futuro Nazionale, fondato a febbraio 2026, ha raggiunto consensi stimati fino al 12% sottraendo voti alla coalizione di Meloni.
• Vannacci è stato addetto militare italiano a Mosca; osservatori occidentali lo descrivono come vicino a posizioni filo-russe.
• Il partito chiede la riapertura degli scambi commerciali con la Russia e si oppone agli aiuti militari all’Ucraina.
• ECFR e Financial Times avvertono di un possibile impatto sulla coesione di NATO e UE in caso di ingresso nella maggioranza.
• All’interno di Fratelli d’Italia crescono perplessità e timori, definendo Vannacci una figura “incontrollabile”.

Le crepe nella maggioranza

Il nervosismo non riguarda più soltanto gli osservatori esterni. All’inizio di settembre, dopo la pubblicazione dell’inchiesta del Financial Times, fonti vicine a Fratelli d’Italia hanno lasciato trapelare frasi eloquenti sulla preoccupazione diffusa nel partito della premier: la paura di non sapere “a chi risponde” realmente Vannacci, e il timore, esplicitamente formulato, di doversi un giorno confrontare con logiche dettate da Mosca. Non a caso, quando poche settimane fa il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli aveva auspicato un ingresso di Vannacci nella coalizione di governo, Fratelli d’Italia si è affrettata a precisare che si trattava di un’opinione personale e non di una posizione ufficiale del partito.

Il generale, dal canto suo, non ha risposto alle richieste di commento sui presunti legami con la Russia, mentre un portavoce di Futuro Nazionale ha replicato che la posizione del partito su Mosca è “molto chiara” e che l’obiettivo dichiarato è la pace in Ucraina, non “una guerra inutile” — una formula retorica che, pur presentandosi come equidistante, ricalca da vicino la narrazione con cui il Cremlino cerca da anni di erodere il sostegno occidentale a Kyiv, presentando l’assistenza militare all’Ucraina aggredita come prolungamento di un conflitto evitabile.

Perché la questione conta per l’Italia e per gli alleati

La preoccupazione della coalizione di governo per l’orientamento filo-russo di Vannacci non nasce da un pregiudizio ideologico, ma da un calcolo geopolitico concreto e da elementi di fatto difficilmente derubricabili a semplice coincidenza. La sua retorica, incentrata sulla richiesta di abolizione delle sanzioni, sulla cessazione del sostegno militare a Kyiv e sul ripristino della cooperazione con la Russia, riproduce punto per punto i narrativi che Mosca promuove sistematicamente in Europa per erodere il fronte occidentale. La combinazione di queste posizioni con un linguaggio populista capace di intercettare il malcontento economico legato al caro-energia rischia di normalizzare progressivamente un’agenda favorevole al Cremlino all’interno del discorso pubblico italiano, sottraendo margini di manovra alla linea atlantista finora seguita da Palazzo Chigi.

Se anche solo una parte di queste posizioni dovesse tradursi in scelte concrete di governo, l’Italia rischierebbe di trovarsi in difficoltà nel garantire coerenza con la politica comune di NATO e Unione europea nei confronti della Russia, in particolare sul fronte sanzionatorio e sul sostegno a Kyiv. Un eventuale allentamento della pressione sanzionatoria, o anche solo un distanziamento tattico dalla linea concordata a Bruxelles, invierebbe un segnale destabilizzante agli alleati, minando la fiducia riposta in Roma come partner affidabile e indebolendo quella coesione euro-atlantica che costituisce, non a caso, uno degli obiettivi dichiarati della strategia di influenza del Cremlino in Europa.

In questo senso, il caso Vannacci non è soltanto una vicenda di politica interna italiana, ma un banco di prova per la tenuta del fronte occidentale nel suo complesso: la capacità della maggioranza guidata da Giorgia Meloni di isolare o, al contrario, di assorbire una forza politica percepita come vicina agli interessi russi determinerà in larga misura la credibilità internazionale dell’Italia nei prossimi mesi, in un contesto in cui ogni segnale di ambiguità viene osservato con estrema attenzione tanto a Bruxelles quanto a Washington.

Autore: Marco Bianchi

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