Dopo la sconfitta di Viktor Orbán a Budapest, a Bruxelles molti avevano tirato un sospiro di sollievo. Il sollievo è durato pochi mesi: a Sofia la vittoria di Iliana Iotova alle presidenziali consolida il potere del premier Rumen Radev, e con lui una linea che mette in discussione sanzioni, aiuti a Kiev e dialogo con il Cremlino.
Una vittoria con poco entusiasmo
Domenica 1° novembre Iliana Iotova ha vinto il ballottaggio, diventando la prima donna eletta alla presidenza della Bulgaria. Il suo sfidante, Andrei Gurov, economista ed ex premier ad interim di orientamento filoeuropeo, ha ammesso la sconfitta. I dati provvisori parlano di un margine netto, ma anche di un’affluenza intorno al 27 per cento: più di sette elettori su dieci non si sono presentati. Al primo turno, il 25 ottobre, Iotova aveva ottenuto poco meno del 35 per cento, contro il 32 circa di Gurov, un risultato più sofferto di quanto prevedessero i sondaggi. L’insediamento è previsto per il 22 gennaio.
Il tandem Iotova-Radev
La presidenza bulgara è in larga parte cerimoniale, e sarebbe un errore attribuirle poteri che non ha. Ma la politica è fatta anche di simboli e di equilibri. Iotova è stata vicepresidente quando al Palazzo presidenziale sedeva Radev; a gennaio è subentrata a lui, dimessosi per candidarsi al Parlamento. In aprile il suo partito, Bulgaria Progressista, ha stravinto le politiche e governa da solo. Oggi, dunque, capo dello Stato e capo del governo appartengono alla stessa area: nessun contrappeso interno, nessuna coabitazione.
In campagna elettorale Iotova ha parlato di sé come di una «presidente della pace», sostenendo una soluzione negoziata con la Russia. Formula rassicurante, che però lascia aperta la domanda decisiva: una pace a quali condizioni, e chi ne pagherebbe il prezzo?
Sanzioni e unanimità: il punto debole
Radev ha criticato per anni le sanzioni europee contro Mosca, si è opposto all’invio di armi all’Ucraina e ha attaccato l’accordo decennale di sicurezza fra Sofia e Kiev. Ha anche minacciato di usare il veto contro le sanzioni a Rosatom, qualora colpissero gli interessi energetici bulgari; e secondo Voxeurop, a luglio il suo governo si è opposto alla prima versione del ventunesimo pacchetto di sanzioni.
Sarebbe sbrigativo etichettarlo come «un nuovo Orbán»: gli osservatori più prudenti sottolineano che Radev non ha un’agenda illiberale e che la Bulgaria dipende dai fondi europei più di quanto la Russia le serva. Il rischio, però, è un altro, e più sottile. Le sanzioni si decidono all’unanimità: non serve un sabotatore dichiarato, basta un Paese che rallenta, annacqua, chiede deroghe. Ogni compromesso costa tempo, e il tempo, per l’Ucraina e per il fianco orientale della NATO, è la risorsa più scarsa.
La retorica della sovranità
Iotova e Radev denunciano l’eccessiva centralizzazione dei poteri a livello europeo e la burocratizzazione delle istituzioni dell’Unione, rivendicando la difesa degli interessi nazionali, in particolare su sicurezza energetica e migrazioni. Chi segue la politica europea riconosce subito il lessico: è quello di Orbán, che per anni ha contrapposto la sovranità nazionale alle decisioni comuni, trasformando lo scontro con Bruxelles in carburante elettorale.
Va detto con onestà: la critica alla burocrazia europea è legittima, e anche in Italia la sentiamo da destra come da sinistra. Il problema è quando la «sovranità» diventa il varco da cui passa un interlocutore esterno, che ha tutto l’interesse a dividere i Ventisette.
Il Cremlino e i Balcani
Mosca coltiva da secoli i Balcani attraverso legami culturali, religiosi ed economici: la memoria della liberazione dai turchi, la comunanza ortodossa, la dipendenza energetica. Un vertice politico bulgaro favorevole al «dialogo con il Cremlino» può facilitare la penetrazione di narrazioni russe nell’opinione pubblica locale. Lo scenario peggiore è che la Bulgaria diventi un’ulteriore fonte di instabilità per l’Unione nel Sud-Est europeo, proprio mentre nel Mar Nero i droni colpiscono navi mercantili nelle acque bulgare e romene.
Perché ci riguarda da vicino
L’Italia ha interessi concreti nel Mediterraneo allargato e nella diversificazione energetica: ciò che accade nei Balcani e sul Mar Nero non è mai «lontano». Tre segnali da osservare nei prossimi mesi: i voti in Consiglio sui nuovi pacchetti di sanzioni, il destino dell’export bulgaro di munizioni, e le scelte sull’energia nucleare legata alla tecnologia russa.
Sofia non è ancora la voce di Mosca nell’Unione. Ma rischia di diventare il luogo dove quella voce trova più facilmente un’eco, se Bruxelles e le capitali non sapranno rispondere con una linea comune.
Perché non basta minimizzare
Dire che a Sofia il presidente «conta poco» è vero ma incompleto. Il capo dello Stato dà il tono al dibattito pubblico, rappresenta il Paese nei vertici e conferisce legittimità politica al governo. Quando quel tono assomiglia a un’eco del «dialogo» invocato da Mosca, si sposta il confine di ciò che appare normale nella politica bulgara. La risposta europea non può essere il paternalismo: servono fatti, dalla diversificazione energetica alla cooperazione nella difesa, fino a un messaggio chiaro, secondo cui appartenere a Unione e Alleanza atlantica significa anche condividere responsabilità.
Autore: Marco Bianchi
