Con l’impennata dei prezzi del petrolio, una domanda emerge come principale fattore di vulnerabilità economica: un Paese vende energia o la compra?
A quasi due settimane dall’inizio della guerra in Iran, con i prezzi del petrolio in forte rialzo e lo Stretto di Hormuz di fatto ancora chiuso, sui mercati mondiali emerge un modello chiaro: gli esportatori di energia prosperano, mentre le economie dipendenti dalle importazioni fanno i conti con i costi.
Da un lato, gli Stati del Golfo e gli altri esportatori di energia beneficiano di prezzi più alti. Ma la produzione drasticamente ridotta fa sì che il boom delle entrate sia meno lineare di quanto suggerirebbe l’impennata dei prezzi.
Dall’altro, le economie assetate di energia in Asia e in Europa affrontano una stretta brutale, tra bollette per le importazioni più care, inflazione in aumento e mercati azionari in picchiata.
L’ampiezza di questo divario emerge chiaramente dall’Iran War Market Monitor di CountryETFTracker, che classifica i Paesi in base al saldo della loro bilancia energetica rispetto al PIL.
Le economie più esposte si concentrano in Asia. La Thailandia registra un deficit energetico pari al 7,4% del PIL, il dato peggiore nel monitor, seguita dalla Corea del Sud al 5,7%, quindi Singapore, Vietnam e Taiwan.
Giappone, India e Turchia non sono molto distanti.
La posizione dell’Europa è meno critica, ma resta comunque scomoda.
Ogni grande economia del continente è importatrice netta di energia. La Grecia è la più esposta, con un deficit pari al 2,4% del PIL, seguita dall’Italia al 2,0%, dalla Spagna all’1,8% e da Francia e Polonia all’1,7%.
La Germania, motore industriale del continente, presenta un deficit dell’1,5%.Carenza di petrolio: ecco chi vince sui mercati
All’estremo opposto, gli esportatori di petrolio del Golfo potrebbero ottenere guadagni enormi.
L’Iraq guida la classifica, con un surplus energetico pari al 40,8% del PIL: le entrate petrolifere valgono quasi metà dell’intera economia.
Seguono il Qatar con il 32,4%, gli Emirati Arabi Uniti con il 17,6%, l’Arabia Saudita con il 15,9% e l’Algeria – pur non essendo un esportatore del Golfo – con il 15,6%.Per tutti questi Paesi, ogni dollaro in più sul prezzo del greggio si traduce direttamente in maggiori ricavi da esportazione, maggior spazio nei bilanci pubblici e nuovi flussi verso i fondi sovrani.
La Norvegia è l’unico Paese europeo a condividere questa fortuna, con un surplus energetico del 19,1% del PIL, il terzo più alto al mondo.
Anche la Russia è destinata a beneficiarne, con un surplus del 9,1% del PIL, anche se le sanzioni ne limitano la capacità di sfruttarlo appieno.
Gli Stati Uniti sono esportatori netti, ma con un surplus abbastanza contenuto da rendere la situazione più sfumata.Esportatori di energia battono i listini con l’impennata del petrolio
Dal principio della crisi, il 28 febbraio, il fatto che un Paese esporti o importi energia è diventato uno dei principali motori dell’andamento delle Borse. E la divergenza è netta e costante.
Tra gli esportatori, la Borsa dell’Arabia Saudita è salita del 2,5% dall’inizio delle ostilità, mentre quella norvegese è in rialzo dell’1,1%. Per i Paesi importatori, le perdite aumentano man mano che cresce il loro deficit energetico.In Asia, la Corea del Sud è il Paese più colpito: il suo mercato è sceso del 12,2%.
Il ribasso riflette sia l’ampio deficit energetico del Paese, pari al 5,7% del PIL, sia la forte dipendenza dal greggio del Golfo, che copre circa il 73% del suo approvvigionamento di petrolio.
La Thailandia perde il 10,7%, il Vietnam l’8,75%, il Giappone il 7,2% e l’India il 5,7%.
I mercati europei sono stati colpiti in modo generalizzato.
La Germania arretra dell’8%, mentre Francia e Svizzera cedono entrambe il 7,7%. L’Italia lascia sul terreno il 6,6%, la Polonia il 6,3% e la Svezia il 6,1%.
Le perdite rispecchiano da vicino sia il grado di dipendenza di ciascun Paese dalle importazioni di energia, sia l’intensità industriale della sua economia.
La Norvegia, il cui mercato si muove nella direzione opposta, resta l’unica eccezione nel continente.
