Quote Co2 sul termoelettrico, Meloni chiede lo stop. Otto stati Ue: passo indetro preoccupante

Danimarca, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Spagna, Portogallo, Slovenia e Lussemburgo: “Funziona”, congelarlo “penalizzerebbe chi ha già investito”

L’Europa si divide sullo European Union Emissions Trading System (Ets), il meccanismo europeo di scambio delle quote di anidride carbonica (Co2) che ha come obiettivo quello di ridurre le emissioni, imponendo maggiori costi alle industrie che ne producono di più. Ieri la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, durante le comunicazioni al Senato, aveva detto che l’Italia sta chiedendo all’Ue “di sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche”, il cosiddetto termoelettrico che può essere alimentato da gas, carbone, gasolio e biomasse. “Si tratta di un provvedimento che serve subito, e almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente”, aveva aggiunto, l’Ets “gonfia artificialmente il prezzo dell’elettricità“, arrivando in Italia a pesare fino a un quarto del costo finale. Insomma: “Una tassa voluta dall’Europa“.

Abbiamo bisogno dell’Ets, ma va modernizzato“, aveva concesso quasi in tempo reale la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, avvertendo però che senza il mercato europeo delle emissioni, “oggi l’Ue consumerebbe 100 miliardi di metri cubi di gas in più e sarebbe ancora più vulnerabile”. 

Da otto paesi dell’Unione è arrivato tuttavia oggi un netto stop. Danimarca, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Spagna, Portogallo, Slovenia e Lussemburgo, in un documento ufficioso (“non paper“) in vista del Consiglio Ue del 19 e 20 marzo, di cui dà conto l’agenzia Ansa, scrivono che l’Ets “è la pietra angolare della politica climatica dell’Ue” e “apportare modifiche fondamentali, mettere in discussione lo strumento stesso o sospenderlo costituirebbe un passo indietro molto preoccupante, non solo in termini di ambizione climatica, ma anche perché indebolirebbe i segnali di prezzo del carbonio che sostengono investimenti e stabilità del mercato”. 

L’Ets, evidenziano gli otto governi , “è essenziale per fornire i segnali necessari a rafforzare l’industria europea e guidare la decarbonizzazione e la reindustrializzazione basate su fonti energetiche domestiche, pulite e accessibili, garantendo al contempo la sicurezza economica” Secondo i Paesi firmatari, “industria e mercati energetici europei hanno bisogno di un quadro normativo stabile” capace di orientare gli investimenti: in questo contesto, “la stabilità dell’Ets, come strumento di prezzo del carbonio, è fondamentale per attrarre capitali e offrire visibilità di lungo periodo ai settori industriali”.

Il sistema europeo di scambio delle emissioni, si legge ancora nel non paper, si è dimostrato “uno strumento efficiente ed economicamente sostenibile” che “si è evoluto nel tempo” e che consente alle imprese flessibilità nel raggiungere gli obiettivi climatici, “riducendo i costi della transizione per imprese, consumatori e governi”. Modificarlo profondamente o congelarlo “distorcerebbe le condizioni di concorrenza e penalizzerebbe chi ha già investito nella decarbonizzazione e rallenterebbe nuovi investimenti”, avvertono i firmatari, lasciando spazio a “prendere in considerazione” soltanto “eventuali aggiustamenti mirati, che contribuiscano a preservarne la stabilità nei periodi di volatilità senza comprometterne gli obiettivi”. La revisione dell’Ets già prevista in agenda, sottolineano ancora gli otto Paesi, “dovrebbe sostenere decarbonizzazione, investimenti e occupazione in Europa, riducendo al minimo il rischio di delocalizzazione delle emissioni (carbon leakage)”.

rainews.it

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