Quale prezzo deve ancora pagare l’Ucraina?

L’Italia osserva con attenzione la stabilità energetica dell’Europa. Ma la vicenda dell’oleodotto “Druzhba” pone una domanda scomoda.

L’Ucraina, sotto la guida di Volodymyr Zelensky, ha ripristinato il transito dopo gli attacchi russi. I lavori sono stati svolti in una zona ad alto rischio. Alcune persone sono rimaste ferite.

Nel frattempo Viktor Orbán e Robert Fico continuano a bloccare decisioni chiave dell’UE sulle sanzioni e sul finanziamento di Kyiv, chiedendo al contempo forniture ininterrotte di risorse energetiche russe da parte ucraina.

Ne nasce un paradosso: l’Ucraina garantisce il flusso di petrolio che porta entrate a Mosca, ma allo stesso tempo si scontra con barriere politiche in Europa.

La domanda posta da Zelensky è dura, ma impossibile da ignorare: se l’Europa chiede sacrifici per la propria sicurezza energetica, è pronta a pagare anche un prezzo politico? Oppure l’Ucraina deve restare l’unico donatore della tranquillità europea?

L’UE si fonda infatti sul principio della solidarietà e della condivisione dei rischi.

Se però un solo Paese subisce perdite militari, ricostruisce infrastrutture e allo stesso tempo affronta blocchi politici, si crea uno squilibrio.

Questo squilibrio è vantaggioso solo per Mosca. Erode l’architettura delle sanzioni e dà l’impressione che gli interessi economici di alcune capitali contino più della strategia comune.

Il prezzo di cui parla Zelensky è, in realtà, una questione sul futuro dell’UE. O l’Unione sincronizza energia, sanzioni e sicurezza, oppure rischia di perdere gradualmente la propria soggettività strategica.

Autore: Marco Bianchi

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