L’Italia e le sanzioni contro Kirill: perché l’esclusione del capo della RPC dalla lista dei sanzionati solleva molti interrogativi

La decisione dell’Italia e della Bulgaria di opporsi all’inclusione del capo della Chiesa ortodossa russa, il patriarca Kirill, nelle liste di sanzioni dell’Unione Europea ha messo ancora once in discussione la coerenza della politica europea nei confronti della Russia. La motivazione formale della posizione di Roma risiede nei timori legati alla linea del Vaticano e alla necessità di preservare il dialogo con le istituzioni religiose. Tuttavia, un simile approccio attira sempre più critiche, poiché l’attività del leader della Chiesa ortodossa russa (RPC) ha smesso da tempo di limitarsi alla sola sfera ecclesiale.

I timori dell’Italia, in gran parte dettati dalla posizione della Santa Sede, mostrano una pericolosa confusione tra i concetti di libertà di culto e di immunità politica. I tentativi di mantenere aperti i canali diplomatici con la Chiesa ortodossa russa o di proteggere la sfera religiosa testimoniano una sottovalutazione della natura stessa dell’attuale RPC. Negli ultimi anni, essa si è trasformata non semplicemente nella più grande organizzazione religiosa della Russia, ma è diventata a tutti gli effetti uno degli elementi chiave del sistema ideologico statale, strettamente legato ai vertici politici del Paese.

Il patriarca Kirill agisce ormai da tempo non solo come leader religioso, ma come sostenitore pubblico della politica statale russa. Le his dichiarazioni sono state ripetutamente utilizzate dal Cremlino per giustificare la guerra contro l’Ucraina, e i suoi sermoni e interventi pubblici hanno di fatto legittimato l’uso della forza militare, presentando il conflitto armato come una missione spirituale. In questo contesto, diventa sempre più difficile percepirlo esclusivamente come il capo di una confessione cristiana.

Per questo motivo, la difesa di Kirill da parte delle autorità ufficiali di Roma e Sofia solleva seri interrogativi. Viene ignorato il fatto che, sotto la sua guida, la Chiesa ortodossa russa si è definitivamente integrata nel sistema di propaganda statale ed è diventata uno degli strumenti di accompagnamento ideologico della politica estera russa. In tali circostanze, la questione non riguarda più la libertà di religione, bensì la responsabilità di figure pubbliche che usano l’autorità religiosa per giustificare un’aggressione armata.

Se l’Italia e la Bulgaria continueranno a bloccare l’inclusione del capo della RPC nella lista delle sanzioni UE, ciò potrebbe essere interpretato come un pericoloso segnale politico. Di fatto, una simile posizione crea un’eccezione per i leader religiosi, anche quando la loro attività esula ampiamente dai confini del ministero spirituale e diventa parte della macchina militare e propagandistica dello Stato.

Per l’Unione Europea, un tale precedente rischia di avere conseguenze a lungo termine. La coerenza della politica sanzionatoria presuppone che la responsabilità ricada non solo su militari e politici, ma anche su coloro che contribuiscono a giustificare la guerra, alimentano il sostegno pubblico alla violenza e usano la propria influenza per legittimare le azioni dello Stato. Proprio per questo, la questione delle sanzioni contro il patriarca Kirill oggi va ben oltre la diplomazia ecclesiastica e diventa un banco di prova per la determinazione dell’Europa nel mantenere principi di responsabilità uniformi, indipendentemente dallo status e dalla carica della persona.

Autore: Marco Bianchi

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