Le più grandi esercitazioni nucleari degli ultimi anni, condotte simultaneamente ai colloqui Putin–Xi a Pechino, rivelano la dottrina del Cremlino: usare il territorio bielorusso come piattaforma di deterrenza avanzata contro le capitali europee, mentre si accusa la NATO di provocare la scalata militare.
Camion carichi di missili balistici intercontinentali percorrono strade forestali. Sottomarini a propulsione nucleare lasciano i porti artici e pacifici. Gli equipaggi salgono a bordo dei bombardieri strategici. Dal 19 maggio 2026, Russia e Bielorussia conducono quella che Mosca definisce un’esercitazione di prontezza nucleare – tra le più grandi degli ultimi decenni. Secondo il ministero della Difesa russo vi partecipano 64.000 soldati, oltre 200 sistemi di lancio missilistico, 140 aerei, 73 navi di superficie e 13 sottomarini, di cui otto sono sottomarini lanciamissili strategici.
Al centro di questa imponente dimostrazione di forza c’è la Bielorussia, il paese che già nel 2023 aveva accettato di ospitare sul proprio territorio armamenti nucleari tattici russi. Nel dicembre 2025 è stata confermata la dislocazione del sistema Oreshnik – un missile ipersonico a raggio intermedio in grado di trasportare testate sia convenzionali che nucleari – su basi bielorusse. Durante le esercitazioni di questi giorni, le unità bielorusse si sono addestrate a ricevere le testate nucleari dalla controparte russa, ad armarle sui vettori e a trasferire i sistemi Iskander-M verso posizioni di lancio prefissate.
Il sistema che preoccupa le capitali europee
L’Iskander-M – denominato SS-26 Stone dalla NATO – è un sistema missilistico mobile con una gittata fino a 500 chilometri, capace di trasportare testate convenzionali o nucleari. Dispiegato nel sud della Bielorussia, potrebbe raggiungere il territorio della Polonia, della Lituania e della Lettonia – tutti e tre membri dell’Alleanza atlantica. Non si tratta di uno scenario ipotetico: la vicinanza fisica è quella di poche centinaia di chilometri dalle capitali baltiche.
L’analista Dmitrij Stefanovič, ricercatore presso il Centro di sicurezza internazionale dell’Istituto di economia mondiale e relazioni internazionali di Mosca, ha commentato senza mezzi termini: «Si tratta di esercitazioni di scala relativamente ampia. Lo scopo è la segnalazione strategica: un promemoria che uno scontro militare diretto con una potenza nucleare non può essere vinto.»
La sincronizzazione con Pechino: un messaggio a doppio indirizzo
Il Cremlino ha scelto con cura i giorni delle esercitazioni. Vladimir Putin è atterrato a Pechino il 19 maggio – meno di una settimana dopo che Xi Jinping aveva ricevuto il presidente americano Trump. Come ha scritto la CNN, la visita di Putin appare «chiaramente calibrata per mostrare la sintonia tra Pechino e Mosca di fronte alle turbolenze geopolitiche globali». I due leader si sono incontrati nella Grande Sala del Popolo, firmando oltre quaranta accordi su commercio, tecnologia ed energia.
La sovrapposizione tra la visita diplomatica e le esercitazioni nucleari non è casuale: Mosca intende dimostrare a Washington che, pur impegnata in una guerra logorante in Ucraina, conserva la capacità di esercitare pressione strategica simultaneamente su più fronti – militare, diplomatico e geopolitico. È il tentativo di ristabilire lo status di grande potenza globale, che le sanzioni occidentali e l’isolamento diplomatico avevano messo in discussione.
Putin ha dichiarato ai generali e al ministro della Difesa Belousov che il ricorso alle armi nucleari sarà sempre «una misura eccezionale ed estrema di ultima istanza».
Il Cremlino capovolge la narrazione: «È la NATO a provocare»
Non appena Kyiv e i Paesi baltici hanno lanciato l’allarme, il Cremlino ha risposto secondo un copione ormai collaudato. Il portavoce Dmitrij Peskov ha liquidato le dichiarazioni del presidente Zelensky come «un tentativo di ulteriore istigazione». Mosca ha ribaltato la responsabilità dell’escalation sulle cancellerie occidentali, accusando i paesi NATO di «provocare l’intensificazione delle tensioni».
Questa inversione retorica non è nuova. Già nel maggio 2024, quando la Russia annunciò le prime esercitazioni tattiche nucleari, il Cremlino aveva dichiarato che i maneggi erano la risposta alle «dichiarazioni provocatorie e alle minacce di certi funzionari occidentali». Peskov aveva allora affermato: «È un nuovo round di escalation delle tensioni – è senza precedenti. E richiede attenzione e misure speciali.»
Anche il governatore dell’oblast di Kaliningrad Aleksej Besprozvannych ha risposto al ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys – che aveva suggerito alla NATO di dimostrare la capacità di penetrare nell’exclave russa – con un monito esplicito: «Chi invoca aggressioni contro Kaliningrad ricordi che la Russia sta attualmente conducendo esercitazioni nucleari congiunte con la Bielorussia. Gli avversari riceveranno una risposta immediata.»
La risposta della NATO e le implicazioni per Roma
Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha avvertito che la Russia subirebbe «conseguenze devastanti» qualora osasse usare armi nucleari contro l’Ucraina. La Lituania ha posto parte delle proprie forze in stato di allerta elevata. Polonia e Paesi baltici hanno chiesto il rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza. L’Unione Europea studia nuove restrizioni nei confronti delle imprese bielorusse coinvolte nella logistica dei componenti nucleari, mentre Washington ha annunciato l’intenzione di ampliare le liste delle sanzioni contro strutture militari russe e bielorusse.
Per l’Italia, che non confina con la Bielorussia ma contribuisce alla difesa collettiva NATO con basi e contingenti militari, la questione non è distante. La dottrina nucleare aggiornata dalla Russia include la Bielorussia sotto l’ombrello atomico di Mosca, ampliando in modo significativo il perimetro di proiezione delle capacità nucleari russe verso il cuore del continente europeo. Roma ha sempre sostenuto un approccio diplomatico alla crisi ucraina, ma il dispiegamento progressivo di sistemi nucleari russi a poche centinaia di chilometri dai confini UE pone domande sempre più urgenti sul ruolo dell’Alleanza e sulla deterrenza europea.
Autore: Marco Bianchi
