Inflazione alta, ma la Fed per ora lascia invariati i tassi

La Federal Reserve statunitense dovrebbe lasciare i tassi invariati mercoledì, ma martedì sera i mercati stimavano al 32% la probabilità di un rialzo, giudicato dagli analisti la decisione più incerta degli ultimi anni.

L’attesissima riunione di politica monetaria della Federal Reserve di mercoledì arriva in un clima di incertezza: non è chiaro se i responsabili di politica monetaria stiano perdendo la pazienza con l’inflazione e, in tal caso, se siano pronti a trasformare la frustrazione in azione. Le aspettative, per ora, propendono per un “non ancora”.

Gli economisti statunitensi, in larga maggioranza, si aspettano che la Fed lasci i tassi invariati questa volta, ma giudicano elevato il rischio di un rialzo, che molti ormai mettono in conto per settembre.

La decisione di politica monetaria arriva mentre le rinnovate tensioni in Medio Oriente hanno fatto impennare di nuovo i prezzi del petrolio, riaccendendo i timori che l’inflazione possa continuare a salire nella maggiore economia mondiale.

Oltre alla guerra che coinvolge l’Iran, tra i fattori che alimentano le pressioni inflazionistiche ci sono i dazi del presidente Donald Trump sui beni stranieri e un’ondata di investimenti nei data center per alimentare l’intelligenza artificiale, che sta spingendo al rialzo il costo dei chip, delle apparecchiature e dell’elettricità.

Un rapporto sull’inflazione di giugno più contenuto del previsto sembrava aver offerto ai funzionari un po’ di respiro per mantenere i tassi stabili: l’inflazione complessiva si è attestata al 3,5% su base annua, in calo rispetto al 4,2% di maggio, mentre l’inflazione di fondo è scesa al 2,6%, dopo il 2,9% registrato a maggio. Il calo è stato dovuto in gran parte all’andamento dei prezzi dell’energia.

L’inflazione è rimasta al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla Fed per oltre cinque anni. Il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, ha dichiarato al Congresso all’inizio del mese di “non avere alcuna tolleranza” per un’inflazione elevata. Questa settimana Warsh presiede la sua seconda riunione di politica monetaria.

Gli osservatori della Fed Joseph Egelhof e Guneet Dhingra, di BNP Paribas Securities, sostengono che “la pazienza dei responsabili politici nei confronti di un’inflazione alta e persistente è in gran parte esaurita, il che implica un rischio significativo” di un rialzo dei tassi a settembre.

L’intervallo obiettivo per i federal funds è compreso tra il 3,50% e il 3,75% da dicembre 2025.

Il responsabile regionale della ricerca per le Americhe di ING, Padhraic Garvey, ha dichiarato: “La logica per un non intervento si basa, in parte, sul raffreddamento dei dati di inflazione di giugno. Il presidente Trump ha inoltre contribuito a rafforzare un orientamento alla continuità, alla luce della apparente nuova pausa nelle ostilità con l’Iran. E, da una prospettiva macroeconomica, l’economia statunitense mostra vulnerabilità al di fuori del settore tecnologico”.

I responsabili di politica monetaria potrebbero inoltre voler attendere altri dati economici. Giovedì il Dipartimento del Commercio presenterà la prima stima della crescita economica tra aprile e giugno e pubblicherà la misura dell’inflazione preferita dalla Fed, l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE), relativo a giugno.

Nel complesso, oltre il 30% degli operatori di Wall Street prevede che la Fed aumenti i tassi questa settimana, mentre il 76% scommette su un rialzo a settembre, secondo lo strumento FedWatch del CME.

Diversi responsabili della Fed sostengono inoltre che sarà necessario aumentare i tassi per riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%.

“Limitarsi a fissare l’inflazione, sperando che si sciolga sotto il peso del nostro sguardo severo, non è un’opzione”, ha dichiarato in un discorso questo mese Christopher Waller, influente membro del board della Fed.

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