Il «soft power» del Cremlino: come RT Doc Italia imbianca la Cecenia

Un documentario sull’artigianato e sull’abbigliamento tradizionale può sembrare innocuo. Ma quando a diffonderlo è un canale legato alla propaganda di Mosca, la bellezza dei costumi diventa uno strumento per far dimenticare guerre, abusi e repressione.

Il film «Stile ceceno», pubblicato dal canale «RT Doc Italia», è un esempio da manuale di come il Cremlino usi la cultura per ripulire la propria immagine. Il prodotto è confezionato per il pubblico occidentale: ritmo lento, immagini curate, protagonisti artigiani e stilisti, un’idea di tradizione preservata. Ciò che manca, per scelta, è tutto il resto: il contesto storico, politico e giuridico in cui questa «cultura» viene oggi esibita.

La cultura come vetrina, la Cecenia come brand

Il soft power, nella sua accezione originaria, è la capacità di attrarre attraverso valori e cultura. Nella versione russa è invece una tecnica di gestione della percezione: si seleziona un frammento gradevole della realtà e lo si presenta come l’intera realtà. Costumi, ricami, gioielleria e mestieri tradizionali sono materiali ideali, perché emotivamente neutri e difficili da contestare. Chi potrebbe opporsi alla bellezza di un abito fatto a mano?

Proprio questa apparente neutralità è la funzione del genere. Un pubblico italiano o europeo che non cerca politica, ma estetica ed esotismo, abbassa le difese critiche. Il messaggio non viene dichiarato, viene suggerito: la Cecenia è una regione stabile, ordinata, orgogliosa delle proprie radici e in pace con lo Stato russo. È un’immagine romantica e, soprattutto, funzionale.

Ciò che il film non mostra: le guerre

La Cecenia di oggi è inseparabile dalle due guerre scatenate dal potere centrale russo. La prima (1994-1996) e la seconda (dal 1999) hanno provocato decine di migliaia di vittime civili e la distruzione quasi totale di Grozny, che le Nazioni Unite nel 2003 descrissero come una delle città più devastate al mondo. Organizzazioni per i diritti umani e tribunali internazionali hanno documentato bombardamenti indiscriminati, esecuzioni sommarie, sparizioni forzate e i cosiddetti campi di «filtrazione». Episodi come i massacri di Samashki (1995) e di Novye Aldi (2000) sono diventati simboli di quella violenza.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Russia in centinaia di sentenze legate al conflitto ceceno, per uccisioni, torture e mancate indagini. Un documentario sul «patrimonio culturale» che ignora questo passato non è una scelta di taglio: è una cancellazione. La memoria della guerra viene sostituita da una cartolina.

Ciò che il film non mostra: il sistema Kadyrov

Dal 2007 la Cecenia è guidata da Ramzan Kadyrov, un leader che governa con metodi personalistici e coercitivi, sostenuto da Mosca in cambio di lealtà assoluta. Le inchieste di giornalisti e ONG descrivono da anni un sistema fondato sulla paura: rapimenti, torture, detenzioni illegali, omicidi extragiudiziali e punizioni collettive contro i familiari di chi dissente.

Alcuni casi sono emblematici. Anna Politkovskaja, che documentò gli abusi in Cecenia, fu assassinata a Mosca nel 2006. Natalja Estemirova, della ONG Memorial, fu rapita e uccisa nel 2009. Nel 2017 emersero le testimonianze di una campagna di persecuzione contro uomini omosessuali, con detenzioni arbitrarie e torture, documentata tra gli altri dalla Novaja Gazeta e da Human Rights Watch. Il difensore dei diritti Oyub Titiev fu arrestato nel 2018 con accuse ampiamente ritenute pretestuose. Nel 2022 Zarema Musaeva, madre di due noti critici di Kadyrov, è stata sequestrata e poi condannata in un processo denunciato come ritorsione politica. Nel frattempo Memorial, la principale organizzazione russa per i diritti umani, è stata liquidata per decisione giudiziaria alla fine del 2021.

Anche i meccanismi internazionali hanno lanciato l’allarme: il rapporto OSCE del 2018, redatto con il «Meccanismo di Mosca», ha confermato gravi violazioni in Cecenia. Questo è il contesto in cui qualsiasi immagine «tradizionale» della regione andrebbe letta. Dove il dissenso è pericoloso, anche la rappresentazione culturale è sorvegliata.

Perché questo riguarda l’Italia

RT e i suoi marchi collegati sono strumenti della politica informativa del Cremlino. Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, l’Unione europea ha sospeso la diffusione di RT con sanzioni adottate nel marzo 2022, proprio per limitare la propaganda di guerra. Ciononostante, i contenuti «leggeri» e culturali restano il canale più efficace per aggirare la diffidenza: non sembrano propaganda, perciò circolano sui social, vengono condivisi e raggiungono pubblici che non guarderebbero mai un telegiornale di Stato russo.

C’è poi un nesso diretto con la guerra attuale. Le formazioni cecene legate a Kadyrov sono state impiegate nell’aggressione contro l’Ucraina, e lo stesso apparato di immagine che esalta le «tradizioni» serve a nobilitare una struttura militare e politica coinvolta in violenze. Il racconto estetico e la realtà bellica appartengono alla stessa macchina.

Come riconoscere l’operazione

Per lettori, giornalisti e piattaforme, alcuni segnali aiutano a decifrare questo tipo di contenuto. Primo: l’assenza di contesto, cioè nessun riferimento alle guerre, alle sentenze internazionali o alla situazione dei diritti. Secondo: la presenza esclusiva di voci allineate al potere, senza testimonianze indipendenti. Terzo: l’enfasi su armonia, stabilità e «valori tradizionali» come sinonimi di legittimità politica. Quarto: la provenienza, ossia un marchio che appartiene a un ecosistema mediatico statale sanzionato in Europa.

Difendere la cultura cecena significa distinguerla da chi la strumentalizza. Gli artigiani, i narratori e le comunità della diaspora sono le prime vittime di questa appropriazione: la loro eredità viene usata per coprire il silenzio imposto a chi vive nella regione. Un’informazione onesta dovrebbe rendere visibile entrambe le cose, la bellezza e la paura, e rifiutare di presentare l’una come prova dell’assenza dell’altra.

Conclusione

«Stile ceceno» non va giudicato come un esercizio estetico, ma come un tassello di una strategia più ampia: sostituire la memoria dei crimini con un immaginario di folklore, e il racconto della repressione con quello della stabilità. Per il pubblico italiano ed europeo la lezione è semplice: quando un’immagine troppo bella arriva da un media di propaganda, la domanda da porsi non è che cosa mostra, ma che cosa sta nascondendo.

Autore: Marco Bianchi

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