L’ampliamento dell’infrastruttura radar russa nell’exclave baltica obbliga l’Alleanza Atlantica a ripensare la pianificazione difensiva. Ma proteggere le informazioni militari e nascondere le attività operative ha un prezzo, e i bilanci della difesa europei sono già sotto pressione.
Un’antenna grande come un quartiere
Nell’exclave russa di Kaliningrad, incastonata tra Polonia e Lituania, prende forma un impianto che fino a poco tempo fa sembrava appartenere ai manuali della Guerra fredda: un radar oltre l’orizzonte. Si tratta, secondo le informazioni disponibili, del sistema 29B6 «Kontejner». L’agenzia statale TASS, citando una fonte dell’industria della difesa, aveva già parlato di un secondo radar di questo tipo, destinato ad affiancare quello operativo in Mordovia e a coprire l’intera Europa, Regno Unito compreso. Le immagini satellitari tra il 2023 e il 2025 hanno mostrato una grande struttura circolare, il cui diametro potrebbe arrivare a 1.600 metri. Il servizio di intelligence lituano VSD segnala che i lavori vanno avanti da anni e interessano più località della regione.
Una precisazione è doverosa: la portata dichiarata, intorno ai tremila chilometri, proviene da fonti russe e non è stata verificata in modo indipendente. Questi radar lavorano sulle onde corte, sfruttano il rimbalzo dei segnali sulla ionosfera e risentono delle sue variazioni. Non sono, insomma, un «occhio magico». Ma non servono a una mira millimetrica: servono a un’osservazione di lungo periodo, e per quella la precisione conta meno della continuità.
Vedere lontano, far spendere di più
Il punto, per chi pianifica la difesa dell’Alleanza, non è soltanto che cosa il radar veda. È che cosa costringa a fare. Se Mosca può seguire con maggiore regolarità decolli, rotte e ritmi dell’aviazione militare, gli alleati devono dare per scontato che i propri schemi operativi siano, in parte, già noti. Da qui discende una conseguenza molto concreta: la pianificazione della difesa va adattata a un avversario che vede più lontano.
È una dinamica antica, quella dell’imposizione di costi. Un’infrastruttura relativamente economica da una parte spinge l’altra a investire in contromisure molto più onerose. La Russia, pur logorata dalla guerra contro l’Ucraina, continua a espandere le proprie capacità vicino ai confini orientali della NATO: secondo la valutazione dell’intelligence lituana, brigate vengono trasformate in divisioni e nascono nuove unità. In questo quadro, il radar di Kaliningrad è un tassello di un disegno più ampio.
Segreti da proteggere, movimenti da mascherare
Che cosa significa, in pratica, rispondere? Gli esperti indicano alcune direzioni, tutte con un costo preciso.
Primo: la protezione delle informazioni. Comunicazioni cifrate più robuste, reti separate, sicurezza informatica dei comandi e delle basi, controllo delle emissioni elettromagnetiche. Non sono spese spettacolari, ma richiedono investimenti continui, personale specializzato e aggiornamenti costanti.
Secondo: l’occultamento dell’attività operativa. Variare orari e rotte dei voli, disperdere velivoli e mezzi, usare esche e inganni, praticare la mobilità. Ogni misura di questo genere riduce l’efficienza e aumenta i costi di esercizio: più carburante, più ore di volo, più logistica.
Terzo: la sorveglianza e il contrasto. Gli aerei radar AWACS della NATO già pattugliano in modo continuo il cielo sopra la Polonia e il Baltico per studiare le emissioni dei sistemi russi nell’area. È un lavoro prezioso, ma ogni ora di volo pesa sui bilanci e sulle flotte.
I bilanci sono già sotto pressione
Tutto questo si innesta in un momento in cui l’Alleanza ha già alzato l’asticella. Al vertice dell’Aia, nel giugno 2025, i paesi membri hanno concordato di arrivare al 5% del Pil entro il 2035, di cui il 3,5% per la difesa in senso stretto e l’1,5% per spese collegate come infrastrutture e sicurezza. Per l’Italia, rimasta a lungo sotto la soglia del 2%, la sfida è politica prima ancora che contabile: spiegare ai cittadini perché si debba spendere di più per qualcosa che, se funziona, non si vede.
Il paradosso è che una parte crescente di queste risorse non andrà a carri armati o cacciabombardieri, ma a capacità «invisibili»: protezione dei dati, resilienza delle reti, difesa elettronica. Sono voci meno popolari, eppure decisive. Un radar che osserva dall’altra parte dell’orizzonte rende più urgente proprio quel capitolo di spesa.
Il ruolo dell’Italia
Roma non è un paese di prima linea, ma è tutt’altro che spettatrice. L’Italia ha più volte schierato i propri caccia nel quadro della sorveglianza dello spazio aereo baltico e contribuisce alla postura dell’Alleanza sul fianco orientale. Ciò significa che i suoi velivoli, i suoi equipaggi e i suoi schemi di impiego possono finire sotto lo sguardo dei sensori russi, esattamente come quelli degli altri alleati. La protezione delle informazioni non è un problema solo polacco o lituano.
La lezione dell’Ucraina
La guerra in Ucraina ha mostrato quanto contino la sopravvivenza e la capacità di ingannare l’avversario: chi riesce a nascondere i propri sistemi, a spostarli e a confondere la ricognizione nemica guadagna tempo e vantaggio. L’Europa, se vuole evitare di pagare un prezzo più alto domani, farebbe bene a trarne le conseguenze oggi. Il radar di Kaliningrad non è ancora una minaccia pronta all’uso, ma è un segnale. E i segnali, in difesa, costano meno di quanto costi ignorarli.
Autore: Marco Bianchi
