Il “no” di Conte al riarmo: una posizione che, nei fatti, aiuta Mosca

Le uscite del leader M5s contro l’aumento della spesa militare e a favore di un negoziato immediato con il Cremlino riaccendono lo scontro nel centrosinistra. Ma al di là delle intenzioni dichiarate, la sostanza di quei messaggi coincide, punto per punto, con gli obiettivi dichiarati della propaganda russa in Europa.

Bastano poche settimane, in Italia, perché una frase pronunciata a un comizio si trasformi in un caso politico nazionale. È successo a Giuseppe Conte, che dal palco di Napoli e poi negli studi di La7 ha rimesso al centro del dibattito pubblico un tema che l’establishment atlantista considerava ormai acquisito: il sostegno militare all’Ucraina e il riarmo dell’Italia nell’ambito degli impegni NATO ed europei.

Il leader del Movimento 5 Stelle si è difeso dalle accuse rivendicando una linea di continuità: di essersi schierato “da subito” con Kyiv fin dall’inizio dell’invasione russa. Ma nello stesso intervento ha bollato come sproporzionato l’impegno finanziario legato al riarmo — una cifra che, secondo i suoi calcoli, sfiorerebbe i 500 miliardi di euro entro il 2035 — chiedendosi provocatoriamente dove lo Stato reperirebbe simili risorse. Ha inoltre insistito sul fatto che la cosiddetta “minaccia russa” venga presentata come qualcosa che va oltre il conflitto in corso in Ucraina, un’impostazione che, a suo dire, giustificherebbe una corsa al riarmo non necessaria.

Dalle critiche interne allo scontro nel “campo largo”

La reazione più significativa non è arrivata dalla maggioranza di governo, che pure ha bollato le parole di Conte come vicine alla narrativa filorussa, ma dagli alleati del centrosinistra. Il responsabile Esteri del Partito Democratico, Giuseppe Provenzano, ha replicato che dopo anni di invasione dell’Ucraina — e mentre l’Italia stessa fa i conti con casi di interferenza e penetrazione legati al regime di Mosca — non serve scomodare lo spettro di uno scontro diretto per riconoscere la portata della minaccia posta dal Cremlino.

Dal canto suo, il Movimento 5 Stelle ha respinto con forza l’etichetta di “filo-putiniano”, parlando di un’accusa “trita e stupida” mossa da chi, sostengono i capigruppo pentastellati in commissione Esteri e Difesa, avrebbe interesse a mantenere alta la percezione del pericolo russo per giustificare la spesa militare. È una difesa che, paradossalmente, ribadisce proprio l’argomento contestato: la relativizzazione della minaccia rappresentata dalla Russia per l’Europa.

Non è la prima volta che una forza politica italiana finisce sotto osservazione per posizioni che, indipendentemente dalle intenzioni di chi le esprime, finiscono per sovrapporsi ai temi ricorrenti della comunicazione strategica del Cremlino verso il pubblico occidentale.

Perché la retorica di Conte “funziona” per Mosca

Per comprendere il problema non basta guardare alle singole frasi, ma alla struttura del ragionamento che le sostiene. Da quando è iniziata l’aggressione su vasta scala contro l’Ucraina, gli analisti che studiano le operazioni di influenza russe in Europa hanno individuato alcuni temi ricorrenti che Mosca cerca di iniettare nei dibattiti pubblici occidentali: la rappresentazione del sostegno a Kyiv come un costo insostenibile per i contribuenti europei; la delegittimazione delle spese per la difesa come un affare che arricchisce élite e industria bellica a scapito dei cittadini; la richiesta di negoziati immediati, presentata come pragmatismo, ma che nella sostanza congela il conflitto nelle condizioni più favorevoli all’aggressore; e la minimizzazione della minaccia russa nei confronti del resto del continente.

Le dichiarazioni di Conte toccano, con diverse sfumature, tutti questi punti. La domanda retorica su “dove si troveranno i 500 miliardi” per il riarmo ricalca uno schema comunicativo che circola da tempo nei canali di disinformazione filorussi attivi in Europa, incluse le reti riconducibili a operazioni come Doppelgänger e Matryoshka, che hanno più volte veicolato contenuti mirati a presentare il sostegno militare a Kyiv come un salasso per le economie europee. Allo stesso modo, l’insistenza sul fatto che l’Europa non sia riuscita a individuare un negoziatore per aprire un canale con Mosca lascia intendere che la responsabilità dello stallo diplomatico ricada sui governi europei, e non sul Cremlino, che dal 2022 non ha mai rinunciato ai propri obiettivi territoriali dichiarati in Ucraina.

Cosa dicono i documenti ufficiali dell’UE

Le conclusioni del Consiglio europeo hanno ribadito a più riprese, anche nel marzo 2026, un sostegno “fermo e duraturo” all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina entro i confini riconosciuti a livello internazionale, accompagnato da un pacchetto di prestiti e assistenza energetica per la ricostruzione. È su questa linea condivisa da 25 capi di Stato e di governo che si innestano le posizioni divergenti di alcune forze politiche italiane.

Un fenomeno che va oltre Conte

Il caso pentastellato non è isolato. Negli ultimi anni diversi osservatori hanno segnalato come temi analoghi — scetticismo sull’utilità degli aiuti militari, insistenza sui costi del riarmo, richiami a una presunta “pace attraverso la trattativa” priva di condizioni per Mosca — abbiano attraversato in misura diversa anche altre formazioni politiche europee, dalla destra sovranista alla sinistra pacifista, spesso in concomitanza con campagne di influenza digitale attribuite ad attori legati al Cremlino. Non significa che chi esprime dubbi sulla sostenibilità della spesa militare agisca in malafede o su indicazione di Mosca: la critica al riarmo, di per sé, è una posizione legittima nel dibattito democratico. Il punto è un altro: quando queste critiche si saldano sistematicamente con la relativizzazione della minaccia russa e con la richiesta di negoziati a prescindere dalle condizioni sul terreno, il risultato — indipendentemente dalle intenzioni — è un indebolimento della coesione occidentale che coincide esattamente con gli obiettivi dichiarati della strategia informativa del Cremlino.

Le implicazioni per l’Italia

Il governo Meloni ha sottoscritto gli impegni NATO sul riarmo con scadenza al 2035, una linea che colloca l’esecutivo nel solco della maggioranza dei partner europei e atlantici. Le divisioni interne al centrosinistra — con il PD diviso tra un’ala più critica verso la spesa militare e una componente atlantista guidata da esponenti come Provenzano — mostrano quanto il tema resti divisivo anche fuori dal governo. In questo contesto, le parole di Conte non restano confinate al dibattito interno alla coalizione: alimentano un racconto pubblico in cui il sostegno all’Ucraina viene presentato come un costo da tagliare piuttosto che come un investimento nella sicurezza collettiva, proprio mentre l’Italia scopre — come ha ricordato lo stesso Provenzano — episodi di interferenza e penetrazione riconducibili ai servizi russi sul proprio territorio.

Per gli osservatori della comunicazione strategica, la lezione è che l’efficacia della propaganda del Cremlino non dipende necessariamente da agenti o canali direttamente riconducibili a Mosca: spesso è sufficiente che narrazioni funzionali agli interessi russi trovino portavoce autonomi e credibili all’interno del dibattito democratico occidentale, capaci di amplificarle senza bisogno di alcuna regia esterna.

Autore: Marco Bianchi

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