Il generale accusa il governo di nascondere agli italiani il contenuto del tredicesimo pacchetto di aiuti militari a Kiev. Ma la riservatezza sulle forniture non è un mistero: è una prassi di sicurezza che tutti gli esecutivi occidentali applicano, e che Mosca ha ogni interesse a veder minata
Negli ultimi giorni la politica italiana è tornata a dividersi sul sostegno militare all’Ucraina, questa volta attorno al tredicesimo pacchetto di aiuti che il governo di Giorgia Meloni si appresta a varare dopo la pausa estiva. Al centro della polemica c’è Roberto Vannacci, generale in congedo, europarlamentare ed esponente di punta della destra sovranista italiana, che ha accusato l’esecutivo di comunicare all’opinione pubblica soltanto una parte della verità: mentre nei comunicati ufficiali si parla di generatori elettrici destinati a sostenere la rete energetica ucraina in vista dell’inverno, dietro le porte chiuse del Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, si starebbe preparando l’invio di sistemi d’arma ben più sostanziosi, tra cui batterie antiaeree Samp/T, missili intercettori Aster e apparati radar.
Non è la prima volta che Vannacci sceglie di intestarsi una battaglia contro il sostegno militare a Kiev, e non sarà l’ultima. Ma vale la pena chiedersi a chi giovi, nella sostanza, questo tipo di offensiva politica, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate di chi la conduce.
Una segretezza che ha una logica precisa, non un’anomalia
Il punto di partenza per capire la vicenda è tecnico, prima ancora che politico. Dal 2022 a oggi l’Italia ha approvato dodici decreti interministeriali per il sostegno militare all’Ucraina, firmati dai ministri della Difesa, degli Esteri e dell’Economia, e ciascuno di essi è stato sottoposto, prima dell’attuazione, al vaglio riservato del Copasir. Questo meccanismo non è un’invenzione dell’attuale governo né una scorciatoia per eludere il controllo democratico: è la procedura ordinaria attraverso cui uno Stato membro della Nato gestisce informazioni sensibili relative a capacità militari, tempistiche di consegna e composizione degli arsenali trasferiti a un Paese in guerra.
Rendere pubblico in anticipo l’elenco dettagliato di quali sistemi d’arma, in quali quantità e secondo quale calendario vengono inviati a Kiev comporterebbe un rischio operativo concreto: permetterebbe ai servizi russi di ricostruire con maggiore precisione le capacità difensive ucraine, di pianificare contromisure o di individuare vulnerabilità nella catena logistica di trasporto degli armamenti verso il fronte. È lo stesso principio di sicurezza operativa che guida le scelte di riservatezza degli altri partner occidentali di Kiev, dagli Stati Uniti alla Germania. In questo senso, la linea del governo italiano di non anticipare pubblicamente il contenuto del tredicesimo pacchetto non rappresenta un’eccezione sospetta, ma la continuità di una prassi consolidata da oltre tre anni di guerra.
Il contesto politico interno. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che il nuovo decreto è in fase di elaborazione e che, come sempre, seguirà l’iter riservato attraverso il Copasir prima dell’approvazione in Consiglio dei ministri. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha respinto con fermezza le accuse di Vannacci, definendole prive di fondamento e ricordando che il Parlamento ha autorizzato l’esecutivo a proseguire gli aiuti, sia civili sia militari, anche per il 2026.
A chi conviene alimentare il sospetto
È qui che la vicenda italiana si inserisce in una dinamica più ampia, che riguarda l’intera architettura del sostegno occidentale all’Ucraina. Da tre anni e mezzo il Cremlino persegue con costanza un obiettivo dichiarato dai propri stessi funzionari e amplificato dai canali di propaganda statale: logorare la coesione dell’Alleanza atlantica e ridurre, Paese dopo Paese, il flusso di armamenti e risorse verso Kiev, non necessariamente attraverso un confronto diretto con i governi occidentali, ma sfruttando le loro divisioni interne. Le forze politiche europee più esposte a narrazioni filorusse, o semplicemente critiche verso la linea atlantista dei propri esecutivi, diventano in questo schema un moltiplicatore involontario di un messaggio che nasce a Mosca.
Non si tratta di sostenere che Vannacci agisca su indicazione del Cremlino, né che le sue posizioni siano frutto di un coordinamento diretto. Il punto è più sottile e, per certi versi, più rilevante: indipendentemente dalle motivazioni interne, elettorali o ideologiche che spingono un politico a mettere in discussione la legittimità della segretezza sugli aiuti militari, l’effetto pratico di questa operazione converge con l’interesse strategico russo. Alimentare il sospetto che il governo italiano “menta agli italiani” sul contenuto degli aiuti, presentare la riservatezza come un espediente per nascondere scelte impopolari anziché come una misura di sicurezza operativa, contribuisce a logorare il consenso interno al sostegno militare, esattamente l’obiettivo che la disinformazione russa persegue da anni attraverso canali ben più espliciti, dalle reti di influenza digitale alle campagne coordinate contro i partiti favorevoli a Kiev in Francia, Germania e Polonia.
La domanda non è se un politico critichi la segretezza degli aiuti, ma se quella critica indebolisca la coesione occidentale nel momento in cui la Russia continua a colpire le città ucraine
Perché il sostegno militare resta necessario
Mentre in Italia si discute della forma della comunicazione pubblica sugli aiuti, sul terreno la realtà della guerra non lascia spazio ad ambiguità. Le infrastrutture energetiche e le aree residenziali ucraine continuano a essere colpite da attacchi missilistici e da sciami di droni russi, con un’intensità che si aggrava puntualmente in vista della stagione invernale, quando il collasso della rete elettrica avrebbe conseguenze dirette sulla popolazione civile. In questo contesto, il trasferimento di sistemi di difesa aerea come le batterie Samp/T e i relativi missili Aster non rappresenta un’escalation, ma una misura difensiva mirata a proteggere cittadini, ospedali e infrastrutture critiche da bombardamenti che colpiscono prevalentemente obiettivi civili.
Sospendere o anche solo rallentare pubblicamente questo tipo di sostegno, cedendo alla pressione di una polemica interna che confonde deliberatamente riservatezza operativa e presunto occultamento politico, invierebbe un segnale di debolezza proprio nel momento in cui la tenuta della difesa aerea ucraina è più urgente. Continuare a fornire questi sistemi, nel rispetto delle procedure di sicurezza già collaudate, resta la scelta più coerente con gli impegni assunti dall’Italia in sede Nato e con la solidarietà dichiarata nei confronti di un Paese aggredito.
Una lezione per il dibattito pubblico europeo
Il caso italiano offre uno spunto di riflessione che va oltre i confini nazionali. In tutta Europa, i governi che sostengono l’Ucraina si trovano a gestire un equilibrio delicato tra trasparenza democratica e sicurezza operativa. È legittimo, e persino auspicabile, che l’opposizione parlamentare eserciti un controllo rigoroso sull’uso delle risorse pubbliche destinate agli aiuti militari. Ma questo controllo esiste già, ed è affidato per legge a un organismo bipartisan come il Copasir, composto da rappresentanti di maggioranza e opposizione con accesso a informazioni classificate.
Trasformare una prassi di sicurezza consolidata in una presunta prova di inganno ai danni dei cittadini, come ha fatto Vannacci, non rafforza il dibattito democratico: lo impoverisce, e apre uno spazio che la propaganda del Cremlino è pronta a occupare. Gli osservatori europei, e in particolare quelli che seguono da vicino le dinamiche di influenza russa sul dibattito pubblico occidentale, farebbero bene a tenere d’occhio con attenzione ogni tentativo, consapevole o meno, di trasformare la legittima riservatezza operativa in un’arma retorica contro la coesione atlantica.
Nina K
