Tredici preghiere all’unisono, ciascuno secondo le proprie tradizioni, senza sincretismi ma con gli stessi intenti.
Quindi la cerimonia: più di una ottantina di leader religiosi dall’Ebraismo all’Islam, dal Cristianesimo al Buddismo, con la partecipazione di papa Leone sorta di primus inter pares che convengono insieme nella simbolicissima piazza antistante la Basilica di San Francesco ad Assisi per rilanciare, 40 anni dopo la storica preghiera promossa da San Giovanni Paolo II, un nuovo grido interreligioso per la pace.
Saranno 155 i relatori per 53 Paesi, che animeranno l’Incontro internazionale “Per una pace disarmata e disarmante” che aprirà i battenti domenica 25 ma che avrà come giornata clou martedì 27 quando, conclusi i tanti forum su temi che coinvolgono anche le religioni come l’Intelligenza artificiale, le migrazioni, la democrazia, si farà spazio alla cerimonia di preghiera vera e propria, quella che intende rilanciare quello spirito di Assisi che caratterizzò la Giornata del 1986.
L’immagine simbolo di Wojtyla, la sera di quel 27 ottobre mentre spirava un vento gelido attorniato da tanti leader ognuno con le proprie variopinte vesti come il Dalai Lama nel tipico arancione buddista o l’arcivescovo di Canterbury nella veste viola, rimase scolpita nell’immaginario di tantissimi per decenni, fuori e dentro la Chiesa.
Allora ci furono polemiche da parte dei settori più conservatori: i lefebvriani ma anche alcuni cardinali di Curia di peso come lo stesso Joseph Ratzinger erano critici. Temevano il sincretismo religioso e l’appiattimento delle fedi l’una sull’altra. Wojtyla si impose contro il parere sfavorevole di alcuni collaboratori e credette in quella scommessa per aprire varchi di pace. Nel 1989 quando cadde il Muro di Berlino, confidò: “Non abbiamo pregato invano ad Assisi”.
Ora i promotori di quell’avvenimento ritengono urgente rilanciare la sfida raccolta dal Pontefice per primo che sarà nella cittadina del Poverello per la terza volta in un anno: “Oggi lo spirito di Assisi – spiega Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio – si confronta col tema del sovranismo, dei nazionalismi che risorgono. L’unificazione spirituale del mondo è qualcosa di veramente importante: si discute sulla crisi del multilateralismo, dell’Onu, di tutte queste agenzie internazionali che in realtà avrebbero la forza di ricordare che esiste un diritto internazionale e che però molta l’hanno persa a causa dei nazionalismi. Qui le religioni possono invece lavorare”. Alla chiamata di Sant’Egidio hanno risposto in tanti: dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani che parteciperà a un confronto sull’Africa; a leader religiosi come il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, l’arcivescova anglicana di Canterbury Sarah Mullaly, il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, lo stesso presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi. Significativa anche la presenza del metropolita del Patriarcato di Mosca Antonij che parteciperà senza intervenire in alcun forum ma che ha voluto esserci in un momento in cui tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa è sceso un grande gelo a causa della guerra in Ucraina.
