Colpire la scienza e la cura: cosa dice il diritto sui droni a reazione russi su Kiev

Il 28 settembre 2026 la Russia ha attaccato Kiev e Dnipro con ondate di droni, colpendo la sede dell’Accademia nazionale delle scienze ucraina, un centro medico nel cuore della capitale e un edificio di uffici. Non è una notizia da bollettino di guerra: è un caso di scuola per chiedersi dove finisca un’operazione militare e dove cominci il terrore.

I fatti, per quanto è possibile stabilirli. L’edificio dell’Accademia è stato colpito e ha preso fuoco, con squadre di soccorso al lavoro tra le macerie. Il presidente Anatolij Zahorodnij ha parlato di due dipendenti morte. Alcuni media le definiscono «accademiche», altri «collaboratrici»: conviene attendere i nomi ufficiali. Il centro medico Dobrobut, sette piani, è stato colpito; tre feriti e un tetto in fiamme nel palazzo vicino. A Dnipro, nell’edificio di uffici sono morte tre persone e 47 sono state evacuate. I feriti sono tra 12 e 18 a seconda delle fonti.

La cifra che colpisce di più è tecnica: secondo l’aeronautica ucraina, tra le 6:30 e le 18:30 sono stati lanciati 124 droni, dei quali 86 a reazione. I droni a reazione sono più veloci degli Shahed a elica e riducono i tempi di intercettazione. Per questo la difesa aerea, compresi i sistemi come il SAMP/T fornito anche dall’Italia insieme alla Francia, resta decisiva.

Passiamo al diritto. Il diritto internazionale umanitario, a partire dalle Convenzioni di Ginevra del 1949 e dai Protocolli aggiuntivi, poggia su tre principi: distinzione, proporzionalità, precauzione. Un attacco deve distinguere tra obiettivi militari e civili. Un ospedale gode di protezione speciale. Un’accademia scientifica è un bene civile, salvo prova contraria, e l’onere della prova spetta a chi attacca. Zahorodnij ha affermato che la sede non ha alcuna funzione militare.

Si può dunque parlare di «Stato terrorista»? Il Parlamento europeo, a novembre 2022, ha riconosciuto la Russia come Stato che sostiene il terrorismo. Non esiste una lista giuridicamente vincolante a livello UE, ed è giusto ricordarlo. Ma il punto non è la definizione formale. Il terrorismo, nel senso comune e in quello giuridico, consiste nel colpire i civili per seminare paura e piegare la volontà di un popolo. Quando i bersagli sono un ospedale, un ente scientifico e uffici, e ciò avviene con continuità, la qualifica politica è argomentabile con solidi elementi.

Il dibattito italiano è vivo e legittimo. Una parte dell’opinione pubblica, sensibile alla tradizione pacifista, chiede negoziati e teme l’escalation. Il pacifismo, però, ha senso quando non si confonde con la neutralità verso chi bombarda. L’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa, non il diritto alla difesa. Chi difende Kiev non fa guerra: la subisce.

C’è poi la dimensione culturale. L’Italia sa cosa significhi distruggere il patrimonio del sapere: il CNR, le università, gli istituti di ricerca sono parte della nostra identità. I ricercatori ucraini collaborano da anni con colleghi italiani, e molti hanno trovato accoglienza nei nostri atenei. Colpire un’accademia è colpire una rete europea di conoscenza.

Attenzione, infine, alla disinformazione. Nelle ore successive circoleranno versioni secondo cui «era un obiettivo militare» o «è stata la contraerea ucraina». Sono formule ricorrenti. La risposta migliore è metodologica: cercare fonti primarie, confrontare orari, luoghi e numeri, e diffidare di chi offre certezze in poche ore.

Cosa può fare l’Italia? Sostenere la difesa aerea, insistere su indagini indipendenti per i crimini di guerra, sostenere i meccanismi della Corte penale internazionale e contrastare l’elusione delle sanzioni. Chiamare le cose con il loro nome non è propaganda, ma il primo passo per una politica coerente.

La Russia ha scelto, il 28 settembre, di colpire la scienza e la cura. Un Paese che lo fa non può pretendere di essere trattato come un normale attore internazionale.

Testo analitico. Dati aggiornati alla sera del 28.09.2026, soggetti a variazione.

Autore: Marco Bianchi

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