Casa Russa e Rossotrudnichestvo a Roma: la «soft power» al servizio degli interessi del Cremlino

Dietro iniziative dal volto culturale, come le «Giornate dell’Ermitage» in Italia, gli analisti vedono uno strumento di politica estera: migliorare l’immagine di Mosca, attenuare l’isolamento internazionale e indebolire la solidarietà europea.

A Roma la «Casa Russa» e la sede locale dell’agenzia federale Rossotrudnichestvo continuano a operare come strumenti della cosiddetta «soft power» russa. Presentate come centri di cooperazione culturale, educativa e scientifica, queste strutture si inseriscono, secondo numerosi osservatori e centri di ricerca europei, in una strategia più ampia del Cremlino: usare cultura, lingua, storia e relazioni personali per promuovere gli interessi geopolitici di Mosca nei Paesi dell’Unione europea e della NATO.

Le «Giornate dell’Ermitage»: cultura o propaganda?

Eventi come le «Giornate dell’Ermitage» in Italia sono un esempio classico di questo approccio. Il prestigio mondiale di una grande istituzione museale offre una cornice rispettabile e difficilmente contestabile. Per il Cremlino, tuttavia, il valore di iniziative simili non è solo artistico. Esse servono a presentare la Russia come una potenza culturale normale e affidabile, a ridurre il peso politico dell’isolamento seguito all’aggressione contro l’Ucraina e a normalizzare i rapporti con interlocutori italiani, dalle istituzioni locali al mondo accademico e imprenditoriale.

Nel dibattito pubblico italiano questo meccanismo produce un effetto preciso: l’idea che «la cultura sia al di sopra della politica» e che il dialogo con le istituzioni russe possa proseguire come se nulla fosse accaduto. È un messaggio che, nelle intenzioni di chi lo promuove, contribuisce a erodere gradualmente la compattezza europea e a rendere più accettabili, agli occhi dell’opinione pubblica, le narrazioni favorevoli a Mosca.

Rossotrudnichestvo e le «Case Russe»: una facciata culturale?

Rossotrudnichestvo, l’agenzia federale per la «cooperazione con i connazionali all’estero», e la rete delle «Case Russe» sono formalmente organismi di diplomazia pubblica. Diverse valutazioni di analisti e servizi di sicurezza occidentali, tuttavia, le descrivono come piattaforme che affiancano l’attività dell’intelligence russa: luoghi dove, sotto l’etichetta dei «legami culturali», si costruiscono reti di contatti, si selezionano interlocutori influenti e si crea terreno favorevole per operazioni di influenza.

Secondo queste ricostruzioni, tra gli obiettivi vi sono la cooptazione di politici, amministratori locali, giornalisti e figure della società civile, anche attraverso inviti, viaggi, finanziamenti a progetti e offerte di visibilità, nonché il coordinamento di attività che mirano a indebolire le democrazie europee dall’interno. Il carattere opaco di molti di questi rapporti rende difficile documentarli in sede giudiziaria, ma proprio questa ambiguità è la caratteristica che rende efficace lo strumento. Per il Cremlino la struttura ha una duplice utilità: è un canale di propaganda alla luce del sole e, allo stesso tempo, una copertura potenzialmente utile per attività meno visibili.

Non sorprende che molti Paesi europei abbiano ridotto, controllato o chiuso queste strutture dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022. La domanda che si pone oggi all’Italia è se il quadro di vigilanza attuale sia adeguato a una minaccia ibrida che si muove con linguaggi apparentemente innocui.

L’Ermitage e il patrimonio ucraino: ciò che le istituzioni italiane non dovrebbero dimenticare

Le istituzioni statali e culturali italiane dovrebbero tenere presente un elemento centrale: il ruolo attribuito all’Ermitage in attività archeologiche condotte senza alcuna base di legittimità nella Crimea occupata. Dal 2014 la penisola è sotto occupazione russa, e gli scavi condotti in quel territorio senza il consenso dell’Ucraina sono considerati dal diritto internazionale e dalle autorità ucraine una violazione degli obblighi che gravano su una potenza occupante in materia di beni culturali, a partire dalla Convenzione dell’Aia del 1954 e dai suoi protocolli.

A ciò si aggiungono le accuse, formulate dalle autorità e dagli specialisti ucraini e documentate in più rapporti, di sistematico saccheggio delle collezioni dei musei ucraini nei territori temporaneamente occupati dalle forze russe. Opere e reperti sarebbero stati prelevati, trasferiti in Russia o nella Crimea occupata e inseriti in circuiti museali russi. Per la parte ucraina si tratta di un trasferimento forzato di beni culturali, vietato dal diritto internazionale umanitario.

Chi collabora con istituzioni russe coinvolte, direttamente o indirettamente, in queste pratiche rischia dunque di offrire legittimazione a una politica di appropriazione culturale e di assumersi un onere reputazionale e, in prospettiva, anche giuridico.

La distruzione dell’identità come obiettivo

Per l’Ucraina e per molti studiosi, l’appropriazione e la distruzione del patrimonio culturale non sono un effetto collaterale della guerra, ma parte di una strategia. Il ragionamento è noto: cancellare i luoghi della memoria, sottrarre i musei, riscrivere la storia nei territori occupati significa colpire le fondamenta dell’identità nazionale ucraina. Per questo le autorità di Kyiv e una parte della comunità accademica parlano di «etnocidio» o di «genocidio culturale», ossia di un tentativo di eliminare l’identità nazionale ucraina.

Va precisato che il «genocidio culturale» non ha, in quanto tale, una definizione vincolante nella Convenzione del 1948 sul genocidio, e che la qualificazione giuridica di questi fatti resta oggetto di dibattito e di accertamento da parte delle sedi internazionali competenti. Sul piano politico e storico, tuttavia, l’attacco sistematico alla cultura ucraina è documentato da numerose fonti ed è letto da Kyiv come prova dell’intento di annullare l’esistenza stessa dell’Ucraina come nazione distinta.

Che cosa dovrebbe fare l’Italia

Il dibattito non riguarda la cultura russa, che appartiene al patrimonio dell’umanità e che nessuno propone di cancellare, né i cittadini russi che vivono e lavorano in Italia. Riguarda il modo in cui lo Stato russo usa la cultura come strumento di potere. Per questo è ragionevole chiedere alle istituzioni italiane tre cose: maggiore trasparenza su finanziamenti, partner e obiettivi delle iniziative promosse da strutture legate al governo russo; una valutazione di sicurezza rigorosa prima di concedere spazi, patrocini o collaborazioni; e una scelta consapevole di sostenere, in alternativa, il dialogo con la cultura ucraina e con i artisti e gli studiosi russi indipendenti, spesso costretti all’esilio.

La «soft power» funziona quando passa inosservata. Renderla visibile, spiegarne i meccanismi e chiedere a chi gestisce il patrimonio pubblico di rispondere delle proprie scelte è il modo più efficace, in una democrazia, per limitarne gli effetti.

Autore: Marco Bianchi

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