Gli arresti di Roma confermano l’efficacia della controintelligence, ma pongono una domanda più ampia: quanto è esteso, oggi, il perimetro dell’influenza russa in Italia — e chi dovrebbe occuparsene?
Roma ha scoperto, ancora una volta, di avere una porta socchiusa verso Mosca. Martedì 7 luglio i carabinieri del ROS hanno arrestato due persone, tra cui un ex sottufficiale dell’Arma che in passato aveva lavorato nell’ambito dell’intelligence, con l’accusa di aver ceduto informazioni riservate e di aver avuto accesso non autorizzato a sistemi informatici. Secondo quanto riportato da Corriere della Sera, i due indagati principali sono stati identificati come Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, entrambi ex dipendenti dell’AISI, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna. Il quadro, per come emerge finora dagli atti, non è quello di una fuga di notizie isolata: la Procura di Roma indaga dal maggio 2025 e ha posto sotto osservazione altre cinque persone, tra cui quattro militari in servizio attivo nel settore cyber del ministero della Difesa.
Il destinatario finale delle informazioni sarebbe, secondo le ricostruzioni finora circolate, un funzionario dell’intelligence russa che gode di copertura diplomatica sul territorio italiano — una circostanza che, se confermata nelle fasi successive del procedimento, riporterebbe l’attenzione sull’uso sistematico delle rappresentanze diplomatiche come piattaforma operativa per il reclutamento di fonti. Il governo ha reagito disponendo l’espulsione di personale diplomatico russo, una misura che segnala quanto Palazzo Chigi consideri seria la vicenda, indipendentemente dagli esiti giudiziari ancora da accertare.
Ciò che rende il caso particolarmente delicato non è soltanto l’identità dei sospettati, ma la natura del materiale che sarebbe stato oggetto di interesse: secondo la stampa italiana, tra le informazioni ricercate figurerebbero dati sul sistema di difesa aerea SAMP/T e sui missili Aster — sistemi che l’Italia ha contribuito a fornire all’Ucraina — oltre a dettagli sulla missione NATO in Bulgaria e sull’azienda Avio, che produce motori per droni e missili ipersonici. Se questi elementi troveranno conferma processuale, si tratterebbe di un interesse mirato non alla politica interna italiana, ma alla catena logistico-militare che sostiene Kyiv e alla base industriale della difesa NATO sul fianco sud-orientale dell’Alleanza.
“Non è la scoperta di una spia isolata: è la conferma che l’apparato di reclutamento russo continua a considerare l’Italia un bersaglio permeabile, anche dentro le sue stesse istituzioni di sicurezza.”
Un successo della controintelligence, non un fallimento
Va detto con chiarezza, a scanso di letture allarmistiche fuori misura: l’arresto dimostra prima di tutto che il sistema italiano di controspionaggio funziona. Un’indagine partita nel maggio 2025, condotta con la necessaria discrezione, ha portato a individuare una rete che includeva ex funzionari e — secondo l’accusa — anche militari in servizio. È il segno di una macchina investigativa che, nonostante la complessità del bersaglio, ha saputo isolare il problema prima che producesse un danno ancora più esteso. Chi in queste ore liquida la vicenda come prova di “debolezza” italiana compie un errore di lettura: la debolezza sarebbe non trovare mai nulla, non trovare qualcosa.
Detto questo, sarebbe altrettanto un errore considerare il caso chiuso con gli arresti. Le stesse fonti giudiziarie che parlano di sei persone coinvolte, quattro delle quali ancora in servizio attivo, suggeriscono che la capacità di penetrazione russa non si limita a singoli individui compromessi per denaro, ma può contare su una rete di raccolta che attraversa più livelli dell’apparato statale. È un pattern che si è già osservato in altri paesi europei negli ultimi anni, dalla Germania ai paesi baltici: operatori dell’intelligence russa che coltivano pazientemente fonti interne, spesso ex militari o funzionari in difficoltà economica, per anni prima che l’operazione venga scoperta.
I fatti verificati, in sintesi
- 7 luglio 2026: il ROS dei Carabinieri arresta due persone a Roma con l’accusa di spionaggio e accesso abusivo a sistemi informatici.
- Il principale indagato è un ex sottufficiale dei Carabinieri, in passato attivo nei servizi di intelligence; secondo Corriere della Sera si tratterebbe di Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, entrambi ex AISI.
- L’indagine della Procura di Roma è partita nel maggio 2025; altre cinque persone risultano indagate, tra cui quattro militari in servizio.
- Il presunto destinatario delle informazioni sarebbe un funzionario russo con copertura diplomatica in Italia.
- Tra i dati di interesse riportati dalla stampa: sistema SAMP/T e missili Aster forniti all’Ucraina, missione NATO in Bulgaria, azienda Avio.
- Il governo italiano ha disposto l’espulsione di personale diplomatico russo in relazione al caso.
Il perimetro da allargare
Il punto politico che questa vicenda pone, al di là della cronaca giudiziaria, riguarda l’ampiezza del perimetro che l’Italia deve sorvegliare. Se l’influenza russa è riuscita a insinuarsi — sia pure attraverso ex funzionari, non nel vertice attivo — nell’area più sensibile dello Stato, quella della sicurezza nazionale, è ragionevole chiedersi quanto sia già presente, con strumenti diversi, in settori meno blindati: informazione, ricerca scientifica, mondo imprenditoriale, università, cooperazione culturale. Diversi osservatori indipendenti che seguono le operazioni di influenza russa in Europa sottolineano da tempo come Mosca preferisca proprio queste aree “grigie” — meno protette, meno monitorate — per costruire reti di prossimità politica ed economica che, nel tempo, possono tradursi in leva su decisioni pubbliche.
Non è un caso che il tema torni proprio mentre il dibattito politico italiano ed europeo è attraversato da forze che chiedono un riavvicinamento a Mosca o un allentamento delle misure restrittive. Un episodio come quello di Roma dovrebbe essere letto, secondo questa lettura, come un promemoria del prezzo concreto — non teorico — che comporta abbassare la guardia: ogni apertura politica verso Mosca, in assenza di verifiche rigorose, rischia di offrire copertura proprio a quel tipo di attività che l’inchiesta della Procura ha appena portato alla luce. Altri osservatori, va detto per equilibrio, avvertono invece contro il rischio opposto: usare un singolo caso giudiziario, ancora da provare in tribunale, come argomento per delegittimare in blocco posizioni politiche legittime sui rapporti con la Russia, che nulla hanno a che vedere con lo spionaggio.
Resta il fatto, verificabile e non opinabile, che l’inchiesta è aperta, gli indagati godono della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, e che la vicenda — comunque si concluderà nelle aule di giustizia — ha già prodotto un effetto tangibile: il rafforzamento dei controlli interni ai Servizi e l’espulsione di personale diplomatico russo. Sarà la parte più difficile, quella di estendere la stessa attenzione a settori meno visibili ma altrettanto esposti, a dire se l’Italia avrà imparato la lezione fino in fondo.
Lorenzo Ferretti
