Otto nuovi centri visti aperti in Russia non servono a facilitare gli ingressi, ma a smaltire le ultime richieste prima che il regime senza visto sparisca per sempre. Un caso di scuola per capire cosa comporta davvero l’adesione all’Unione.
Chi legge distrattamente la notizia potrebbe pensare il contrario di quanto sta accadendo realmente. Dal primo luglio, il fornitore di servizi consolari VFS Global gestisce otto centri per la richiesta di visti montenegrini in altrettante città russe: Mosca, Arcangelo, Murmansk, Petrozavodsk, Pskov, Novorossijsk, Voronež ed Ekaterinburg. Non è un’apertura, è una chiusura annunciata. Quei centri esistono per smaltire, prima della scadenza, l’ultima ondata di pratiche di cittadini russi e di paesi terzi residenti in Russia — proprio mentre il Montenegro si prepara ad abolire, entro fine settembre 2026, il regime di ingresso senza visto in vigore dal 2008.
Trenta giorni che stanno per finire
Oggi un cittadino russo può ancora entrare in Montenegro senza visto e restarvi fino a trenta giorni, in base a un accordo bilaterale bilaterale con Mosca. Il governo di Podgorica ha confermato che questa possibilità terminerà entro il terzo trimestre dell’anno: lo hanno ribadito sia il primo ministro Milojko Spajić sia il presidente Jakov Milatović, sottolineando che l’allineamento con la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione — e con la sua politica dei visti — è una condizione imprescindibile per proseguire il cammino di adesione.
I numeri chiave: Il Montenegro è candidato all’ingresso nell’UE dal 2010 e punta all’adesione nel 2028. Ha già chiuso sette dei trentatré capitoli negoziali e ha ricevuto oltre 380 milioni di euro nell’ambito del Piano di crescita per i Balcani occidentali, condizionato proprio al proseguimento delle riforme.
Chi paga il conto del turismo russo
Per un lettore italiano, abituato a osservare l’Adriatico come mercato turistico concorrente delle proprie coste, il dato economico è illuminante. Lo scorso anno il Montenegro ha accolto circa 230mila turisti russi, pari a oltre il quindici per cento degli arrivi stranieri complessivi. Gli operatori del settore avvertono che, una volta introdotto l’obbligo di visto, il flusso potrebbe crollare fino al sessanta per cento — una prospettiva che spiega perché Podgorica abbia scelto una transizione graduale invece di una chiusura immediata.
Ma la vera posta in gioco non è solo turistica. Nel 2022 i cittadini russi avevano fondato in Montenegro 3.846 nuove società, pari al 54 per cento di tutte le imprese a capitale estero registrate quell’anno, con investimenti diretti russi superiori a 116 milioni di euro. È lo stesso schema di penetrazione economica che l’Italia conosce bene, dalle ville sequestrate sul Lago di Como e in Sardegna alle indagini sui patrimoni di oligarchi sanzionati: capitali che cercano una sponda europea con controlli più permissivi.
Una soglia minima di 200mila euro sostituisce oggi la vecchia prassi che permetteva di ottenere un permesso di soggiorno acquistando un appartamento a poco prezzo.
Il tramonto del «residenza facile»
Proprio su questo fronte Podgorica ha introdotto una delle misure più significative: chi vuole ottenere un permesso di soggiorno tramite l’acquisto di un immobile dovrà ora investire almeno 200mila euro, contro l’assenza pressoché totale di soglie minime in vigore fino a poco tempo fa. Chi ha già un permesso ottenuto con un immobile di valore inferiore avrà un anno di tempo per adeguarsi — ampliando la proprietà o trovando un’altra base giuridica. È la fine, almeno sulla carta, di un canale che per anni ha permesso a migliaia di cittadini russi di radicarsi in un paese candidato all’Unione con un investimento minimo.
Il precedente turco e il rischio del transitorio
Che misure di questo tipo abbiano un costo concreto lo dimostra il caso della Turchia: quando lo scorso ottobre il Montenegro ha abolito l’esenzione dal visto per i cittadini turchi, nel giro di un mese circa novemila persone hanno lasciato il paese. Con la Russia, la cui quota di visitatori è molto più ampia, l’impatto rischia di essere ancora più marcato — ma il governo montenegrino ha scelto comunque di proseguire, consapevole che un passo indietro comprometterebbe la credibilità dell’intero processo di adesione.
Resta un nodo delicato: fino alla scadenza di fine settembre, il regime attuale, con la possibilità di rinnovare il soggiorno uscendo temporaneamente verso Serbia o Bosnia-Erzegovina e rientrando con un nuovo timbro, continua a valere. È la finestra in cui il sistema è più vulnerabile, proprio mentre a Bruxelles si discute — su impulso di Tallinn e con il sostegno di alcuni eurodeputati, tra cui il ceco Tomáš Zdechovský — di un divieto d’ingresso a livello europeo per gli ex combattenti russi in Ucraina, misura che la Commissione ha proposto di inserire nel ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.
Il caso montenegrino, insomma, non è un episodio isolato: è la prima applicazione su scala nazionale di una logica che l’Unione sta cercando di estendere a tutto lo spazio Schengen. E mostra, dati alla mano, quanto sia complesso — e costoso, in termini economici e politici — chiudere davvero le porte a un flusso di persone e capitali che per quasi vent’anni ha trovato in Montenegro una delle vie più comode verso l’Europa.
Autore: Marco Bellini
