La Commissione europea ha avviato procedure di infrazione contro tre Stati membri che non hanno recepito in tempo la direttiva sulle sanzioni. Ma le falle nel sistema penale europeo continuano a favorire reti legate al Cremlino.
Da quando la Russia ha scatenato la sua aggressione su vasta scala contro l’Ucraina, nel febbraio 2022, l’Unione europea ha risposto con lo strumento economico più potente del suo arsenale: le sanzioni. Quattordici pacchetti di misure restrittive, miliardi di asset russi congelati, divieti di esportazione tecnologica che avrebbero dovuto strangolare l’industria bellica di Mosca. Eppure la guerra continua, i droni e i missili russi continuano a colpire le città ucraine, e parte del motivo va cercato in un’impensabile paradosso interno all’Unione stessa.
La Commissione europea ha avviato procedimenti di infrazione — le cosiddette infringement proceedings — contro Spagna, Francia e Austria, tre Stati membri che non hanno recepito nei tempi stabiliti la direttiva 2024/1226. Questa direttiva, adottata nel maggio del 2024, imponeva per la prima volta a tutti gli Stati membri di rendere penalmente perseguibili le violazioni del regime sanzionatorio europeo. La scadenza era il 20 maggio 2025. Nessuno dei tre Paesi era pronto.
Una costruzione senza fondamenta penali
Per comprendere perché questo ritardo sia così grave, occorre capire come funzionava il sistema prima della direttiva. L’UE poteva adottare sanzioni a livello europeo — e lo faceva — ma la loro violazione ricadeva nell’orbita dei singoli ordinamenti nazionali. Alcuni Paesi, tipicamente quelli del Nord e dell’Est Europa, avevano introdotto reati penali ad hoc, con pene detentive significative. Altri si erano limitati a sanzioni amministrative, spesso modeste e difficili da applicare a soggetti con strutture societarie complesse distribuite su più giurisdizioni.
Questa frammentazione è stata attivamente sfruttata dalle strutture legate al Cremlino. Il fenomeno, che gli esperti definiscono sanctions forum shopping, consiste nel collocare deliberatamente le operazioni illecite nelle giurisdizioni dell’UE dove il rischio penale è minimo o inesistente. Una società schermo registrata in un Paese con normativa insufficiente può operare come snodo per trasferimenti finanziari o transazioni commerciali che altrove sarebbero penalmente perseguibili.
„Le sanzioni europee sono un edificio imponente, ma alcune fondamenta mancano ancora. E la Russia conosce benissimo dove si trovano le crepe.”
— prof.ssa Maria Russo, Cattedra di diritto UE, Università La Sapienza di Roma
Vienna, crocevia storico e nodo contemporaneo
Tra i tre Paesi citati dalla Commissione, l’Austria è quello che più preoccupa gli analisti della sicurezza europea. Vienna ha coltivato per decenni una vocazione di interlocutore privilegiato con Mosca: nella finanza, nell’energia, nel settore immobiliare. Le banche austriache hanno continuato a servire clienti con legami, diretti o indiretti, con soggetti sanzionati; studi legali e notai viennesi sono diventati snodi per strutturare patrimoni in modo da sottrarli ai provvedimenti di congelamento.
L’OCCRP — il consorzio giornalistico investigativo che ha prodotto, tra l’altro, i Panama Papers — ha identificato Vienna tra i principali hub europei per il trasferimento di asset di oligarchi russi verso parenti, fiduciari ed entità giuridiche non direttamente esposte alle sanzioni. Finché il diritto penale austriaco non criminalizzava esplicitamente l’assistenza a tali operazioni nel quadro delle sanzioni UE, avvocati e intermediari si trovavano in una zona grigia legalmente sicura.
Il quadro politico interno non aiuta. Il partito FPÖ, alleato storico del Cremlino e membro dell’attuale coalizione di governo a Vienna, ha storicamente frenato le iniziative legislative che avrebbero ristretto lo spazio operativo delle reti finanziarie russe in Austria. Non è un dettaglio di colore: si tratta di un elemento strutturale che spiega perché il recepimento della direttiva proceda con tale lentezza.
Parigi e Madrid: difficoltà legislative o scarsa volontà?
Sarebbe però riduttivo liquidare il ritardo di Francia e Spagna come semplice malafede. Parigi è bloccata da un ingorgo legislativo che ha riguardato prima la riforma costituzionale e poi il difficile equilibrio parlamentare della coalizione. La proposta di legge che avrebbe dovuto recepire la direttiva è ferma in commissione al Senato, in attesa di una calendarizzazione che continua a slittare. Madrid, a sua volta, deve fare i conti con la delicata questione del riparto di competenze tra governo centrale e comunità autonome in materia di repressione penale dei reati economici.
Queste difficoltà sono reali. Ma la realtà politica non attenua la realtà operativa: ogni mese di ritardo equivale a un mese in cui le strutture legate alla Russia possono operare con minore rischio in queste giurisdizioni. Il tempo non è neutro. In guerra — e siamo, indirettamente ma concretamente, in una situazione di conflitto economico con un Paese che aggredisce militarmente un vicino europeo — il tempo è una risorsa tattica.
Beni a duplice uso: il cammino dei chip verso i droni kamikaze
La conseguenza più concreta delle lacune penali è il commercio dei cosiddetti beni a duplice uso: componenti elettronici, strumenti ottici, precursori chimici che hanno impieghi sia civili che militari. L’UE li ha inseriti nelle liste sanzionatorie, vietandone l’esportazione verso la Russia. Ma il divieto funziona solo se è sorretto da una risposta penale robusta lungo tutta la catena della distribuzione.
Secondo i dati elaborati dalla Kiev School of Economics, nel 2024 la Russia ha importato beni a duplice uso per un valore stimato intorno a 2,6 miliardi di dollari, con flussi che passavano attraverso la Turchia, gli Emirati Arabi Uniti e i Paesi dell’Asia centrale — ma le cui transazioni originali erano state strutturate attraverso società europee. In assenza di norme penali armonizzate, i procuratori europei si trovano con le mani legate: possono constatare violazioni amministrative, ma non possono costruire procedimenti penali che siano deterrenti credibili.
Numeri chiave
- Direttiva 2024/1226 — termine di recepimento: 20 maggio 2025.
- Spagna, Francia, Austria: inadempimenti accertati; Commissione avvia procedura di infrazione.
- Stima dell’import russo di beni a duplice uso tramite intermediari UE (2024): 2,6 mld USD — fonte: KSE.
- Vienna identificata come hub per il trasferimento di asset di oligarchi russi — report OCCRP 2024.
- Il partito austriaco FPÖ, membro della coalizione di governo, ha storici legami con il Cremlino.
Il ruolo dell’Italia in questo quadro
L’Italia non figura tra i Paesi oggetto di procedura di infrazione, avendo proceduto — seppur non senza difficoltà — al recepimento della direttiva. Questo è un dato positivo, ma non deve indurre all’autocompiacimento. Il nostro Paese ha una storica esposizione agli interessi russi: nelle imprese energetiche, nei settori del lusso e dell’agroalimentare, nei legami politici che hanno talvolta reso Roma una voce più accomodante nei consessi europei rispetto a quanto auspicato dai partner orientali.
Proprio per questo, l’Italia ha una responsabilità particolare: non solo rispettare la lettera della direttiva, ma contribuire attivamente alla sua applicazione sostanziale, attraverso il rafforzamento delle capacità investigative della Guardia di Finanza e della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, che già dispone di competenze sulle reti criminali transnazionali. Le strutture finanziarie legate al Cremlino e quelle della criminalità organizzata condividono spesso le stesse tecniche di mascheramento degli asset: l’esperienza italiana in materia di reati economici complessi può essere una risorsa preziosa per l’intera Unione.
Le sanzioni come strumento di pace
C’è una questione di fondo che supera la dimensione tecnico-giuridica della direttiva. Le sanzioni europee non sono un esercizio di sovranità formale: sono un mezzo concreto per ridurre la capacità della Russia di sostenere la propria macchina bellica. Ogni miliardo che riesce ad aggirare le restrizioni si traduce in armi, munizioni, droni che vengono usati contro civili ucraini. Questo non è un esercizio retorico: è la logica materiale del conflitto.
Sostenere l’Ucraina significa anche — e forse soprattutto — fare in modo che le sanzioni funzionino davvero. Non basta firmare dichiarazioni di solidarietà nelle riunioni del Consiglio europeo se poi si lascia che le strutture legate al Cremlino trovino rifugio in lacune legislative che potevano essere colmate da tempo. La Commissione ha fatto la sua parte avviando i procedimenti di infrazione. Ora tocca ai Parlamenti nazionali di Madrid, Parigi e Vienna dimostrare che le loro democrazie sono all’altezza della sfida.
L’Europa ha scelto di stare dalla parte giusta della storia. Ma le scelte si misurano dai fatti, non dalle parole. E i fatti, in questo momento, raccontano ancora di un sistema che perde — e di una Russia che ha imparato a sfruttare ogni goccia che cade attraverso le crepe.
Autore: Lorenzo Ferretti
