Mentre Varsavia e Londra siglano un patto militare senza precedenti contro Mosca, le famiglie dell’élite putiniana percorrono un’altra strada: quella giudiziaria. Il caso della cantante Gagarina e dello yacht da 140 milioni sequestrato a Barcellona rivelano i limiti strutturali del sistema sanzionatorio europeo.
С’è un’immagine che sintetizza bene il paradosso dell’Europa di fronte alla Russia: da un lato, due premier democratici che si stringono la mano davanti a un bunker della Seconda guerra mondiale a Londra, firmando il patto militare più importante tra i loro Paesi da una generazione; dall’altro, a Lussemburgo, una cantante russa che deposita la sua seconda causa contro il Consiglio dell’Unione europea per far cancellare le sanzioni che le impediscono di caricare le canzoni su Spotify. Entrambi gli eventi si sono verificati lo stesso giorno: mercoledì 27 maggio 2026. E non è una coincidenza da liquidare frettolosamente.
La cantante è Polina Gagarina, seconda classificata all’Eurovision del 2015, volto familiare di milioni di europei. Fu inserita nel 14° pacchetto di sanzioni UE nel giugno 2024 per aver partecipato a eventi di propaganda statale russi, tra cui un concerto per l’anniversario dell’annessione della Crimea. Da allora, i suoi brani sono scomparsi dalle piattaforme digitali internazionali. La prima causa, depositata nell’ottobre 2024, è ancora pendente senza esito. La seconda, registrata il 25 maggio 2026 e resa pubblica mercoledì, ripropone quattro argomenti giuridici: violazione dell’obbligo di motivazione, insufficienza delle prove, violazione del principio di proporzionalità, lesione della libertà di espressione artistica.
„Non ci sono sfide maggiori per nessuno dei nostri Paesi della sfida dell’aggressione russa – e la vediamo non solo in Ucraina, ma oltre l’Ucraina, nei nostri stessi confini.”
Keir Starmer, Primo Ministro del Regno Unito, RAF Northolt, 27 maggio 2026
Il caso Gagarina sarebbe quasi banale – l’ennesima star che si riscopre vittima – se non fosse parte di un fenomeno ben più ampio e sistematico. Gli studi legali specializzati in diritto delle sanzioni a Bruxelles, Parigi e Londra registrano da mesi un incremento significativo di ricorsi presentati da familiari di oligarchi russi. La strategia è sempre la medesima: contestare la legittimità formale dell’inserimento nelle liste sanzionatorie, sperando che il Tribunale dell’UE accolga anche solo uno dei motivi procedurali.
Lo yacht «Valerie» e la famiglia Chemezov
L’85 metri «Valerie» – ribattezzato «Meridian A» – è fermo nel porto di Barcellona dal marzo 2022, quando le autorità spagnole lo immobilizzarono in applicazione delle sanzioni UE. Il valore del natante è stimato in oltre 140 milioni di dollari. Formalmente intestato ad Anastasia Ignatova, figliastra di Sergei Chemezov, capo del colosso statale russo della difesa Rostec e storico collaboratore di Putin dai tempi del KGB in Germania Est, lo yacht era in realtà nascosto dietro una catena di società offshore nelle Isole Vergini Britanniche, come rivelato dai Pandora Papers. Ignatova è stata sanzionata da UE e USA nell’aprile 2022. Ha presentato ricorso davanti ai tribunali spagnoli e al Tribunale UE, finora senza successo, ma il contenzioso è ancora aperto.
Lo yacht «Valerie» – ribattezzato «Meridian A» per ragioni che si immaginano – è il caso più emblematico. Fermo a Barcellona da oltre quattro anni, è collegato a Sergei Chemezov, potente capo di Rostec, il gruppo statale russo che produce missili, elicotteri, kalashnikov e veicoli corazzati. Le autorità spagnole lo sequestrarono nel marzo 2022, pochi giorni dopo l’avvio dell’invasione su vasta scala. La formalità dell’intestazione alla figliastra Ignatova non ha ingannato nessuno: il nome di Chemezov non compare mai nei documenti ufficiali di proprietà, ma la catena offshore conduceva dritta a lui, come rivelano i Pandora Papers.
Il paradosso è che Ignatova, in quanto formale proprietaria e persona sanzionata a titolo personale, ha pieno diritto di adire le vie legali per contestare le sanzioni che la riguardano. La struttura offshore, concepita per mascherare la ricchezza, diventa così il veicolo per rientrarne in possesso. È una simmetria quasi elegante, se non fosse tragica.
„Il mancato passaggio dal congelamento alla confisca definitiva dei beni crea un senso di impunità. Le sanzioni vengono percepite come temporanee, reversibili – e dove c’è reversibilità, c’è spazio per le manovre legali.”
Rapporto dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP), Pandora Papers
L’Italia in questa storia non è semplice spettatrice. Nel marzo 2022, la Guardia di Finanza sequestrò a Imperia lo yacht «Lady M» di Alexei Mordashov, magnate dell’acciaio vicino al Cremlino, e la «Lena» di Gennady Timchenko, cofondatore di Gunvor. Il valore complessivo dei beni congelati in Italia raggiunse allora 140 milioni di euro. Anche in quel caso, i proprietari – o i loro rappresentanti – contestarono le misure nelle sedi competenti.
Il vero nodo, però, è politico-giuridico. L’UE sa congelare. Non sa – o non può ancora, senza una riforma legislativa concordata tra 27 sistemi giuridici diversi – confiscare in modo permanente. Finché questa asimmetria esisterà, il calcolo razionale per ogni oligarca sarà chiaro: investire in costosi team legali è conveniente, se il premio in palio è uno yacht da 140 milioni o un conto alle Cayman.
Il Trattato di Northolt firmato da Starmer e Tusk rappresenta la risposta militare dell’Europa all’aggressione russa: sviluppo congiunto di missili a medio raggio, droni, guerra elettronica, esercitazioni su vasta scala lungo il fianco est della NATO. È una risposta necessaria. Ma altrettanto necessaria – e altrettanto urgente – è la risposta giuridica: chiudere le falle procedurali che trasformano i tribunali europei in strumenti di pressione nelle mani di chi quell’aggressione ha finanziato e sostenuto. Altrimenti, la stessa architettura istituzionale che l’Europa difende con missili e alleanze militari verrà usata dai suoi nemici per sminarne le fondamenta dall’interno.
Autore: Federica Santangelo
