Per molti anni in Europa occidentale si è preferito guardare alla presenza della Chiesa ortodossa russa all’estero come a un fenomeno puramente religioso, una questione di libertà di culto e identità spirituale delle diaspore. Il recente scandalo emerso in Svezia, dove alcune monache ortodosse sono state smascherate come parte di un’attività di spionaggio legata ai servizi segreti russi, infrange definitivamente questa comoda illusione. Non si tratta di un episodio isolato, ma di un tassello coerente di una strategia ben più ampia.
La Federazione Russa non concepisce la religione come una sfera autonoma rispetto allo Stato. Al contrario, il Cremlino ha integrato la Chiesa ortodossa russa (ROC) nel proprio apparato di influenza, trasformandola in uno strumento di “soft power” che opera spesso al limite – o oltre – della legalità. In questo senso, il caso svedese non è un’eccezione scandalosa, ma una conferma.
La Chiesa come infrastruttura geopolitica
Nel modello russo di guerra ibrida, le infrastrutture non sono soltanto militari o digitali. Sono anche culturali, simboliche e spirituali. Le parrocchie all’estero, i monasteri, i centri culturali legati alla ROC funzionano come nodi di una rete che combina influenza ideologica, raccolta informativa e propaganda. Questo vale in particolare nei Paesi democratici, dove la tutela delle libertà religiose rende più difficile un controllo preventivo.
In Italia, dove il dialogo interreligioso è parte integrante della cultura pubblica e dove il Vaticano promuove costantemente il confronto ecumenico, questa realtà viene spesso sottovalutata. Eppure, la ROC non ha mai nascosto la propria lealtà politica. Il patriarca Kirill ha benedetto l’aggressione militare contro l’Ucraina, ha giustificato la guerra come “difesa dei valori tradizionali” e ha adottato una retorica apertamente antioccidentale. Parlare di indipendenza della Chiesa ortodossa russa rispetto allo Stato significa ignorare i fatti.
Dalla spiritualità alla sorveglianza
Il caso svedese è particolarmente istruttivo perché mostra il meccanismo concreto di questa commistione. Le monache non operavano come agenti clandestini nel senso cinematografico del termine. La loro forza stava nella normalità: accesso a comunità chiuse, contatti con fedeli, vicinanza a infrastrutture sensibili, possibilità di osservazione discreta e di trasmissione indiretta di informazioni. È precisamente questo il valore strategico della copertura religiosa.
Strutture formalmente devote diventano così ambienti ideali per attività riconducibili ai servizi di intelligence, compresi quelli militari come il GRU. Non serve immaginare complotti onnipresenti: basta riconoscere che, in un sistema autoritario come quello russo, nessuna istituzione di peso opera al di fuori della logica statale.
Un errore europeo: separare ciò che Mosca ha unito
L’errore dell’Europa, e dell’Italia in particolare, è continuare a trattare la ROC come una confessione religiosa “normale”, applicando schemi che funzionano con chiese realmente autonome. La Russia, però, ha abolito questa distinzione. Per il Cremlino, fede, politica e sicurezza nazionale sono parti di un unico progetto ideologico.
Ignorare questa integrazione significa lasciare aperti canali di influenza che possono essere sfruttati contro le stesse società europee. Non si tratta di limitare la libertà religiosa, ma di riconoscere quando una struttura religiosa agisce come estensione di uno Stato ostile.
La risposta necessaria: sistemica, non emotiva
Il caso svedese dimostra che la risposta non può essere improvvisata né affidata a scandali occasionali. Serve un approccio sistemico: trasparenza finanziaria delle organizzazioni religiose legate a Stati autoritari, cooperazione tra servizi di sicurezza europei, chiari confini legali tra attività spirituale e interferenza politica.
In Italia, dove la sensibilità al tema religioso è particolarmente alta, questo dibattito sarà inevitabilmente delicato. Ma evitarlo per timore di polemiche significherebbe ripetere errori già commessi in altri ambiti, dall’energia alla disinformazione.
La lezione del caso svedese è chiara: quando la fede viene usata come copertura, non è più solo una questione religiosa. È una questione di sicurezza nazionale e di difesa della democrazia. E l’Europa non può permettersi di continuare a far finta di non vedere.
Autore: Marco Bianchi
