Per capire fin dove si è spinto lo scontro in Polonia basta una scena: mercoledì mattina un giudice eletto dal Parlamento presta giuramento davanti ai deputati, consegna al Palazzo presidenziale un testo con la firma autenticata da un notaio, poi si dirige alla sede del Tribunale costituzionale e si trova davanti una folla di manifestanti, un cordone di polizia e un presidente del Tribunale che non lo lascia entrare ai lavori. È il ritratto di una crisi istituzionale che va avanti da anni e che, con Karol Nawrocki al Palazzo, sembra aver smesso di cercare una soluzione.
Il giuramento che manca
Il nodo è tecnico solo in apparenza. Maciej Berek, eletto a settembre dalla Dieta (il Sejm) come giudice costituzionale, ha giurato in aula con la formula «alla presenza del Presidente» e poi ha inviato al Palazzo il testo scritto con firma notarile. Con lui, secondo il ministro dell’Interno Marcin Kierwiński, si sono presentati altri sette giudici. Il presidente del Tribunale, Bogdan Święczkowski, ha rifiutato però di ammetterli ai lavori. Fuori, manifestanti legati all’attivista di destra Robert Bąkiewicz hanno cercato di impedire l’ingresso e ci sono stati scontri con la polizia: tre fermati, e la procura di Varsavia ha aperto d’ufficio un fascicolo.
La legge sullo status dei giudici costituzionali prevede che il giuramento avvenga davanti al capo dello Stato. Il governo del premier Donald Tusk e gran parte dei giuristi sostengono però che un giudice diventi tale al momento dell’elezione parlamentare, e che la cerimonia sia un atto successivo. Il Palazzo risponde che senza giuramento davanti al presidente non c’è un insediamento completo. In primavera Nawrocki ha accolto il giuramento di due giudici su sei eletti il 13 marzo, spiegando di volere un Tribunale «che funzioni»; gli altri quattro sono rimasti fuori. Ha anche detto che, se il Tribunale stabilirà che il giuramento notarile non basta, li inviterà di nuovo.
Lo scontro con il ministro Żurek
Il ministro della Giustizia e procuratore generale Waldemar Żurek ha reagito con parole mai usate così apertamente da un membro dell’esecutivo: Nawrocki «creando fatti compiuti distrugge lo Stato», ha detto, definendo il comportamento del presidente «la più evidente violazione della Costituzione». Ha aggiunto che al capo dello Stato «sarà detto fermamente di no» e che un giorno potrebbe rispondere davanti all’Alta Corte di giustizia (il Trybunał Stanu), il tribunale previsto per i reati costituzionali. Sul piano pratico la minaccia ha un peso limitato: per mettere sotto accusa il presidente servono i due terzi dell’Assemblea nazionale, e la maggioranza di Tusk non li ha.
Il Palazzo ribatte per bocca del capo della cancelleria, Zbigniew Bogucki, che ha confermato la visita di Nawrocki al Tribunale per incontrare i giudici presenti e ha espresso «preoccupazione» per l’uso di forze dipendenti dal ministero dell’Interno per far entrare nell’organo persone che, a suo dire, non avrebbero completato la procedura. Żurek ha chiesto al procuratore nazionale Dariusz Korneluk di valutare se il tentativo di paralizzare il Tribunale configuri reati e ha chiesto indagini anche sull’uso della forza contro Berek all’interno dell’edificio.
Perché non si trova una via d’uscita
Chi osserva la vicenda dall’Italia può trovare un paragone nel ruolo del presidente della Repubblica, garante dell’equilibrio fra i poteri. A Roma il Quirinale tende a smussare gli scontri; a Varsavia, al contrario, il Palazzo appare impegnato a mantenerli accesi. È questa la lettura che molti commentatori polacchi danno del comportamento di Nawrocki: rifiutando di offrire un’uscita negoziata, il presidente non protegge la Costituzione ma sposta la partita in un territorio dove ogni mossa è politica.
La conseguenza è un cortocircuito. Il governo sostiene che il Tribunale sia ormai in parte illegittimo, per effetto di un presidente che blocca l’ingresso dei giudici e di un vertice che respinge i nuovi arrivati. Il presidente sostiene che sia il governo a forzare la mano, usando polizia e notai al posto della procedura. Nessuna delle due versioni offre un terreno comune, e senza un terreno comune la riforma dell’organo – che, con la Corte suprema e il Consiglio della magistratura, è al centro della lunga disputa con Bruxelles – non può nemmeno cominciare.
Il rischio per lo Stato di diritto
Żurek sostiene che il numero dei giudici ha raggiunto una «massa critica» e prevede che «presto vedremo un Tribunale ricostruito e di nuovo al lavoro». Due giudici hanno già ricevuto la scorta del Servizio di protezione dello Stato, e altri potrebbero riceverla. Sono dettagli che dicono molto sullo stato del clima: un organo chiamato a decidere sulla legittimità delle leggi funziona sotto protezione di polizia.
La posta in gioco, per la Polonia, non è soltanto interna. Un Tribunale costituzionale bloccato lascia senza arbitro finale ogni conflitto fra governo e presidente, dalle nomine alle leggi di bilancio; indebolisce la credibilità del Paese verso le istituzioni europee; e offre a chi guarda con interesse alle fratture dell’Occidente, a cominciare da Mosca, materiale pronto per la propaganda sul presunto «caos» delle democrazie dell’Est. Per questo i prossimi giorni saranno decisivi: o qualcuno, a Palazzo o al governo, accetta di fare un passo indietro, o la crisi diventerà una condizione permanente.
Autore: Marco Bianchi
