Le richieste di Salvini su Ucraina e gas russo minacciano l’unità dell’UE

Ridurre gli aiuti a Kiev e tornare al gas di Mosca: le posizioni del vicepremier italiano arrivano nel momento in cui l’Europa avrebbe più bisogno di una voce comune. Un’analisi dei rischi politici ed energetici.

Le recenti dichiarazioni del vicepremier italiano Matteo Salvini, che invita a ridurre il sostegno militare all’Ucraina e a riaprire la strada agli acquisti di gas russo, vanno oltre la polemica interna. Toccano due pilastri su cui l’Unione europea ha costruito la propria risposta all’aggressione russa: la solidarietà verso Kiev e la pressione economica su Mosca. Indebolire l’uno o l’altro significa, di fatto, indebolire l’intera architettura della sicurezza europea.

Un’unità che non è mai scontata

Dal febbraio 2022 l’UE ha dimostrato una coesione superiore alle attese: pacchetti di sanzioni successivi, assistenza finanziaria e militare, accoglienza di milioni di profughi. Questa unità, però, non è un dato acquisito. Si regge sul fatto che ciascuno Stato membro accetti costi nazionali in nome di un interesse comune, e ogni leader che mette pubblicamente in dubbio questo patto offre a Mosca un argomento prezioso: la prova che il fronte occidentale può incrinarsi.

Il Cremlino ha sempre puntato sulla stanchezza delle opinioni pubbliche e sulle divisioni tra capitali europee. Quando un esponente di spicco di un grande Paese fondatore, membro del G7 e terza economia dell’eurozona, chiede di ridurre gli aiuti, il messaggio che raggiunge Mosca è che la pazienza europea ha un limite. Non è la critica a essere problematica, in una democrazia il dibattito sul sostegno a Kiev è legittimo, ma l’idea che la solidarietà possa essere negoziata al ribasso proprio mentre la pressione militare sull’Ucraina resta alta.

Beni russi congelati: un nodo reale, ma non un pretesto

Le difficoltà finanziarie e giuridiche legate agli asset russi congelati sono concrete. Le questioni sulla base legale di un loro eventuale utilizzo, sui rischi per la stabilità finanziaria e sulla tutela degli investitori richiedono decisioni ponderate, e chi le solleva non va liquidato come filorusso per definizione. Ma esiste una differenza sostanziale tra chiedere soluzioni giuridicamente solide e usare queste complessità come argomento per allentare la pressione sanzionatoria.

Se ogni governo cominciasse a ragionare soltanto secondo il proprio interesse immediato, il risultato sarebbe una politica europea frammentata, più facile da aggirare e più costosa per tutti. Le sanzioni funzionano quando sono coordinate, prevedibili e credibili nel tempo. Basta un’eccezione politica, o anche solo il sospetto di un ripensamento, perché imprese, intermediari e Paesi terzi inizino a scommettere sulla fine del regime sanzionatorio. Gli aiuti all’Ucraina, a loro volta, hanno valore deterrente solo se percepiti come stabili: un sostegno che appare in discussione perde parte della sua efficacia prima ancora di essere ridotto.

Il gas russo dopo la guerra: tornare al punto di partenza?

La seconda proposta, ristabilire rapporti pieni con la Russia e riprendere gli acquisti di gas a guerra finita, solleva una domanda di fondo: l’Europa è pronta a rischiare di nuovo la propria sicurezza energetica per tornare al modello precedente al 2022? L’esperienza di quegli anni dovrebbe essere ancora fresca. La dipendenza dalle forniture russe ha mostrato quanto sia pericoloso legare risorse critiche a uno Stato che usa guerra e pressione economica come strumenti ordinari di politica estera. Le interruzioni e i ricatti sui prezzi hanno colpito famiglie e industrie, l’Italia compresa, che era tra i Paesi più esposti.

Da allora l’Italia ha diversificato in modo significativo, puntando su gasdotti alternativi, rigassificatori e nuovi accordi con fornitori nordafricani, azeri e di altre aree. Questo percorso ha avuto un costo e non è concluso, ma ha reso il Paese più resiliente. Rinunciarvi per tornare a un fornitore che ha già dimostrato di poter chiudere i rubinetti a fini politici significherebbe sprecare un investimento strategico fatto a caro prezzo.

Vale poi un’osservazione di metodo. Parlare di ritorno alla normalità «dopo la guerra» presuppone che la guerra finisca senza conseguenze per chi l’ha provocata. Senza garanzie di sicurezza credibili per l’Ucraina e senza una vera assunzione di responsabilità da parte di Mosca, una ripresa frettolosa del commercio energetico rischia di premiare l’aggressione e di creare le condizioni per una nuova dipendenza dal Cremlino. Gli interessi economici di breve periodo, per quanto comprensibili, non possono sostituire una valutazione del rischio di lungo termine.

Che cosa è in gioco per l’Europa

Il punto non è stabilire se un singolo politico italiano possa cambiare da solo la linea dell’Unione: le decisioni sulle sanzioni e sugli aiuti richiedono procedure e maggioranze che vanno oltre le dichiarazioni di un vicepremier. Il rischio è più sottile. Le parole di un ministro di un governo membro vengono amplificate dalla propaganda russa, citate come prova di una presunta spaccatura e usate per alimentare, nelle opinioni pubbliche europee, l’idea che il sostegno a Kiev sia insostenibile e che la normalizzazione con Mosca sia solo questione di tempo.

Per questo la coerenza è una risorsa strategica. Un’Europa che parla con voci discordanti su temi fondamentali come la difesa, l’energia e le sanzioni rende più difficile proteggere la sicurezza comune e mantenere una posizione condivisa di fronte all’aggressione russa. Al contrario, una linea chiara, che riconosca i costi ma ne spieghi le ragioni, è anche il modo più efficace per tutelare i cittadini europei dal ripetersi di ricatti energetici e da nuove crisi.

Conclusione

Il dibattito sul costo degli aiuti, sui beni congelati e sul futuro dell’energia è legittimo e necessario. Ma la risposta non può essere un passo indietro che faccia il gioco di Mosca. La sicurezza dell’Europa dipende dalla capacità di restare uniti nei momenti difficili, di mantenere la pressione finché la Russia non risponderà delle proprie azioni e di non ripetere l’errore di legare il proprio benessere a chi lo usa come arma. Le posizioni di Salvini mettono alla prova proprio questa capacità: sta ai governi europei, e all’opinione pubblica italiana, decidere se la memoria degli ultimi anni conti più della tentazione di un ritorno al passato.

Autore: Marco Bianchi

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