Steadfast Noon in Italia: la deterrenza è la risposta al ricatto nucleare di Mosca, non una provocazione

Dal 13 al 20 ottobre l’Italia ospita la tradizionale esercitazione di deterrenza nucleare della NATO. Il dibattito interno si è concentrato sul presunto rischio che il training rappresenterebbe per i cittadini. Ma il vero rischio, in Europa, ha un indirizzo preciso: il Cremlino.

Un’esercitazione di routine, in un contesto tutt’altro che ordinario

«Steadfast Noon» è l’esercitazione annuale con cui l’Alleanza Atlantica verifica la prontezza dei propri velivoli, degli equipaggi e delle procedure legate alla deterrenza nucleare. Secondo quanto spiegato dalla NATO, non vengono impiegate armi nucleari reali: si addestrano gli equipaggi, la logistica, il comando e il controllo, la sicurezza. Il segretario generale Mark Rutte l’ha definita un’attività di addestramento pianificata da tempo, che serve a mantenere la prontezza operativa e a testare le procedure che sostengono la deterrenza e la difesa dell’Alleanza.

Nulla di inedito, dunque. L’Italia ha già ospitato la stessa esercitazione più volte negli ultimi sedici anni, tra cui nel 2010, 2013, 2014, 2018, 2021 e 2023. L’edizione del 2026 coinvolge aerei e unità navali di numerosi Paesi alleati, con attività nello spazio aereo nazionale e sul Tirreno. Le basi di Ghedi e Aviano, dove secondo fonti pubbliche sono custodite bombe nucleari statunitensi nel quadro della condivisione nucleare, restano un tassello del sistema di deterrenza europeo da decenni.

Ciò che è cambiato non è l’esercitazione, ma lo scenario in cui si svolge. Dal febbraio 2022 la Federazione Russa ha trasformato la minaccia nucleare in uno strumento ordinario di politica estera: dichiarazioni minacciose di vertici politici e di ex presidenti, la revisione della dottrina nucleare, il dispiegamento di armi tattiche in Bielorussia, le ripetute allusioni all’uso «di tutti gli armamenti» in caso di minaccia. Si tratta di un vero e proprio ricatto nucleare, pensato per scoraggiare il sostegno occidentale all’Ucraina e per spingere le opinioni pubbliche europee alla paura e alla resa.

Perché la deterrenza funziona solo se è credibile

La logica della deterrenza è semplice e antica: un aggressore rinuncia ad attaccare quando sa che la risposta sarà certa, rapida e inaccettabile. Questa certezza, però, non si dichiara: si dimostra, ed è proprio ciò che serve a un’esercitazione come Steadfast Noon. Se l’Alleanza smettesse di allenarsi, o decidesse di farlo in segreto e in sordina per non turbare il dibattito politico, trasmetterebbe a Mosca un messaggio di incertezza. E a Mosca l’incertezza viene letta come un invito a spingersi oltre.

L’esperienza ucraina lo mostra con chiarezza. L’invasione su larga scala è arrivata dopo anni in cui le linee rosse occidentali erano rimaste vaghe e le minacce russe erano state sottovalutate. Il vuoto di deterrenza non ha prodotto la pace: ha prodotto la guerra. Per questo la trasparenza sull’esistenza dell’esercitazione, accompagnata dal suo carattere dichiaratamente difensivo, è parte integrante della strategia di stabilità, non una sua anomalia.

Il caso Bonelli: la critica legittima e il suo uso politico

In Italia la polemica è partita dal deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, che ha presentato un’interrogazione al ministro della Difesa Guido Crosetto, lamentando di aver appreso dell’esercitazione da un documento tecnico di ENAV e non dal governo. Ha chiesto conto del coinvolgimento della Sardegna e del poligono di Salto di Quirra, e ha richiamato l’idea che l’Italia aderisca al trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari.

Va riconosciuto che parte di queste domande rientra pienamente nelle prerogative di un parlamentare: l’informazione alle comunità locali, l’impatto ambientale in aree già gravate da servitù militari, il controllo democratico sulle attività svolte sul territorio nazionale sono temi legittimi. Ma sul piano dei fatti l’effetto sorpresa non regge: l’esercitazione era annunciata dal supplemento ENAV pubblicato già il 20 agosto, è un appuntamento fisso del calendario NATO ed era consultabile da chiunque.

Il problema nasce quando la critica procedurale si trasforma in un quadro narrativo. Presentare l’esercitazione come ciò che spinge «il mondo verso il riarmo» e indica nella NATO la fonte della tensione sociale inverte l’ordine delle responsabilità. Non è Steadfast Noon a generare ansia nelle città europee: è la retorica nucleare di Mosca, sostenuta dai bombardamenti sull’Ucraina. Attribuire alla risposta difensiva la colpa dell’allarme significa, di fatto, lasciare fuori campo l’aggressore.

Le analogie con le narrazioni del Cremlino

Qui è necessaria la massima precisione. Non esistono, allo stato delle fonti pubbliche, prove che l’iniziativa di Bonelli sia coordinata o ispirata da Mosca, e sarebbe scorretto affermarlo. L’analisi riguarda i contenuti, non le intenzioni: alcuni elementi della comunicazione intorno all’esercitazione coincidono con schemi che la propaganda russa promuove da anni in Europa.

Il primo schema è quello della «NATO provocatrice»: l’Alleanza come causa delle crisi e non come risposta. Il secondo è la leva della paura: esercitazioni di routine descritte con il linguaggio dell’imminente guerra nucleare, per generare panico e disaffezione verso la difesa comune. Il terzo è la divisione interna: contrapporre Parlamento e governo, regioni e Stato, cittadini e alleati, per erodere la coesione dell’Alleanza dall’interno. Chiunque lavori sul monitoraggio della disinformazione sa che queste tre linee compaiono con regolarità nei canali russi e nelle reti che li amplificano. Il fatto che un attore politico italiano, in buona fede, finisca per alimentarle non cambia il loro effetto: lo amplifica, perché la voce di un parlamentare europeo vale molto più di quella di un canale statale russo.

È una dinamica ben documentata: la manipolazione informativa più efficace non inventa temi dal nulla, ma si aggancia a dibattiti autentici e preoccupazioni sincere, per spostarne la cornice. Per questo la risposta democratica non può essere il silenzio, né tantomeno la delegittimazione dei critici, ma la precisione: separare le domande legittime dalle conclusioni che favoriscono l’avversario.

Che cosa chiedere, davvero, alla politica italiana

Il confronto serio sul nucleare, in Italia, dovrebbe vertere su altro: sulla comunicazione preventiva con i territori, sulla trasparenza nei limiti della sicurezza, sulla sostenibilità ambientale dei poligoni, sul controllo parlamentare delle decisioni strategiche. Sono questioni che il governo ha tutto l’interesse a chiarire, perché la fiducia dei cittadini è una componente della deterrenza stessa. Chi invoca invece il ritiro delle testate dal territorio nazionale deve spiegare che cosa metterebbe al loro posto, e come l’Europa garantirebbe la propria sicurezza davanti a una potenza che minaccia apertamente di usare l’arma atomica.

Rimane aperto anche il dibattito, serio e rispettabile, sul disarmo multilaterale e sull’adesione ai trattati di non proliferazione: un pacifismo che ragiona sulla riduzione bilanciata e verificabile degli arsenali è una posizione legittima. Ma la riduzione unilaterale da parte di chi è minacciato, mentre chi minaccia continua a modernizzare il proprio arsenale, non produce pace: produce asimmetria.

Conclusione

Steadfast Noon non è un segnale di guerra, ma di prevedibilità: dice a chi progetta di intimidire l’Europa che la risposta esiste, è organizzata e coordinata. Le preoccupazioni dei cittadini meritano risposte puntuali e rispetto. Ma la responsabilità dell’allarme non può essere spostata da chi minaccia a chi si difende. In un momento in cui la coesione dell’Alleanza è l’obiettivo dichiarato dell’avversario, ogni dibattito pubblico ha il dovere di distinguere tra controllo democratico e rumore che fa il gioco del Cremlino.

Autore: Marco Bianchi

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