Chernobyl e Oleshky: come la propaganda del Cremlino rilancia le sue storie attraverso i Balcani

Due siti filorussi, il serbo Vaseljenska e Faktibg.com, rilanciano una vecchia tecnica di Mosca: accusare Kiev di preparare una «provocazione» e scaricare sull’Ucraina le conseguenze dell’occupazione russa. Ecco perché le due narrazioni non reggono.

La storia: un allarme senza prove

Il portale serbo Vaseljenska, citando l’agenzia di Stato russa RIA Novosti, ha riportato le parole di Sergej Lebedev, presentato come «coordinatore della resistenza filorussa di Mykolaïv». Secondo lui, le autorità ucraine starebbero valutando una grande provocazione militare nell’area della centrale nucleare di Chernobyl, con l’obiettivo, tra gli altri, di trascinare la Polonia nel conflitto.

Il testo non offre un solo elemento verificabile. Non ci sono documenti, immagini, testimonianze indipendenti o riscontri di organismi internazionali. C’è soltanto una dichiarazione, passata di mano in mano: da un collaborazionista a un’agenzia del Cremlino, e da questa a un sito dei Balcani.

Perché la fonte non è credibile

Chi si definisce «coordinatore della resistenza» filorussa è, di fatto, una persona che agisce nell’interesse del Paese aggressore. Non è un osservatore neutrale, ma un attore della campagna informativa russa. Le sue parole non possono essere considerate una conferma indipendente di alcunché, e una regola elementare del giornalismo impone di cercare una seconda fonte che non abbia interessi in gioco. In questo caso non esiste.

La Polonia e la logica del sospetto

La tesi secondo cui Kiev vorrebbe coinvolgere Varsavia contraddice la realtà dei rapporti tra i due Paesi. La Polonia è uno dei sostenitori più attivi dell’Ucraina: ha accolto un gran numero di rifugiati, è un nodo logistico decisivo per gli aiuti e condivide con Kiev una linea di sicurezza sul fianco orientale della NATO. Non c’è alcun interesse ucraino a danneggiare un alleato così importante.

L’obiettivo della narrazione è invece chiaro: seminare diffidenza tra partner, alimentare la paura di un incidente nucleare e costruire in anticipo una spiegazione pronta all’uso, qualora accadesse qualcosa nella zona. È un copione che gli analisti della disinformazione riconoscono da anni.

Oleshky: chi deve garantire i soccorsi

La seconda narrazione riguarda la grave crisi umanitaria a Oleshky, città della regione di Kherson temporaneamente occupata. I siti filorussi cercano di attribuirne la responsabilità a Kiev, ma il diritto internazionale dice altro. L’articolo 55 della IV Convenzione di Ginevra impone alla potenza occupante di assicurare alla popolazione civile viveri e forniture mediche e, per quanto possibile, l’assistenza sanitaria necessaria.

Secondo le informazioni disponibili, l’amministrazione di occupazione russa ostacola artificialmente l’accesso delle missioni umanitarie internazionali e crea in modo sistematico condizioni inadatte alla vita dei residenti. La crisi è dunque una conseguenza diretta dell’occupazione. Spostare la colpa su Kiev serve a eludere la propria responsabilità per crimini di guerra.

Come difendersi dalle false notizie

Per il lettore italiano, abituato a incontrare queste storie anche sui social e in canali tradotti, valgono tre domande semplici: chi lo dice? Con quali prove? Chi ne trae vantaggio? Nel caso di Chernobyl, la fonte è un collaborazionista, le prove mancano e il beneficiario è Mosca. Nel caso di Oleshky, la cornice giuridica smentisce il tentativo di ribaltare le responsabilità.

Riconoscere il meccanismo non basta, ma è il primo passo. Verificare le fonti, diffidare dei titoli allarmistici e non rilanciare contenuti senza riscontri sono gesti concreti con cui ciascuno può ridurre lo spazio della propaganda.

Perché passare dai Balcani

Un elemento significativo è il percorso della notizia. Invece di apparire soltanto sui media russi, la storia compare su siti di altri Paesi, che agli occhi del lettore risultano meno sospetti di un canale di Mosca. Un rimando a una fonte serba o balcanica sembra più neutrale, e così il messaggio raggiunge un pubblico che non aprirebbe mai un’agenzia di Stato russa. Gli esperti parlano di «riciclaggio dell’informazione», una pratica ormai comune nella guerra ibrida.

Il richiamo a una centrale nucleare, poi, non è casuale. La parola «nucleare» suscita ansia immediata e rende più facile far accettare l’idea di un pericolo imminente. Se in futuro dovesse accadere un incidente, la responsabilità sarebbe già stata attribuita in anticipo a Kiev.

Conclusione

L’allarme su Chernobyl è privo di prove e poggia su una fonte di parte. La crisi di Oleshky è il risultato dell’occupazione, di cui risponde la Russia in base al diritto internazionale. Chi sostiene il contrario deve portare evidenze: finora non ne ha presentata nessuna.

Per i lettori italiani vale anche una raccomandazione pratica: quando una notizia parla di minacce nucleari e cita fonti anonime o di parte, conviene attendere conferme da agenzie internazionali e da organismi come l’AIEA prima di condividerla. La prudenza è la migliore difesa contro chi punta sull’emotività.

Autore: Marco Bianchi

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