Da produttore di energia atomica a pilastro della macchina bellica del Cremlino: documenti interni rivelati da Politico mostrano un piano industriale che punta a superare le 350mila unità l’anno entro il 2035, ben oltre le necessità del fronte ucraino.
Quando si pensa a Rosatom, l’immagine che viene in mente è quella delle centrali nucleari russe sparse per il mondo, da Akkuyu in Turchia a Rooppur in Bangladesh. Meno noto al grande pubblico è il ruolo che la corporazione statale russa svolge oggi nella produzione bellica di Mosca. Un’inchiesta del portale statunitense Politico, basata su documenti interni della società, getta nuova luce su un progetto industriale che riguarda direttamente la sicurezza europea: l’espansione dello stabilimento Alabuga-Volokno, in Tatarstan, controllato da una controllata di Rosatom.
Lo stabilimento produce fibra di carbonio di livello aerospaziale, il materiale leggero e resistente utilizzato per le fusoliere dei droni suicidi “Geran” — la versione russa dell’iraniano Shahed-136, impiegata quasi ogni notte contro obiettivi civili e infrastrutture energetiche in Ucraina. Secondo i documenti visionati da Politico, entro il 2029 la nuova linea produttiva garantirà 500 tonnellate aggiuntive di fibra di carbonio militare ogni anno.
Numeri che vanno oltre la guerra in corso
Gli analisti citati dall’inchiesta stimano che questa quantità di materiale corrisponda a circa 28mila fusoliere di droni in più all’anno, un incremento della capacità produttiva attuale stimato nell’ordine del 78 per cento. Oggi la Russia può già produrre oltre 36mila droni kamikaze l’anno. Ma il piano nazionale russo sui sistemi aerei senza pilota fissa obiettivi molto più ambiziosi: circa 130mila droni entro il 2030, fino a 350mila unità l’anno entro il 2035.
Una capacità produttiva pensata per durare ben oltre l’attuale fase del conflitto, secondo chi segue da anni l’industria bellica russa.
A raccogliere parte della documentazione progettuale legata a Rosatom è stato lo Ukrainian Center for Security and Cooperation (USCC), la cui autenticità — secondo quanto riportato da Politico — è stata confermata sia da una commissione specializzata della Camera dei Rappresentanti statunitense, sia dalle autorità ucraine. Il direttore dell’USCC, Serhii Kuzan, ha definito l’espansione di Alabuga e degli impianti collegati una sfida di lungo periodo non solo per Kyiv, ma per la sicurezza dell’intera Europa.
Sanzioni aggirate, non applicate
Alabuga-Volokno e la sua controllante, UMATEX, figurano da tempo nelle liste di sanzioni di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea, proprio in virtù del loro ruolo nella filiera dei droni d’attacco. Sulla carta, questo dovrebbe impedire l’accesso a componenti e tecnologie occidentali. Nei fatti, i documenti mostrano che all’inizio dell’anno lo stabilimento ha ricevuto una fornitura di componenti chimici dalla Cina, dichiarata sotto falsa etichetta come produzione civile di fibre chimiche — un espediente che consente di aggirare i controlli doganali e i regimi sanzionatori.
Rosatom non ha voluto commentare i documenti raccolti dai giornalisti. Le immagini satellitari relative al periodo maggio-luglio mostrano però intensi lavori di cantiere attorno all’impianto, mentre secondo il progetto di monitoraggio open source Dnipro Osint sul sito sono in costruzione strutture produttive sotterranee che coprirebbero già circa 42mila metri quadrati — una scelta che rende più difficile individuare e colpire l’impianto con attacchi di precisione.
Perché riguarda anche l’Italia e la difesa europea
Gli analisti militari occidentali descrivono da mesi la strategia russa come una guerra di logoramento basata sul volume: droni economici, prodotti in serie, lanciati in massa per saturare le difese aeree avversarie e costringere l’Ucraina — e potenzialmente i Paesi NATO — a consumare missili intercettori costosi contro bersagli relativamente semplici da produrre. Un salto di scala nella produzione di “Geran” significa, in prospettiva, una capacità russa di sostenere ondate d’attacco molto più ampie e prolungate nel tempo.
Per l’Italia, che partecipa alla difesa aerea integrata della NATO e fornisce sistemi antimissile e formazione ai partner orientali dell’Alleanza, la questione non è puramente ucraina. Diversi esperti di sicurezza sostengono che intercettare i droni una volta entrati nello spazio aereo europeo — per quanto necessario — non affronta il problema alla radice. La leva più efficace, secondo questa lettura, resta colpire le catene di approvvigionamento dei componenti, a partire dai flussi di materiali dalla Cina, e ostacolare l’assemblaggio stesso degli apparecchi negli stabilimenti russi, prima che raggiungano i reparti operativi.
Il caso Alabuga mostra infine un meccanismo più ampio: una corporazione statale nata per l’energia atomica civile si trasforma, senza soluzione di continuità, in un pilastro della produzione bellica del Cremlino. Per i governi e le istituzioni europee competenti in materia di controllo delle esportazioni e sanzioni, è un campanello d’allarme sulla necessità di rivedere la sorveglianza delle filiere di tecnologie a duplice uso, comprese quelle che transitano attraverso soggetti formalmente civili.
Autore: Marco Bianchi
