Il manuale del ricatto: come il veto di Bratislava e l’apertura di Parigi rischiano di riscrivere le regole delle sanzioni UE

A un passo dalla scadenza del regime sanzionatorio contro oltre 3.000 cittadini russi, la Francia si è affiancata alla Slovacchia nella richiesta di depennare l’oligarca Alisher Usmanov. Un precedente che a Varsavia, nei Baltici e a Kyiv viene letto come un pericoloso segnale di debolezza.

Da mesi Bruxelles ripete lo stesso rituale ogni sei mesi: gli ambasciatori dei 27 Stati membri devono rinnovare all’unanimità l’elenco delle persone fisiche e giuridiche russe colpite da sanzioni individuali, oggi oltre 3.000 nominativi legati alla guerra contro l’Ucraina. Lunedì 14 settembre, a poche ore dalla scadenza fissata per il 15, quel rituale si è nuovamente inceppato. E questa volta il blocco non arriva soltanto da Bratislava, come già accaduto a marzo, ma anche da Parigi.

Secondo quanto riferito da quattro fonti diplomatiche a Euronews, la Francia ha deciso di sostenere la richiesta slovacca di rimuovere dalla lista l’imprenditore russo-uzbeko Alisher Usmanov, presentando la mossa come un «compromesso politico» capace di sbloccare il resto del pacchetto. La Slovacchia, tuttavia, insiste da mesi anche sulla cancellazione di un secondo nome, quello di Mikhail Fridman, cofondatore di Alfa Bank, il principale istituto privato russo: la proposta francese, limitata al solo Usmanov, non sembra per ora soddisfare pienamente le richieste di Bratislava.

Una tattica già collaudata

Non è la prima volta. Già nel marzo di quest’anno la Slovacchia, allora insieme all’Ungheria, aveva subordinato il proprio assenso al rinnovo delle sanzioni all’esclusione degli stessi due nomi. Il negoziato si chiuse solo dopo un fine settimana di trattative serrate, con le sanzioni infine prorogate senza le cancellazioni richieste — ma senza che si sapesse pubblicamente che cosa Bratislava avesse ottenuto in cambio della propria disponibilità a cedere. È proprio questo precedente, più del singolo caso Usmanov, a preoccupare diplomatici e osservatori: se il blocco di una decisione comune si dimostra un metodo efficace per estorcere concessioni, nulla impedisce che diventi una prassi ricorrente ad ogni scadenza semestrale.

«La Slovacchia continua a chiedere la cancellazione di Usmanov e Fridman, ma la situazione si è complicata perché ora anche la Francia vuole togliere Usmanov dalla lista», ha dichiarato una fonte diplomatica a Radio Free Europe/Radio Liberty.

A complicare ulteriormente il negoziato c’è un secondo fronte di scontro: Bratislava si oppone anche al passaggio, sostenuto dalla maggioranza degli altri Stati membri, da un rinnovo semestrale a uno annuale delle sanzioni individuali — una modifica che, agli occhi di molte cancellerie, servirebbe proprio a sottrarre a singoli governi l’occasione di rinegoziare la lista due volte l’anno.

Gli interessi dietro la mossa di Parigi

Le motivazioni francesi restano in gran parte non confermate. Alcune fonti diplomatiche citate dalla stampa internazionale ipotizzano un legame con interessi economici di aziende francesi collegate a passate attività di Usmanov in Europa, ma si tratta per ora di ipotesi, non di fatti verificati, e vanno trattate con la dovuta cautela. Ufficialmente Parigi sostiene di voler salvare l’intero impianto sanzionatorio, presentando la cancellazione di un solo nominativo come il prezzo minimo per evitare un nuovo blocco integrale da parte slovacca.

Sul piano giudiziario, va ricordato che sia Usmanov sia Fridman sono sanzionati dal 2022 per i loro legami con il complesso militare-industriale russo e con la cerchia di Vladimir Putin. Usmanov ha perso due ricorsi contro il proprio inserimento in lista, nel 2024 e nel 2025, davanti al Tribunale UE, e ha presentato appello alla Corte di giustizia lo scorso novembre. Fridman ha invece vinto una causa nel 2024, relativa però alla formulazione originaria delle sanzioni del 2022-23: da allora Bruxelles ha aggiornato i criteri di inserimento con nuove prove, ragion per cui il suo nome resta bloccato.

Il fronte orientale osserva, e non gradisce

La convergenza franco-slovacca ha suscitato, secondo le fonti citate da Euronews, «enorme frustrazione» tra gli altri Stati membri. Nel fine settimana il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha criticato pubblicamente l’Unione, citando esplicitamente Fridman e Usmanov in un messaggio sui social e chiedendo a Bruxelles di aumentare la pressione sul mondo imprenditoriale russo invece di allentarla, proprio mentre la Russia continua a colpire con missili le infrastrutture civili ucraine.

Per Polonia, Paesi baltici e Ucraina, le sanzioni personali contro le élite russe restano uno degli strumenti chiave per contenere il Cremlino. La disponibilità di uno Stato fondatore come la Francia a rimettere in discussione quella lista, anche per un solo nome, viene letta a est come il segnale che i grandi Paesi UE sono pronti a barattare principi condivisi in cambio di un compromesso politico interno.

La posta in gioco per l’unità europea

Il caso Usmanov-Fridman non è un episodio isolato. A Bruxelles è già pronta una lista di circa 1.600 nuovi nominativi — in gran parte legati all’industria bellica russa — da aggiungere all’elenco, elaborata dopo che la Germania ha attribuito ufficialmente a Mosca gli incidenti con droni che ad agosto hanno costretto alla chiusura temporanea l’aeroporto di Lipsia. Ma finché il rinnovo del regime esistente resta bloccato, qualsiasi discussione su un suo ampliamento è di fatto congelata.

È qui che si misura la posta in gioco reale: se il precedente di marzo — blocco, trattativa last-minute, concessione non dichiarata — si ripete ora con l’aggiunta della Francia, l’Unione rischia di consolidare un meccanismo in cui il consenso unanime diventa uno strumento di scambio politico interno, più che una garanzia di coerenza della politica sanzionatoria comune. Per il Cremlino, che non deve muovere una sola pedina per ottenere questo risultato, si tratterebbe di una leva a costo zero per logorare la tenuta del fronte occidentale, sfruttando ogni scadenza semestrale come un’occasione di pressione su uno o più governi europei.

Le trattative tra gli ambasciatori proseguono nelle prossime ore, con la scadenza del 15 settembre ormai imminente. Sulla base del precedente di marzo, è probabile che un compromesso venga raggiunto solo all’ultimo momento — restano da vedere i suoi contorni esatti, e se anche questa volta il prezzo pagato in cambio resterà, come allora, non reso pubblico.

Nina K

Il crollo che non arriva: la macchina della propaganda russa continua a raccontare un’Ucraina al collasso

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *