Un copione già visto: l’FSB accusa Kiev di un attentato all’ambasciatore britannico

Mosca annuncia l’arresto di una presunta “spia” ucraina nella sicurezza dell’ambasciata UK. Gli elementi del racconto ricalcano vecchi schemi.

Il Servizio federale di sicurezza russo (FSB) ha reso noto giovedì di aver sventato un presunto attentato contro l’ambasciatore britannico a Mosca, Nigel Casey. Secondo il comunicato, un cittadino russo di 45 anni, impiegato in un’azienda che si occupa della sicurezza dell’ambasciata britannica, sarebbe stato reclutato online e avrebbe collaborato, dallo scorso gennaio, con un blogger ucraino noto come “Apostolo Dmitrij”, che agirebbe per conto dei servizi segreti ucraini (SBU). L’uomo è stato incriminato per alto tradimento.

Prima di prendere questa versione per buona, però, vale la pena osservarne la struttura. L’arresto e l’apertura di un procedimento penale sono fatti giudiziari verificabili; l’interpretazione secondo cui dietro l’operazione ci sarebbe Kiev, con l’obiettivo di colpire un diplomatico occidentale, proviene da un’unica fonte: l’FSB stessa. Non esiste, al momento, alcuna verifica indipendente, e né Londra né Kiev hanno confermato ufficialmente questa ricostruzione.

Uno schema riconoscibile

Il racconto del reclutamento “via internet” per raccogliere informazioni su indirizzi, spostamenti e sistemi di sicurezza del personale diplomatico occidentale riproduce uno schema già utilizzato dall’FSB in comunicati analoghi sugli “agenti smascherati” di Kiev. Ricorrono sempre gli stessi elementi: un “referente” ucraino rimasto anonimo, un presunto piano per addossare la colpa dell’attacco alla Russia stessa, e il sospetto — mai suffragato da prove — che l’intelligence occidentale, in questo caso l’MI6 britannico, ne fosse a conoscenza.

Un referente ucraino anonimo, il presunto piano per incolpare la Russia, il sospetto di una complicità dei servizi occidentali: sono gli stessi ingredienti narrativi che tornano in ogni comunicato dell’FSB su presunti agenti di Kiev.

Questa ripetitività degli elementi narrativi è ciò che insospettisce chi studia da anni la disinformazione russa. La costruzione, o quantomeno l’ingigantimento, di casi di spionaggio è uno degli strumenti classici dei servizi di sicurezza russi: serve a rafforzare in patria l’immagine di una Russia assediata dal nemico esterno, e a giustificare misure repressive verso stranieri e cittadini russi sospettati di contatti con l’Occidente.

A chi è rivolto il messaggio

Il messaggio lanciato da Mosca ha due destinatari. Il primo è l’opinione pubblica interna russa, a cui viene proposta l’immagine di un’Ucraina pronta a “qualsiasi azzardo” pur di trascinare l’Occidente in uno scontro diretto con la Russia. Il secondo destinatario sono i governi della NATO, e in particolare il Regno Unito, uno degli alleati più impegnati nel sostegno militare a Kiev. Suggerire che l’Ucraina cerchi deliberatamente di spingere Londra su una rotta di collisione con Mosca “in cambio di ulteriori armi” serve a insinuare dubbi sull’affidabilità del partner ucraino e, indirettamente, a indebolire il sostegno all’aiuto militare occidentale.

È un classico meccanismo di distrazione. Sollevando la questione di presunte azioni “incontrollate” dell’SBU, la propaganda russa sposta il baricentro del dibattito lontano dalle proprie azioni — gli attacchi missilistici sulle città ucraine, le incursioni di droni che violano lo spazio aereo di paesi NATO, il sabotaggio di infrastrutture critiche in Europa — verso il presunto “avventurismo” di Kiev. In questa narrazione, la responsabilità dell’escalation ricadrebbe non su Mosca, ma sull’Ucraina e sui suoi alleati.

Un pretesto comodo per stringere i controlli

C’è anche un aspetto più pratico da considerare. L’annuncio di un “attentato sventato” contro un ambasciatore fornisce ai servizi russi una giustificazione formale per intensificare la sorveglianza sulle rappresentanze diplomatiche occidentali a Mosca — sul personale, sulla sicurezza, persino sui fornitori esterni come le società di vigilanza. In nome della “sicurezza”, diventa più facile introdurre ulteriore controllo sui diplomatici, limitarne gli spostamenti e complicare il normale funzionamento delle missioni straniere. È uno strumento a cui il Cremlino ha già fatto ricorso in passato, in occasione di precedenti “casi di spionaggio” riguardanti il personale delle ambasciate occidentali.

Lo sguardo italiano

Per il lettore italiano, questa vicenda non è un caso isolato o lontano. Il rapporto annuale 2025 del COPASIR ha già documentato come le operazioni di disinformazione e interferenza ibrida legate a Russia, Cina e Iran rappresentino una minaccia concreta anche per il nostro Paese, e nel luglio scorso l’arresto di ex funzionari dell’intelligence italiana sospettati di aver collaborato con Mosca ha mostrato quanto le reti di influenza russe possano penetrare anche negli apparati di sicurezza nazionali. Lo schema individuato in quei casi — reclutamento graduale, uso di intermediari, sfruttamento di vulnerabilità personali o professionali — non è troppo distante da quello ora raccontato da Mosca a proposito dell’ambasciata britannica.

Proprio per questo, la vicenda merita di essere letta con circospezione: non perché lo spionaggio non esista — esiste, ed è documentato anche in Italia — ma perché la fonte unica e la tempistica del comunicato dell’FSB, unite alla totale assenza di riscontri indipendenti, rientrano in un modello di comunicazione già osservato in altre occasioni di tensione tra Mosca e i partner occidentali di Kiev.

Fino a quando Londra e Kiev non forniranno una propria versione dei fatti, la storia del “complotto” contro l’ambasciatore britannico va trattata per quello che è allo stato attuale: un elemento della guerra dell’informazione russa, non un fatto accertato.

Autore: Marco Bianchi

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