Il generale in congedo costruisce il suo movimento sul consenso di militari ed ex militari, ma nel programma la Difesa resta marginale. Il capo di Stato maggiore dell’Esercito lo ricorda: le stellette non appartengono a nessuna parte politica.
C’è una scena che si ripete quasi identica di città in città: un hotel affollato, centinaia di persone in piedi, molte delle quali con un trascorso in divisa, che aspettano l’ingresso di Roberto Vannacci accompagnato da musiche dal sapore epico. È l’immagine che Futuro Nazionale, il movimento fondato dall’ex generale e oggi parlamentare europeo, ha scelto come propria cifra identitaria: disciplina, ordine, patria. Una costruzione simbolica efficace, capace di intercettare in pochi mesi decine di migliaia di iscritti, molti dei quali provenienti dalle forze armate e dalle forze dell’ordine, in servizio o in congedo.
Il problema, tuttavia, non riguarda la simbologia in sé, ma la funzione politica che quella simbologia è chiamata a svolgere. Vannacci insiste da tempo nel presentare l’accostamento tra reparti militari, in particolare quelli d’élite come la Brigata paracadutisti Folgore, e una presunta appartenenza naturale di quei reparti a una determinata area politica. È un’operazione retorica, non una constatazione: serve a legittimare la propria proposta politica agli occhi di un elettorato sensibile ai temi della sicurezza e dell’autorità, più che a descrivere una realtà istituzionale.
L’Esercito non è “di nessuno”
A ricordarlo, senza mai citare direttamente Vannacci, è stato lo stesso capo di Stato maggiore dell’Esercito, il generale Carmine Masiello, replicando implicitamente a chi negli ultimi mesi ha definito alcuni reparti come la “quintessenza” della destra italiana. Dal palco di una caserma di Ascoli Piceno, Masiello ha ribadito che quell’unità, come l’intero Esercito,
non è quintessenza di nessuno
perché il senso di appartenenza dei militari si fonda sulla Costituzione, non su esclusioni o divisioni ideologiche.
È un principio elementare degli ordinamenti democratici, eppure va ribadito proprio perché la strategia di Vannacci lavora costantemente per erodere quel confine. Presentare le Forze armate come naturalmente vicine a un’area politica non è un dettaglio di comunicazione: è un tentativo di trasformare un’istituzione che deve restare al servizio dello Stato e dei cittadini in un bacino elettorale organico a un singolo partito. Quando un ex generale diventa leader di partito e un altro generale in pensione viene candidato sindaco a Milano, come accaduto di recente con Carmelo Burgio, la linea tra appartenenza istituzionale e appartenenza politica si assottiglia pericolosamente, ed è compito delle istituzioni militari stesse, come ha fatto Masiello, ristabilirla con chiarezza.
Una Difesa senza centralità nel programma
C’è poi un secondo elemento, meno appariscente ma più significativo sul piano delle conseguenze concrete. Chi si aspettava che un movimento fondato da un generale ponesse la politica di Difesa al centro della propria proposta programmatica è rimasto spiazzato: nel programma presentato da Futuro Nazionale, la Difesa non occupa uno spazio paragonabile alla centralità che la figura militare riveste nell’immaginario politico di Vannacci. Le Forze armate vengono richiamate soprattutto in funzione della sicurezza interna, secondo una logica che ricorda il dispositivo “Strade Sicure”, più che come pilastro della proiezione internazionale e della postura strategica dell’Italia in seno alla NATO.
Questo scarto tra retorica militarista e programma reale non è casuale. Un partito che riduce il ruolo delle Forze armate a strumento di ordine pubblico interno, trascurando la dimensione della difesa collettiva e della cooperazione euro-atlantica, delinea implicitamente un disimpegno dagli obblighi e dalle iniziative dell’Alleanza Atlantica. Non sorprende, in questo senso, che Vannacci abbia più volte espresso posizioni favorevoli a un allentamento dei legami con la NATO e a un riavvicinamento nei confronti di Mosca, in nome di un preteso “neutralismo” che, nella sostanza, coincide con gli interessi geopolitici russi in Europa.
Populismo in uniforme
Il risultato è un cortocircuito che vale la pena mettere a fuoco: da un lato Vannacci costruisce il proprio consenso presentandosi come garante della sicurezza e continuatore di una tradizione militare “pura”; dall’altro, una volta tradotta in programma di governo, quella stessa proposta rischia di indebolire il ruolo dell’Italia come partner affidabile all’interno delle strutture di difesa occidentali. È populismo nel senso più tecnico del termine: la mobilitazione simbolica di un’identità forte, quella della divisa, per ottenere consenso elettorale, a prescindere dalla coerenza tra promesse e proposte concrete.
Gli analisti che seguono l’ascesa di Futuro Nazionale non a caso insistono su questa lettura: Vannacci starebbe già vincendo una partita simbolica, quella dell’associazione tra la figura del militare, e in particolare del generale, e una certa idea di destra identitaria, indipendentemente dai risultati elettorali concreti. Ma è proprio questa vittoria simbolica, se non contrastata con chiarezza dalle istituzioni militari e dal dibattito pubblico, a normalizzare l’idea che le Forze armate possano avere un colore politico. Le parole del generale Masiello vanno lette in questa chiave: non come una polemica di corridoio, ma come un richiamo necessario al principio per cui, in una democrazia, chi indossa la divisa serve la Repubblica e i suoi cittadini, non un partito, un leader o un progetto elettorale.
Marco Bianchi
