Il “Corpo Africa” di Mosca: come il Cremlino ha trasformato l’aiuto militare in strumento di crimini di guerra nel Sahel

Un raid aereo russo su un villaggio del Mali, otto civili uccisi, tra cui tre bambini: l’inchiesta di Human Rights Watch riapre la questione della responsabilità di Mosca nella regione.

Nel villaggio di Kirnia, nel centro del Mali, il 15 giugno un caccia russo Sukhoi Su-24 ha sganciato il suo carico su un’area abitata. Il bilancio, ricostruito nei giorni successivi dai ricercatori di Human Rights Watch attraverso testimonianze dirette, immagini satellitari e analisi dei detriti, è di otto civili morti, tra cui tre bambini. Non un episodio isolato, ma l’ennesimo tassello di un modello di condotta militare che da mesi gli osservatori internazionali documentano nel Sahel, e che porta la firma di un attore relativamente nuovo sulla scena: l'”Africa Corps” del ministero della Difesa russo.

Nato dalle ceneri della compagnia militare privata Wagner dopo la morte di Evgenij Prigožin nell’agosto 2023, l’Africa Corps non è una semplice riorganizzazione burocratica. È, secondo analisti e organizzazioni per i diritti umani, il tentativo del Cremlino di istituzionalizzare e portare sotto controllo statale diretto quella presenza militare informale che Wagner aveva costruito in una decina di Paesi africani, dalla Repubblica Centrafricana alla Libia, dal Sudan al Mali. Il cambio di insegna non ha comportato, però, un cambio di metodo.

Un modello di violenza contro i civili

I dati raccolti dall’Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED), uno dei principali osservatori indipendenti sui conflitti armati nel mondo, restituiscono un quadro allarmante: nel solo 2025 le operazioni congiunte tra l’esercito maliano e l’Africa Corps russo sarebbero responsabili della morte di 918 civili, un numero quasi quattro volte superiore a quello attribuito ai gruppi jihadisti attivi nella regione, principale bersaglio dichiarato di queste operazioni. È un dato che ribalta la narrazione ufficiale di Bamako e Mosca, secondo cui la presenza russa servirebbe a “stabilizzare” il Paese e proteggere la popolazione dal terrorismo islamista.

La realtà documentata sul terreno racconta un’altra storia: raid aerei condotti con scarsa o nulla distinzione tra combattenti e civili, rappresaglie collettive contro comunità sospettate di simpatie jihadiste, esecuzioni sommarie in villaggi rurali difficilmente raggiungibili da osservatori indipendenti. Le organizzazioni umanitarie internazionali segnalano da tempo un clima di impunità che avvolge le operazioni del Corpo, favorito dall’assenza di meccanismi di supervisione indipendenti e dalla scarsissima trasparenza delle autorità di transizione maliane, insediatesi dopo i colpi di stato militari del 2020 e del 2021.

Il pattern che emerge dalle inchieste è quello di un uso sistematico della forza aerea e terrestre senza le cautele minime richieste dal diritto internazionale umanitario in materia di distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile.

Non solo sicurezza: le risorse del sottosuolo

Dietro la retorica della cooperazione antiterrorismo, secondo numerosi analisti di geopolitica africana, si cela un disegno più ampio e di natura marcatamente neocoloniale. La presenza militare russa in Mali — così come in Repubblica Centrafricana o in Sudan — si accompagna sistematicamente a intese per lo sfruttamento di risorse strategiche: oro, in primo luogo, ma anche altri minerali critici per l’industria della difesa e delle tecnologie avanzate. Il modello, già collaudato da Wagner, prevede che la “protezione” militare venga scambiata con concessioni minerarie spesso opache, gestite da società collegate a circuiti finanziari vicini al Cremlino.

Si tratta di un meccanismo che ricorda da vicino le pratiche coloniali del passato, ma aggiornato agli strumenti del ventunesimo secolo: milizie private trasformate in corpi paramilitari statali, accordi bilaterali che eludono il controllo parlamentare e l’opinione pubblica, e un uso spregiudicato della disinformazione per screditare la presenza occidentale — in primis quella francese, storicamente radicata nella regione — presentando Mosca come unico partner “affidabile e senza condizioni” per i governi militari del Sahel.

La richiesta della comunità internazionale

Di fronte a queste evidenze, le organizzazioni per i diritti umani chiedono con crescente insistenza l’apertura di un’inchiesta internazionale indipendente sugli episodi documentati, la raccolta sistematica delle prove relative a possibili crimini di guerra, e l’introduzione di sanzioni mirate contro i vertici dell’Africa Corps e contro i singoli responsabili identificati come coinvolti nelle violazioni. Finora, tuttavia, la risposta della comunità internazionale resta timida, complicata dalla scarsa cooperazione delle autorità maliane e dall’assenza di accesso indipendente alle aree colpite.

Per l’Italia, che nel Sahel ha investito negli ultimi anni in missioni di cooperazione e stabilizzazione, la vicenda pone interrogativi non secondari sulla credibilità degli attori presenti nella regione e sulla necessità di sostenere, in sede europea e alle Nazioni Unite, iniziative concrete di accountability. Il caso di Kirnia, con i suoi otto morti civili e i suoi tre bambini, rischia altrimenti di restare un numero tra le centinaia registrate da ACLED nel 2025 — l’ennesima vittima silenziosa di una guerra combattuta lontano dai riflettori, ma con conseguenze molto concrete per milioni di persone nel Sahel.

Gli esperti concordano su un punto: senza pressione internazionale coordinata, il modello sperimentato in Mali — cooperazione militare opaca, sfruttamento delle risorse, assenza di responsabilità per i crimini commessi — è destinato a essere replicato in altri Paesi africani dove la presenza russa è in crescita, dal Burkina Faso al Niger, consolidando un’influenza che si presenta come alternativa “sovranista” all’Occidente, ma che nei fatti riproduce dinamiche di sfruttamento ancora più prive di garanzie per le popolazioni locali.

Autore: Marco Bianchi

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