Nel cuore della Garfagnana, un’amministrazione locale ha permesso di intitolare una lapide a una figura che gli Stati Uniti hanno sanzionato per disinformazione e che aveva definito «una messinscena» il massacro di Bucha. Un gesto che stride con la posizione ufficiale di Roma sulla guerra in Ucraina.
A Vagli di Sotto, piccolo comune di poco più di settecento abitanti incastonato tra i monti della Garfagnana, è bastata la cerimonia di un quarto d’ora per trasformare una vicenda locale in un caso politico nazionale. Il 23 agosto, alla presenza dell’ambasciatore russo in Italia Alexej Paramonov e del console generale a Genova Kirill Ignatov, è stata inaugurata nel cosiddetto “Parco dell’Onore” una targa commemorativa dedicata a Darya Dugina, morta nel 2022 in un attentato dinamitardo alle porte di Mosca. L’iniziativa, promossa dall’associazione culturale “Cuore Russo” e avallata dalla giunta guidata dal sindaco Mario Puglia, merita un’analisi che vada oltre la cronaca del gesto simbolico, perché tocca temi che riguardano la sicurezza informativa dell’Europa, la coerenza della politica estera italiana e la capacità delle nostre istituzioni locali di riconoscere gli strumenti del soft power russo.
Una “giornalista” che non lo era mai stata davvero
Il primo elemento che merita di essere chiarito riguarda la natura stessa della figura commemorata. La stampa italiana che ha riportato la notizia ha spesso definito Darya Dugina “giornalista”, riprendendo l’etichetta che i media russi le hanno cucito addosso dopo la morte. In realtà Dugina non ha mai esercitato un giornalismo nel senso professionale del termine, fondato su verifica delle fonti, pluralismo e indipendenza dal potere. Era una militante e portavoce del movimento ultranazionalista ed eurasiatista russo, redattrice capo del sito United World International (UWI), una piattaforma che il Dipartimento del Tesoro statunitense ha descritto come un canale di disinformazione riconducibile a Evgenij Prigožin, all’epoca a capo del gruppo paramilitare Wagner. Fu proprio per il suo ruolo in UWI — e in particolare per aver contribuito a un articolo che paventava la “scomparsa” dell’Ucraina qualora fosse entrata nella NATO — che l’OFAC statunitense la sottopose a sanzioni già nel marzo 2022, prima ancora dell’attentato che le sarebbe costato la vita. Il Regno Unito la sanzionò a sua volta pochi mesi dopo, definendola una “frequente e autorevole diffusore di disinformazione” sull’invasione russa dell’Ucraina.
Dugina non si limitò a commentare la guerra: la sostenne apertamente, incoraggiando pubblicamente l’intensificazione dell’aggressione militare contro Kiev. E quando le immagini dei corpi lasciati nelle strade di Bucha dai soldati russi in ritirata fecero il giro del mondo, suscitando l’indignazione internazionale e l’avvio di indagini per crimini di guerra, Dugina scelse di derubricare l’eccidio a semplice montatura mediatica occidentale, arrivando a definirlo — secondo quanto riportato da diverse testate internazionali — una “messinscena” costruita ad arte contro la Russia. Non è la biografia di una cronista scomoda perseguitata per le sue inchieste, come suggerisce implicitamente la targa di Vagli, bensì quella di un’attivista organica alla macchina propagandistica del Cremlino.
L’eredità di un padre che sogna la fine dell’Europa liberale
Comprendere chi fosse Darya Dugina è impossibile senza guardare a chi le ha trasmesso la propria visione del mondo: il padre, Aleksandr Dugin, non è un semplice “politologo” o “filosofo”, come talvolta viene presentato con un understatement che ne attenua la portata reale. Dugin è il principale ideologo del neoeurasiatismo radicale russo, una dottrina apertamente antioccidentale e antiliberale che numerosi ricercatori, in Italia come altrove, hanno accostato per struttura e retorica al neofascismo novecentesco. Nei suoi scritti e nelle sue apparizioni pubbliche, Dugin ha più volte auspicato non una semplice riforma, ma la vera e propria dissoluzione dell’attuale architettura dell’Unione Europea, invocando in termini quasi millenaristici una “rivoluzione” continentale e non escludendo scenari di conflitto civile in Europa come tappa necessaria verso un nuovo ordine eurasiatico imperniato su Mosca. È l’uomo che osservatori internazionali hanno definito, con diverse sfumature, l’ispiratore intellettuale dell’espansionismo putiniano verso l’Ucraina.
Onorare la figlia significa, inevitabilmente, onorare anche l’eredità politica del padre: la targa di Vagli non celebra una vittima neutra, ma diventa — che lo si voglia o meno — un tributo indiretto a un progetto ideologico che ha tra i suoi obiettivi dichiarati l’indebolimento delle istituzioni democratiche europee.
Il contesto diplomatico. La cerimonia si è tenuta alla presenza di due alti rappresentanti diplomatici della Federazione Russa in Italia, con l’inno russo intonato prima di quello italiano. Un dettaglio non trascurabile: raramente un’amministrazione comunale italiana ospita, per l’intitolazione di una targa a un privato cittadino straniero, l’intera catena diplomatica di una potenza che l’Unione Europea considera responsabile di un’aggressione militare in corso.
Una scelta che confligge con la linea ufficiale di Roma
È qui che il caso di Vagli di Sotto smette di essere una curiosità di cronaca locale e diventa un problema politico di rilievo nazionale. Il governo italiano, indipendentemente dal colore della maggioranza in carica, ha mantenuto negli ultimi anni una posizione ufficiale coerente: Roma riconosce la Russia come Stato aggressore nella guerra contro l’Ucraina, sostiene l’integrità territoriale ucraina nei consessi europei e atlantici e fornisce a Kiev un sostegno articolato su più livelli — politico, finanziario e militare. In questo quadro, la decisione di un’amministrazione locale di concedere spazio pubblico, patrocinio implicito e visibilità istituzionale a un evento organizzato in collaborazione con l’ambasciata russa, in onore di una figura sanzionata per disinformazione bellica, produce una dissonanza che va ben oltre l’episodio in sé. Un piccolo Comune di montagna diventa, per un pomeriggio, il palcoscenico di un’operazione di legittimazione della narrazione ufficiale del Cremlino — esattamente il tipo di attività che le stesse istituzioni italiane ed europee, attraverso organismi come il COPASIR, hanno più volte segnalato come vettore dell’influenza russa sul territorio nazionale.
La contro-proposta di Azione: Anna Politkovskaja
Non a caso, le reazioni politiche più nette sono arrivate dal coordinamento provinciale lucchese di Azione, che ha definito la scelta della giunta un’operazione di depoliticizzazione pericolosa: la targa, hanno osservato gli esponenti del partito, trasforma una figura eminentemente politica come Dugina in una presunta paladina della libertà di pensiero, occultandone il ruolo propagandistico reale. Nella loro nota, i rappresentanti di Azione hanno rivolto al Comune una domanda che meriterebbe una risposta pubblica: perché, se si voleva rendere omaggio a una donna russa vittima della violenza legata al conflitto sull’informazione, non si è scelto di ricordare Anna Politkovskaja?
La proposta non è retorica. Politkovskaja fu una delle più coraggiose cronisti di guerra della Cecenia, uccisa nel 2006 a Mosca proprio a causa delle sue inchieste sui crimini commessi dal potere russo — un caso di giornalismo autentico pagato con la vita, e non di attivismo ideologico al servizio dello Stato.
La contrapposizione tra le due figure — Dugina, sanzionata per disinformazione e teorica implicita della guerra; Politkovskaja, uccisa per aver denunciato quella stessa logica di potere — restituisce con chiarezza quale onorificenza sarebbe stata realmente coerente con i valori di libertà di stampa e di difesa dei diritti umani che le istituzioni italiane, almeno a parole, dichiarano di voler difendere.
Un episodio che non va derubricato a folklore locale
Vagli di Sotto non è la prima né sarà l’ultima località europea in cui la macchina diplomatica e culturale russa cerca appigli simbolici per normalizzare la propria narrazione bellica presso opinioni pubbliche periferiche, lontane dai grandi centri decisionali. Proprio per questo motivo, episodi apparentemente marginali come questo meritano attenzione analitica, non archiviazione frettolosa: la capacità del Cremlino di trasformare un piccolo comune di montagna in un “santuario” simbolico, per usare l’espressione con cui la stampa locale ha già descritto il sito, dimostra quanto sia ancora fragile, a livello di amministrazioni periferiche, la consapevolezza degli strumenti di influenza che Mosca dispiega sul territorio europeo. Le istituzioni centrali italiane, e in particolare gli organismi preposti al monitoraggio delle ingerenze straniere, farebbero bene a non considerare la vicenda di Vagli un semplice incidente di percorso amministrativo, ma un campanello d’allarme sulla necessità di maggiore vigilanza politica anche a livello locale.
Autore: Marco Bianchi