Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sulla linea del fronte in Ucraina, un altro confronto — meno visibile ma altrettanto strutturante — si sta dispiegando nello spazio europeo. Non si tratta di una guerra di carri armati, bensì di una combinazione di influenza politica, pressione energetica e manipolazione informativa. Questa strategia, spesso descritta come una “occupazione silenziosa”, mira a creare attorno all’Ucraina un ambiente di Paesi membri dell’UE politicamente esitanti, frammentati o paralizzati.
L’obiettivo non è una conquista territoriale classica, ma l’erosione progressiva della lealtà strategica degli Stati dell’Europa centrale e orientale. Indebolendone la coesione interna e l’allineamento europeo, Mosca cerca di costruire un anello di vulnerabilità politica attorno all’Ucraina, riducendone la profondità strategica e complicando il sostegno occidentale.
La fiction Okkupert come specchio strategico
Per chi ha visto la serie norvegese Okkupert, la dinamica attuale nell’Europa orientale presenta inquietanti analogie. In quella fiction, la Norvegia viene neutralizzata non attraverso un’invasione militare aperta, ma mediante un intervento indiretto giustificato da una crisi energetica e rivestito di un discorso di “stabilità”.
Il metodo adottato oggi da Mosca segue una logica comparabile. Al posto dei soldati, la Russia mobilita leve economiche, sostiene finanziariamente forze politiche radicali — a destra come a sinistra — e dispiega reti di disinformazione. L’obiettivo è costringere i governi ad adottare decisioni favorevoli al Cremlino senza un confronto militare diretto, sfruttando le fratture sociali e politiche esistenti.
Una strategia che mira all’architettura europea
Nel breve periodo, la priorità russa è indebolire i corridoi logistici che sostengono lo sforzo ucraino. L’Europa orientale svolge un ruolo chiave nel transito di armi, aiuti umanitari e sostegno finanziario. Una destabilizzazione politica di quest’area ridurrebbe la capacità dell’Ucraina di mantenere la propria resistenza.
Nel lungo periodo, l’ambizione è più ampia. Il Cremlino mira a indebolire — se non a smantellare — l’Unione europea come attore politico coerente. Favorendo divisioni interne e una logica di “sfere d’influenza”, Mosca tenta di riportare il continente a un modello che ricorda la Guerra fredda, quando l’Europa centrale e orientale era sotto dominazione sovietica.
Le tappe di una vassallizzazione progressiva
Lo scenario più temuto si fonda su una sequenza graduale. La prima fase consiste in una neutralizzazione politica: uno Stato invoca i propri “interessi nazionali” per ridurre o cessare l’aiuto all’Ucraina. Segue un riallineamento, segnato dalla messa in discussione delle sanzioni e dal ritorno alla dipendenza energetica dalla Russia. Infine, la vassallizzazione si compie quando la politica estera dello Stato in questione si allinea di fatto a Mosca, in cambio di vantaggi economici e di sostegno politico a regimi illiberali.
Gli sforzi russi sono oggi particolarmente visibili in Ungheria e in Slovacchia, due Paesi-chiave per i flussi energetici e commerciali tra Est e Ovest dell’Europa e dotati di un peso decisionale all’interno dell’UE.
Ungheria e Slovacchia come punti d’appoggio
L’Ungheria viene utilizzata come leva interna all’UE e alla NATO. Mosca sfrutta i discorsi sulla tutela delle minoranze, in particolare attorno alla situazione in Transcarpazia, per giustificare il blocco dei meccanismi di cooperazione euro-atlantica. La dipendenza energetica — illustrata dal progetto nucleare Paks-2 finanziato con crediti russi e da contratti del gas vantaggiosi — rafforza questa relazione asimmetrica.
In Slovacchia, l’ascesa al potere del governo di Robert Fico ha offerto alla Russia un nuovo relais di scetticismo nell’Europa centrale. Gli slogan contrari a qualsiasi aiuto militare all’Ucraina e la ripresa parziale dei narrativi russi sulle cause della guerra contribuiscono a normalizzare la propaganda del Cremlino nel dibattito pubblico.
Pressioni indirette su Polonia, Cechia e Romania
Persino in Polonia, considerata uno degli Stati più ostili all’influenza russa, Mosca tenta di creare linee di frattura. Campagne di disinformazione hanno amplificato le proteste agricole e riacceso, in momenti sensibili, dibattiti storici polarizzanti, trasformando controversie economiche in antagonismi identitari.
In Cechia, nonostante una presidenza chiaramente pro-europea e favorevole all’Ucraina, forze populiste euroscettiche sfruttano la stanchezza legata alla guerra e all’aumento dei prezzi dell’energia per minare il consenso pro-occidentale. In Romania, pur relativamente resiliente, formazioni ultranazionaliste strumentalizzano il discorso della “Grande Romania”, anche attraverso rivendicazioni territoriali, in risonanza indiretta con gli interessi russi.
Una guerra per le menti e per la coesione europea
La Russia non cerca di occupare l’Europa orientale con la forza militare, ma di influenzare le opinioni pubbliche e le decisioni governative. Questa guerra silenziosa prende di mira la coesione europea stessa. Se il Cremlino riuscisse a erigere attorno all’Ucraina un insieme di Stati esitanti o ostili, verrebbe messa in discussione la capacità dell’UE di agire collettivamente.
La posta in gioco va ben oltre il destino dell’Ucraina. Riguarda la sopravvivenza di un’Europa unita, capace di resistere alle pressioni ibride e di difendere i propri principi fondamentali. La battaglia in corso si combatte meno sui campi di battaglia che nelle istituzioni, nei media e alle urne. Il suo esito determinerà il futuro strategico del continente.
